Una immagine testimonia - meglio di tutte le altre - che gli Ucraini sono un popolo dalle radici solide e profonde, tali da preservare la sua identità al di là delle prove attraversate in questo momento.
La foto, scattata in prossimità della prima linea, mostra due volontari, un uomo e una donna, mentre celebrano sul campo il loro matrimonio religioso indossando entrambi la divisa - non certo l’alta uniforme, bensì la tuta mimetica – mentre un altro soldato tiene sulle loro teste un elmetto, in sostituzione della corona dorata o di quella di fiori che si usa nel rito cristiano d’Oriente.
Il celebrante non ha evidentemente obiettato nulla in merito a questo strappo alla liturgia: anche le Chiese partecipano allo sforzo in difesa della Patria.
La diaspora che si sta riversando verso l’Occidente andrà a costituire una “Ucraina esterna”, affiancata alla nuova “Russia esterna” (la prima fu composta dai dissidenti al tempo dell’Unione Sovietica).
L’una è composta da chi lascia il suo Paese per non vivere sotto il dominio straniero, l’altra da quanti non condividono la colpa commessa dal regime.
Era stato proprio il russo Lenin ad affermare: “Un popolo che opprime un altro popolo non può essere libero”.
Questa duplice tragedia, di chi è vittima di una ingiustizia e di chi rifiuta di farsene complice, ha prodotto almeno un risultato positivo: quello di offrirci dei buoni esempi.
In primo luogo, abbiamo riscoperto nella solidarietà offerta ai profughi il tratto migliore della nostra pur debole identità nazionale: gli Italiani sono tutti quanti capaci di compatire.
Per quanto ciò risulti curioso, questo verbo non ha, nelle altre lingue, una traduzione letterale: esso indica la capacità di soffrire insieme, cioè di considerare come proprie le pene degli altri.
Questa dote ci ha permesso di essere per una volta uniti, come quando si resisteva sulla linea del Piave, o come quando si doveva cacciare l’invasore nazista.
Nela nostra Città, l’unico soggetto squallidamente assente dalla gara di solidarietà con i profughi ucraini è il “partito trasversale”, quello della selvaggina: che tuttavia si astiene quanto meno dall’usare la sede dei “Democratici” (?!), per rintanarsi in un noto studio professionale, dove si curano gli interessi della Serbia.
Il Rettore del Santuario della Guardia, dove Genova ospita i primi profughi, ha detto che non siamo noi a fare loro un regalo: sono gli Ucraini che ce lo portano.
Questa gente ci offre infatti una testimonianza di fede: fede in Dio, fede nella Patria, fede nella famiglia.
Sono molti – secondo ciò che riferiscono gli inviati di guerra - quanti si sposano prima di partire per la guerra: lo fecero anche molti dei nostri nonni nel 1915.
Oggi, da noi, quasi ci si vergogna di usare le parole “moglie” e “marito”, preferendo parlare di “compagna” e “compagno”: termini non a caso mutuati dal linguaggio politico, e mantenuti in vita quando non si possono più usare per i Partiti, lasciati alle spalle con la fine del Novecento.
Con le libere unioni, sembrano dirci gli Ucraini che si sposano sotto il fuoco nemico, non si affrontano le prove collettive, che richiedono una solidarietà forte tra le persone: come è, appunto, quella della famiglia, oppure quella della Nazione.
Non a caso, il capo del partito di Putin in Vaticano è un poligamo dichiarato.
Tra i convertiti alla causa dell’Ucraina troviamo invece Letta e Salvini.
Il primo aveva scelto come Ministro la Dottoressa Kyenge, che consigliava agli Italiani di avere più mogli, portando ad esempio il proprio padre: il quale aveva generato – a suo dire – ben quarantotto figli, cioè più di quello di Osama Bin Laden, fermatosi a trentasette.
In questo modo, avremmo risolto il nostro problema demografico.
All’epoca, il Presidente del Consiglio non aveva trovato nulla da obiettare.
Anche il “Capitano” esibisce più mogli.
La monogamia praticata dagli Ucraini giunge dunque a proposito, proponendoci un buon esempio.
È peraltro probabile che una comunità così ampia e coesa finisca per costituire uno Stato nello Stato.
Essendo inevitabile l’affermazione di tante identità diverse, non ci sarà in questo caso nulla di male: le sue regole – a differenza di quelle osservate da gruppi di altra origine e di altra religione, per non parlare di certe sette – saranno conformi ai principi morali che noi abbiamo purtroppo rinnegato.