Rivolgiamo in primo luogo i nostri migliori auguri ad Ariel Dello Strologo, prossimo sindaco di Genova.
Abbiamo doverosamente portato il nostro granello di sabbia al suo meritato successo, sul quale non nutriamo alcun dubbio, esortando l'amico Ubaldo Santi ad abbandonare la consorteria di ciarlatani, riunita in quella grottesca "corte dei miracoli" cui la destra ha ridotto lo Star Hotel di Brignole, ritornando ad impegnarsi per il bene della città e dei lavoratori, secondo l'esempio di suo padre.
L'ingresso dei socialisti nella amplissima coalizione che sostiene Dello Strologo porta non soltanto dei voti, ma anche l'eredità di una trsadizione secolare. Dobbiamo anche aggiungere che l'assunzione della guida di una delle grandi capitali regionali d'Italia da parte di un israelita praticante - quale è il Presidente della comunità di Genova - costituisce il giusto riconoscimento per il grande apporto recato dai suoi correligionari al progresso civile del nostro Paese.
Ciò detto, vorremmo soffermarci sul fatto che il candidato ha concesso la sua prima intervista a "Shalom", organo della Comunità Israelitica di Roma. Ciò conferma che l'operazione con cui egli verrà portato alla guida di Genova nasce nella capitale. Ci voleva d'altronde una spinta dall'esterno perchè Genova tornasse consapevole della sua missione di città cosmopolita, e di luogo di incontro tra genti e culture diverse. A questa vocazione della città, il sindaco Bucci ha cercato goffamente di adempiere nominando degli "ambasciatori" (tutti reclutati nelle file della sua parte politica). Serve a poco scimmiottare in modo carnevalesco la gloriosa Repubblica Marinara, travestendosi da doge, quando i rapporti con tanti luoghi del mondo con cui la "Superba" si era legata nel corso dei secoli sono stati interrotti: quando è caduto il Ponte Morandi, da tutti i continenti ci si è rivolti a Genova chiedendo notizie. Ed offrendo aiuto: l'amministrazione comunale non è stata però all'altezza di un così grande prestigio di Genova.
Dello Strologo per restituire alla città il suo ruolo nel mondo, potrà certamente avvalersi del sostegno offerto dall'universalismo israelitico. Se questa è la faccia positiva della medaglia rappresentata dall'intervento di Roma nelle vicende di Genova, c'è però anche la faccia negativa, di cui la visita di Draghi ha offerto la sconsolante visione. Il fatto stesso che il Presidente del Consiglio sia venuto a ringraziare Toti per avere contribuito con il suo partitino alla trombatura della "zia della nipote di Mubarak" dimostra come la Liguria sia ridotta a vendere i suoi voti a Roma per sopravvivere.
Anche i deputati catalani facevano lo stesso a Madrid, ma il loro appoggio ai vari governi spagnoli veniva ceduto a peso d'oro. Noi lo diamo in cambio di un pezzo di pane. L'intera classe dirigente genovese, composta da politici, amministratori, imprenditori pubblici o privati e giornalisti ha osannato Draghi per avere offerto alla Regione l'elemosina di qualche opera pubblica, comunque indispensabile per evitare l'isolamento in una fase storica in cui le distanze tornano a pesare sulla vita delle comunità. Questo significa, per Genova, compiere un passo indietro. Molte volte abbiamo ricordato come Cavour, che aveva vissuto a lungo in questa città (in cui ebbe anche una relazione sentimentale con Anna Giustiniani), conosceva bene il risentimento dei suoi abitanti verso i Savoia, cui la Repubblica era stata ceduta in occasione del Congresso di Vienna: fu così che il conte decise di comprarne il favore costituendo a Genova la cantieristica e l'industria siderurgica del nuovo Regno. La città diveniva così dipendente dalle commesse dello Stato.
Fino a quando la nostra Regione era rappresentata a Roma dalla classe dirigente liberale, e poi da quella cattolica democratica di Taviani, di Bo e di Cattanei, la Liguria aveva voce in capitolo nella capitale, e le sue istanze erano ascoltate dai governi nazionali. Quando ci siamo ridotti a farci governare da Burlando e da Scajola, le commesse non sono più arrivate, le fabbriche hanno chiuso, gli altiforni sono stati spenti, e si è creduto di sopravvivere trasformando l'intero litorale in un solo grande porto turistico.
Una classe dirigente degna del nome avrebbe detto a Draghi che non è lui a farci l'elemosina, ma siamo noi a mantenere Roma con i nostri diritti portuali, il cui intero gettito va ad ingrassare una capitale parassitaria. Barcellona chiede a Madrid tutti i proventi fiscali della Catalogna. Occorre innalzare la bandiera di una autentica autonomia, ma su questo tema la destra e la sinistra tacciono davanti al Governo centrale. Che non spende neanche qualche spicciolo per fare acclamare Draghi dalla "compagnia dell'applauso". La questura, che un tempo si incaricava di organizzarla, ha arrestato uno spostato, reo di avere tirato a Draghi mezzo panino. Si tratta di un modesto emulo di Balilla, ma è stato scambiato per un nuovo Gavrilo Princip: questo è un altro segno della nostra decadenza.