La stampa italiana - guidata da "La Repubblica" - si compiace nel constatare la discrepanza tra il Papa ed Orban, che risulta in effetti evidente, tale che nessuno dei due - quando anche volesse nasconderla - sarebbe in grado di farlo.
Il Pontefice è stato italiano dalla morte di Adriano VI, nel sedicesimo secolo, fino all'elezione di Giovanni Paolo II. Non certo perchè i nostri connazionali fossero sempre più santi o più capaci rispetto agli stranieri, bensì perchè il compito attribuito alla Santa Sede consisteva essenzialmente nello svolgere una mediazione. Risolta comunque - grazie alla potestà petrina - con un lodo, ma risultante comunque dalla valutazione dei diversi interessi e dei diversi punti di vista. Ad un certo punto, però, la mediazione tra le diverse componenti dell'orbe cattolico non è stata più possibile.
Quando venne eletto il Papa polacco, la Chiesa italiana fu ben contenta di inserire la propria scelta anticomunista - risalente al tempo di Pacelli - in un contesto internazionale che si rimetteva in movimento. Rimasero viceversa spiazzati i vari Berlinguer, Tatò e Rodano - che fino allora si erano ostinati ad offrire al Vaticano il loro appoggio: risultando però poco credibili, permanendo il loro rapporto di dipendenza da Mosca.
La caduta del Muro di Berlino dimostrò che Giovanni Paolo II aveva ragione, anche se il fatto di essersi trovata dalla parte giusta non risolveva le difficoltà della Chiesa italiana, il cui radicamento popolare continuava a venir meno. Se il confronto fosse stato tra il nostro cattolicesimo ed il comunismo, si sarebbe assistito al conflitto tra due debolezze. La forza su cui poteva contare il Papa consisteva nella dimensione sociale propria della Chiesa - e più in generale della religiosità - dell'Europa orientale. Da allora, la Chiesa universale ha affidato la propria conduzione a chi poteva contare sulla risorsa costituita dalla dimensione sociale della fede: dopo l'Europa orientale, sarebbe stata la volta dell'America Latina. L'elezione di Bergoglio ha però rivelato una contraddizione che è molto difficile - e probabilmente impossibile - risolvere: una Chiesa schierata in modo aperto e militante con la causa della liberazione dei popoli esprime una scelta inaccettabile per la maggioranza dei cattolici praticanti italiani. Si tratta, infatti, di persone di orientamento conservatore.
Il vero scontro non è dunque con Orban. Il quale - come tutti gli altri dirigenti dell'Europa orientale - non è riguardato dal problema delle migrazioni. Si tratta certamente di nazionalisti, anche se oggi va di moda chiamarli "sovranisti". Noi preferiamo usare il termine "identitari", i quali però non devono confrontarsi con le masse in arrivo dal terzo mondo, bensì con la minaccia costituita dal rinnovato espansionismo della Russia.
Zafesova, su "La Stampa" di Torino di domenica scorsa, ha rilevato come Putin si sia rattristato per la diminuzione del numero dei suoi sudditi: non attribuendola, però, alle stragi compiute da Stalin, bensì alle perdite territoriali, iniziate nel 1917 con la Polonia e la Finlandia, e culminate con quella dell'Ucraina. Il nuovo "zar" non fa dunque mistero di volere riconquistare l'impero. Il "sultano" Erdogan dichiara a sua volta che "il confine della Turchia va da Trieste a Vienna".
Quando dunque il Papa si rivolge ad Orban, si riferisce alle conseguenze che la tendenza all'affermazione delle distinte identità produce non già nell'Europa orientale, bensì in Occidente. Che deve accettare la prospettiva di una società multiculturale se non vuole trovarsi a combattere - ed a perdere - una guerra contro il sud del mondo. Quella in Afghanistan è già stata perduta. Con la conseguenza che stanno arrivando molti "musulbuoni", ma sempre di islamici si tratta. Tra i rifugiati, sono stati segnalati diversi poligami, accompagnati dalle rispettive consorti. Ciò rende felice il dottor Salvatore Izzo, ma se questi sono i musulmani "moderati", figuriamoci quelli radicali.
Il Papa è comunque anch'egli un identitario, nè più nè meno del suo predecessore. Per capirlo, basta constatare la rivalutazione della cultura indoamericana che risulta dalla "Laudato si". Bergoglio ha però la fortuna di rappresentare una identità in espansione, non soltanto dal punto di vista della demografia, ma anche a causa dell'egemonia che le culture extra europee stanno conquistando in Occidente. Basti pensare, per quanto riguarda quella indoamericana, al successo mondiale delle opere divulgative di Carlos Castaneda.
L'identità rappresentata dai vari Ruini è viceversa in regresso, e costretta alla difensiva. La paura, che padre Fanzaga cerca di scacciare affidandosi alla Madonna, non è causata tanto dalla prospettiva di trovarsi sommersi da genti di tradizione, di religione (ed anche colore) diversi: molto di più si teme per il venir meno del senso di sicurezza che conferiva la superiorità economica e militare dell'Occidente. Questo timore, dopo la fuga da Kabul, si è trasformato in panico. Noi non ne siamo contagiati: abbiamo vissuto in una grande famiglia indoamericana, radicati nella propria cultura e nella propria religione. Nessuno ci ha mancato di rispetto: tanto più in quanto portavamo un sapere apprezzato. Se fossimo stati ignoranti, ci sarebbe andata male.
L'Occidente possiede ancora una risorsa: la sua scienza. Non esistono, naturalmente, culture superiori ed inferiori, ma ciascuno ha qualcosa da insegnare all'altro. Quando fu domandato a Gandhi (laureato ad Oxford) che cosa pensasse della cultura occidentale, il "Mahatma" rispose che valeva la pena di conoscerla. Lasciamo dunque che gli studiosi si confrontino: da questo punto di vista, il mondo accademico riunito dalla Chiesa intorno alle università pontificie dell'Urbe costituisce un esempio di "koiné" culturale valido per tutto il mondo.