Il principio di autodeterminazione è un istituto giuridico introdotto nel diritto internazionale con la carta delle Nazioni Unite, approvata nel 1945, quando i rappresentanti di quarantanove Stati indipendenti (oggi sono diventati duecentosette), riuniti a San Francisco si proposero di evitare che in futuro la libertà dei popoli, calpestata durante la guerra dal fascismo italiano, dal nazismo tedesco e dal militarismo giapponese, venisse ancora negata.
Come si definisce questo principio, in base al quale si produsse, nella maggior parte dei casi in modo incruento, il processo di decolonizzazione? Nel 1945, venne solennemente stabilito che lo "status" giuridico di un territorio debba conformarsi con la volontà della maggioranza dei suoi abitanti, a prescindere da come sia stata espressa. Questa manifestazione di volontà può dunque avvenire con un plebiscito, con una elezione, con uno sciopero, con una manifestazione o con una insurrezione. Nel caso della Catalogna, non si può mettere in dubbio che ciò sia avvenuto, essendosi svolta una votazione, organizzata per giunta - a differenza del referendum - dallo Stato che attualmente vi esercita la sovranità.
I "plebisciti" con cui venne sancita l'unità d'Italia furono invece celebrati per ratificare "ex post" la situazione "de facto" causata dall'invasione piemontase. Ciò malgrado, vi è tra noi chi pretende di impartire delle lezioni agli altri, mettendo in dubbio l'espressione della loro volontà. E' questo il caso de "La Repubblica", che - dopo l'infortunio occorso alla De Gregorio, spedita a Barcellona per negare il diritto dei catalani all'autodeterminazione, vi ha mandato il suo corrispondente da Madrid. Il quale ha previsto incautamente la vittoria dei fautori dell'unità con la Spagna. Un tempo, gli inviati speciali, per documentarsi sugli umori della gente, parlavano con il conducente del taxi. Questo collega, evidentemente, ha noleggiato un'automobile. I signori di via Cristoforo Colombo si apprestano evidentemente a negare anche a noi sudditi delle regioni periferiche, indocili al dominio di Roma, il diritto che ora non riconoscono ai catalani. Il motivo di tale atteggiamento va ricercato nei rapporti di affari tra l'editore de "La Repubblica" e quello de "El Paìs", organo ufficioso dei socialisti spagnoli. I quali rivaleggiano in centralismo con i borboni.
Questa scelta ricorda quanto avvenne nella nostra città, dove gli ex comunisti si opposero all'indipendenza delle repubbliche ex jugoslave perchè alcuni di loro commerciavano in selvaggina con i serbi. Se gli inglesi avessero interpellato i funzionari della "Compagnia delle Indie" sul da farsi nella loro colonia, non sarebbero scesi a patti con Gandhi. Evidentemente i dirigenti della sinistra italiana non dimostrano un eguale pragmatismo.
Quanto agli argomenti usati dai sostenitori del governo di Madrid - ma domani anche del governo di Roma - si riducono al fatto che in Spagna vige la democrazia rappresentativa. A parte il fatto che i suoi dirigenti dovrebbero sentire la necessità di riparare alle malefatte del franchismo, anche gli Stati europei - nel tempo della decolonizzazione - erano democratici.
L'impero austriaco costituiva un modello di buona amministrazione, ben superiore all'Italia sabauda. Ciò non valse tuttavia a preservare la "duplice monarchia". Quanto ai russi, dominavano l'Asia centrale e la Transcaucasia nel nome del "socialismo". Come oggi fa in Catalogna il governo spagnolo. Il quale farebbe bene a prendere atto della volontà popolare. Come anche dovrebbero prendere atto le autorità di Bruxelles. Entrambi però temono un cambiamento dell'assetto territoriale dell'Europa occidentale. Questo esito risulta però inevitabile in prospettiva storica, ed i primi ad esserne contenti dovrebbero essere proprio i fautori della unità europea. Che non è in discussione, ed anzi può avvantaggiarsi per la tendenza attuale. Oggi, infatti, ci si considera e ci si proclama catalani ed europei, siciliani ed auropei, bavaresi ed europei, e così via.
La metapolitica precede sempre la politica, e la determina. Nessuno lo sa meglio dei filosofi. Come Eugenio Scalfari.