Nei giorni scorsi, il deputato catalano Comin ha tenuto una conferenza presso il Palazzo Ducale, sede del Governo della Repubblica Genova, legata con Barcellona...
Nei giorni scorsi, il deputato catalano Comin ha tenuto una conferenza presso il Palazzo Ducale, sede del Governo della Repubblica Genova, legata con Barcellona da antichi rapporti culturali ed economici, originati dal comune passato di Città proiettate su tutto il Mediterraneo.
L’esponente politico iberico ha osservato giustamente che in Europa ci sono due diversi metodi per modificare i confini: uno è quello democratico e pacifico, l’altro è quello autocratico, che induce a calpestare sul piano del Diritto Internazionale il principio di autodeterminazione, ed a negare nell’ambito del Diritto interno il rispetto della volontà popolare.
Si tratta di quanto sta avvenendo precisamente in Ucraina, e risulta quindi inevitabile schierarsi dalla parte di chi combatte perché questa volontà trovi la sua piena affermazione.
Ciò premesso, dobbiamo rilevare come anche ai Catalani sia stato negato il diritto all’autodeterminazione.
Non è naturalmente ammissibile una comparazione tra Barcellona e Kiev: sia perché in questo caso si è violato il principio del diritto acquisito, calpestando la sovranità di uno Stato già riconosciuto come indipendente, sia perché in Ucraina si sta commettendo - se non un genocidio - certamente un etnocidio.
L’intenzione apertamente dichiarata da Putin consiste infatti nel cancellare, ed anzi nel negare, l’identità stessa di una Nazione.
Non rimane dunque che accantonare, per il momento, le rivendicazioni avanzate nei confronti degli Stati nazionali europei per sostenere la causa di un Paese vittima di una aggressione straniera.
Quando, come auspichiamo, questa causa si sarà affermata, il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione potrà contare su di un ulteriore precedente, che permetterà di estenderlo anche altrove, in tutte le situazioni in cui esso viene rivendicato.
Nel 1915, i nostri nonni presero le armi precisamente nel nome della libertà dei popoli, e quando ritornarono a casa, alla fine della Grande Guerra, molte nuove Nazioni avevano conseguito l’Indipendenza.
Lo steso avvenne nel 1945, con la vittoria conseguita dai nostri padri contro il nazifascismo, che l’aveva negata ai popoli vittime delle sue aggressioni.
Poi iniziò il processo di emancipazione dei Paesi sottoposti al regime coloniale, di cui la nostra generazione è stata testimone, sostenendo per quanto era possibile le loro aspirazioni.
Oggi, se vogliamo essere coerenti con quanto realizzato fino ad ora, dobbiamo unirci contro chi pretende di compiere un passo indietro.
Occorre dunque fare quanto è in nostro potere – purtroppo ben poco – affinché l’Ucraina rimanga pienamente indipendente, senza essere ridotta - nella migliore delle ipotesi – ad uno Stato fantoccio, retto da qualche collaborazionista.
Se qualche merito avremo conseguito nel raggiungere questo scopo, potremo farlo valere in futuro per promuovere la causa della libertà dei popoli.
Questo impone di accantonare anche il contenzioso aperto con il nostro Governo sul rispetto dello Stato di Diritto in Italia: l’aiuto doverosamente offerto all’Ucraina non cancella la lesione che gli è stata inferta quando si è preteso di impiegare impropriamente un atto amministrativo quale atto legislativo, quando lo Stato ha tentato di imporre un pensiero unico in campo scientifico, prefigurando la stessa imposizione in campo politico, e quando sono state limitate arbitrariamente le libertà personali dei cittadini.
Se continuiamo a difendere i nostri diritti, siamo però anche coscienti dei nostri doveri: consistenti, in primo luogo, nell’osservare la disciplina imposta a tutti nelle situazioni di guerra, isolando chi si appresta a collaborare col nemico.
Si tratta, in realtà, di soggetti isolati, squalificati e per nulla rappresentativi.
Lo abbiamo potuto constatare nella nostra piccola realtà, quando il “partito trasversale”, già filoserbo ed ora filorusso, ha mobilitato – malgrado la sua influenza in campo economico - soltanto tre persone.
L’argomento della “solidarietà internazionalista”, che questa parte politica usava per ammantare i propri interessi, deve essere usato in favore delle vittime dell’aggressione, e non a beneficio di chi la commette.
Continueremo naturalmente a vigilare affinché le necessità imposte dallo stato di guerra non vengano usate quale pretesto per limitare indebitamente i diritti stabiliti dalla Costituzione, né per prevaricare le prerogative degli organi titolari della rappresentanza popolare.
E’ stato comunque il Parlamento ad indicare col suo voto da che parte stiamo.
Questo significa che non è necessario violare la sua competenza: tanto gli elettori quanto gli eletti sanno distinguere la ragione dal torto.
Non mancherà dunque mai la coesione necessaria per affermare i principi cui si ispira la nostra convivenza civile.
Alla fine di questa fase storica, che si annunzia lunga e tormentata, vedremo da una parte sorgere una nuova Europa, unita intorno al suo principio fondativo giudaico – cristiano, e dall’altra la rinascita delle piccole patrie regionali, negate dagli Stati nazionali.