La coincidenza tra la “Giornata della Memoria”, in cui sono state giustamente ricordate le vittime italiane della “pulizia etnica”,...
La coincidenza tra la “Giornata della Memoria”, in cui sono state giustamente ricordate le vittime italiane della “pulizia etnica”, praticata contro di loro per la prima volta dalle milizie della Jugoslavia prima che i vari popoli di questo Paese la ripetessero ancora più sanguinosamente gli uni contro gli altri, ha coinciso con l’imminenza di un’altra catastrofe di questo genere: in Ucraina, quanti rifiutano si essere assimilati ai “Grandi Russi” troveranno la sola via di scampo nella fuga verso l’Occidente, definita da Johnson una “catastrofe umanitaria”.
Si calcola che si accingano a chiedere rifugio all’estero circa cinque milioni di persone.
Gli Israeliani, memori dei “pogrom” della Russia imperiale e delle stragi perpetrate dai nazisti, che ebbero proprio a Kiev il più tragico epicentro, stanno già evacuando con un ponte aereo l’intera comunità ebraica ancora presente in Ucraina.
In confronto con tutto questo, l’esodo di trecentocinquantamila nostri connazionali giuliani e dalmati, per quanto tragico e doloroso, risulta poca cosa.
Le due situazioni hanno tuttavia una origine analoga.
L’italia entrò in guerra contro l’Austria con la motivazione di “redimere” Trento e Trieste, ma in realtà perché gli Stati nazionali, basati sul principio della volontà popolare, non potevano più convivere con gli Imperi, il cui potere era invece giustificato dal principio di legittimità.
Il Regno sorto col Risorgimento era uno Stato sostanzialmente omogeneo, secondo il criterio etnico tradizionale.
Con le nuove acquisizioni del 1918, esso finì per includere nel suo territorio popolazioni di lingua e cultura diversa.
Per effetto delle mutilazioni subite nel 1945, il loro numero diminuì: rimasero tuttavia entro i nostri confini i tedeschi del Tirolo Meridionale, i trentini - di lingua italiana ma di cultura germanica - e gli sloveni di Trieste e di Gorizia, che costituiscono da sempre una minoranza cittadina; per non parlare del fatto che gli stessi triestini hanno forgiato una identità di transizione, in cui confluiscono la radice italiana, quella slava e quella tedesca.
Non era – e non sarà mai possibile in quella zona - fissare il confine su di una base etnica: l’Italia, superato quello del 1915, si attenua progressivamente, mescolandosi con altre identità.
Il fascismo pretese di risolvere il problema mediante l’assimilazione forzata delle minoranze, e causò per questo un risentimento comprensibile, anche se non poteva giustificare quanto sarebbe avvenuto in seguito.
L’unica via percorribile consiste dunque nella riconciliazione tra i popoli e nella valutazione spassionata delle ragioni e dei torti degli uni e degli altri: questo hanno voluto significare Mattarella e Pahor tenendosi per mano davanti ai memoriali dei caduti italiani e sloveni.
Un fenomeno analogo, in dimensioni ben più vaste, si è prodotto quando l’Occidente – in seguito alla caduta del comunismo – ha dilagato verso l’Oriente.
Se la Polonia si è sempre considerata occidentale, soprattutto per via del suo cattolicesimo, l’Ucraina ha invece una identità di transizione.
Anche qui, per giunta – come in tutta l’Europa Orientale - i confini non vengono messi in discussione soltanto nel nome della etnia, ma più ancora rifacendosi alla storia: ciascuno rivendica i territori che gli erano appartenuti nel momento di massima espansione del proprio Stato.
I Polacchi ritengono debba appartenere a loro perfino Smolensk, che si trova addirittura in Russia; l’Italia rivendicò a suo tempo Zara - in effetti annessa da Mussolini - e perfino Spalato, essendo entrambe appartenute alla Repubblica di Venezia.
L’elenco potrebbe continuare all’infinito, ma basti ricordare che tutti gli Ortodossi vorrebbero riprendere Costantinopoli.
Il risultato di quanto avvenuto dopo il 1918, e poi dopo il 1989, è che prima l’Italia, e poi l’intero Occidente, si sono cacciati in un ginepraio, dal quale si rischia di uscire non già con una riconciliazione generale, bensì con il moltiplicarsi delle “pulizie etniche”.
L’unico criterio per distinguere la ragione dal torto consiste nell’attenersi al principio di autodeterminazione, che verrà gravemente violato con l’invasione dell’Ucraina.
Non si tratta dunque di difendere la sua popolazione, ma di difendere noi stessi, in quanto chiunque potrebbe subire a propria volta la negazione di questo diritto.
La Russia dimostra però di ignoralo, come è già accaduto in Cecenia, che costituisce un precedente terribile per Kiev.
Secondo il “Nuovo Zar”, però, gli Ucraini non hanno diritto all’autodeterminazione in quanto non esistono.
Erdogan dice lo stesso a proposito dei Curdi.
Anche Mussolini basava la sua politica di assimilazione forzata su questa asserzione.
Xi Jin Ping, d’altronde, ammette l’esistenza dei Tibetani, ma li massacra lo stesso.
Il destino dei popoli dipende dunque dalla loro capacità di armarsi e di difendersi, da soli o contando sulle necessarie alleanze: cioè dal mero rapporto di forze.
Tutto quanto l’Occidente può fare è ammonire Putin affinché non superi i confini dell’Ucraina, oltre i quali i profughi troveranno l’accoglienza che già si sta predisponendo mediante la costruzione di campi attrezzati, con le baracche riscaldate, le cucine da campo, i servizi igienici chimici e gli ambulatori per l’assistenza sanitaria.
Quanto si doveva evitare era assecondare la “pulizia etnica” praticata dalla Serbia nell’ex Jugoslavia.
Ci riferiamo tanto a quella subita dagli Italiani quanto a quella inflitta in seguito ai Bosniaci ed ai Kossovari.
Questo fu il risultato della scelta, compiuta tanto dai comunisti quanto dai democristiani, di delegare la loro politica balcanica non già ai triestini - che non avrebbero certamente incoraggiato un nuovo irredentismo italiano, ma avrebbero assecondato le aspirazioni di chi voleva distaccarsi dal dominio della Serbia - bensì agli imperiesi.
I quali, con i Balcani, c’entrano come i cavoli a merenda.
Anzi, come le pernici a merenda.

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Mario Castellano  16/2/2022
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