Nel 1914, eseguendo un piano predisposto da tempo dal suo Capo di Stato Maggiore, il Generale Von Moltke, l’Esercito tedesco...
Nel 1914, eseguendo un piano predisposto da tempo dal suo Capo di Stato Maggiore, il Generale Von Moltke, l’Esercito tedesco – dopo avere calpestato la neutralità del Belgio – intraprese l’invasione della Francia, con l’obiettivo di prendere Parigi.
Si sarebbe così replicato quanto era successo nel 1870.
Questa volta, però, le truppe imperiali vennero fermate con quello che sarebbe passato alla storia come il “Miracolo della Marna”, dopo essere arrivate tanto vicino alla Capitale che gli Ufficiali raggiungevano il fronte a bordo dei suoi taxi.
Da quel momento, la Germania era destinata inevitabilmente a perdere un conflitto ormai trasformato in guerra di logoramento: agli “Imperi Centrali” mancava infatti l’autosufficienza alimentare.
Questa storia è parsa ripetersi nel 2022, quando lo Stato Maggiore russo è andato vicino a prendere Kiev, ed a catturare Zelensky: ambedue gli obiettivi sono stati però mancati.
La guerra, malgrado i vantaggi territoriali acquisiti nell’Est dell’Ucraina - esattamente come la Germania li aveva ottenuti nel Nord della Francia – è divenuta di posizione, e dunque – anche in questo caso – di usura.
Vi è però una differenza fondamentale tra le due situazioni: la Russia – diversamente dalla Germania nel corso della” Grande Guerra” – è autosufficiente tanto dal punto di vista energetico quanto dal punto di vista alimentare.
Mentre dunque l’Impero di Guglielmo II era destinato a perdere, Putin non può uscire dall’attuale conflitto né vinto, né vincitore.
Qualcuno dunque, come Lucio Caracciolo su “La Repubblica”, ipotizza uno scenario di tipo “coreano”.
Questo esito potrebbe tutto sommato andar bene all’Europa, dal momento che lascerebbe sussistere una Ucraina indipendente e filo occidentale, sia pure con alcune mutilazioni territoriali.
Più difficile risulta invece la sua accettazione da parte di Zelensky, il quale dichiara l’intenzione di perseguire la riconquista di tutto il terreno perduto, prima nel 2014 e poi quest’anno, salvo forse la Crimea.
A questo punto, la soluzione è nelle mani degli Americani.
I quali dispongono dei mezzi necessari per convincere Kiev ad accettare dei sacrifici analoghi a quelli subiti dalla Polonia nel 1920 e dalla Finlandia nel 1939.
Ciò comporta però la rinunzia, da parte di Biden, all’obiettivo di abbattere il regime di Putin e di disintegrare la Russia.
L’uomo del Cremlino, dal canto suo, potrà presentare le attuali acquisizioni territoriali come una vittoria, senza però avere raggiunto l’obiettivo di “denazificare” l’Ucraina, cioè di farne uno Stato – fantoccio?
Occorre comunque in primo luogo convincere Zelensky a fermarsi, ammesso che le sue truppe siano in grado di avanzare.
In secondo luogo, è necessario persuadere Putin ad accontentarsi di quanto ha già preso.
La vittoria o la sconfitta non si misurano tuttavia in termini di miglia quadrate.
Il successo consisterebbe piuttosto nell’avere dimostrato che la Russia, messa dinnanzi alla prospettiva di venire smembrata – come era avvenuto con l’Unione Sovietica – è in grado di reagire, prevenendo la realizzazione da parte dell’Occidente di tale tentativo e ristabilendo una propria sfera di influenza militare.
Quanto alle altre conseguenze della guerra, e cioè il ricompattamento dell’Europa sotto l’egida americana, nonché l’estensione verso Est dell’Alleanza Atlantica, esse risultavano già prevedibili da parte di Putin prima dell’apertura delle ostilità.
Da parte nostra, ci accontenteremo di non passare l’inverno al freddo, mentre i Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” continueranno a sfamarsi con il grano proveniente dalla Russia e dall’Ucraina: con l’ulteriore vantaggio – per l’Euro Occidentale – di non essere sommersa da una nuova ondata migratoria.
Mosca e Pechino – ma soprattutto quest’ultima – rafforzeranno la loro “leadership” sui Continenti extra europei.
Dovremo, naturalmente, continuare a mantenere i rifugiati ucraini, che non potranno rientrare in un Paese devastato, e pagheremo anche il conto della sua ricostruzione: che sarà dunque molto salato, ma abbiamo tutto l’interesse a vedere finire in qualche modo la guerra.
Il confine dell’Occidente sarà collocato più in qua rispetto al corso del Don, ma risulterà naturalmente rafforzato, assumendo le caratteristiche di una nuova “Cortina di Ferro”.
L’assedio cui siamo sottoposti è però destinato a continuare, pur essendo ampliato il perimetro in cui ci troviamo rinchiusi.
Quanto avremo ottenuto risulterà, in sostanza, un armistizio.
Proprio come quello raggiunto nel 1953 in Corea.