... si sono ritrovati con gli uffici postali praticamente chiusi ...
Questa mattina, tanti nostri concittadini che ancora consideravano la guerra come un fatto lontano ed ininfluente sulla loro piccola realtà quotidiana, si sono risvegliate immersi – loro malgrado – in una dimensione bellica, che ricorda ai più anziani il 1944: le file di poveri che dovevano riscuotere un vaglia (per fortuna non è il “giorno delle pensioni”, altrimenti gli effetti sarebbero risultati ancora più gravi) si sono ritrovati con gli uffici postali praticamente chiusi.
Chi paga – come ricordammo una volta ad un ideologo del Paese di adozione, che si compiaceva per i danni inflitti dalla Russia sovietica al nemico occidentale - è sempre la povera gente.
L’impresa compiuta da pirati informatici al servizio di Putin è opera di ingegneri plurilaureati, appartenenti a pieno titolo alla “nomenklatura” ed appostati (a quanto si racconta) in un bellissimo palazzo di Pietroburgo: cioè di una delle più belle città del mondo, lontana da quella Russia profonda che oggi piange i suoi caduti senza neanche avere una tomba su cui pregare.
Come le “Anime Morte” di Gogol, questi poveretti non sono infatti neanche deceduti ufficialmente.
I commentatori si domandano perché sia stata scelta proprio l’Italia per sperimentare la guerra elettronica mossa da Putin contro l’Occidente.
Noi, senza darci arie di studiosi di geo strategia, abbiamo elaborato un’ipotesi: perché siamo il classico manzoniano “vaso di coccio tra vasi di ferro”.
Se l’attacco fosse stato portato ad un grande Paese dell’Occidente, avrebbe trovato delle difese più efficaci, e soprattutto avrebbe fatto meno danni.
In Italia, invece, Putin, può contare su di uno “Stato nello Stato”: che non riesce (ancora) ad essere tale, ma si accinge a d’inventarlo.
Il capo di questo Stato è un giovanotto milanese, classico “bauscione” parolaio e millantatore, che risponde al nome di Salvini.
Putin dovrebbe ricordarsi di quando questo Signore gli garantì l’opposizione delle Lega alle sanzioni inflitte alla Russia per la Crimea, salvo poi votare a favore.
Evidentemente, però, l’uomo del Cremlino non può contare su qualche altro più credibile collaborazionista.
Se Salvini fosse riuscito ad andare a Mosca (il suo viaggio è comunque soltanto rinviato), si sarebbe qualificato davanti agli interlocutori del Cremlino come un “leader” alternativo a Draghi.
Poco importa il contenuto del suo fantomatico “piano di pace”: conta che il “Capitano” non parli a nome del Governo di Roma, quanto piuttosto a nome proprio.
Putin lo avrebbe dunque ricevuto con tutti gli onori, sancendo con questo il riconoscimento di un potere “de facto” alternativo rispetto alle Istituzioni della Repubblica.
Qualcuno – perfino il pacifista Cardinale Zuppi – ha ricordato al “Capitano” che le iniziative di pace valgono soltanto se sono concordate: se cioè – detto in termini giuridici - si può esibire un accreditamento.
Il problema è che Salvini si accredita da solo.
Facciamo, come nei romanzi di appendice, un passo indietro.
La Lega non ha mai abrogato il primo articolo del suo Statuto, che la qualifica esplicitamente come un soggetto separatista.
Un tempo, questo Partito governava soltanto il Lombardo – Veneto: ora si sono aggiunti il Piemonte, la Liguria, il Friuli e la Provincia di Trento: cioè tutto il Settentrione, con l’unica eccezione dell’Emilia.
È infatti fallito lo sbarco di Salvini sulla sponda meridionale del Po.
Nel 1917, dopo Caporetto, gli Stati Maggiori dell’Intesa suggerivano che l’Esercito italiano ripiegasse su questa linea.
La scelta di resistere sul Piave era sbagliata dal punto di vista militare, ma risultò vincente dal punto di vista politico: lo Stato unitario non rinunziava ai territori rivendicati dall’Austria.
Ora il “Capitano” ha fatto di meglio – dal punto di vista di chi vuole smembrare l’Italia – del Generale Konrad, arrivando con le truppe di Toti e dello svizzero (!) Benveduti ad affacciarsi sul Mar Ligure.
Salvini dimostra – pur senza dichiararlo espressamente - come la Lega non abbia mai effettivamente rinunziato al suo disegno separatista: lo ha soltanto trasferito dal piano etnico a quello ideologico.
L’uomo si reca infatti a Mosca per parlare a nome di una “Italia del Nord” divisa dal Meridione (sia pure esteso fino a Ferrara) in base ad una ideologia reazionaria.
Nella nostra piccola provincia, il più fedele esecutore della strategia di Salvini è un Signore che ha inutilmente tentato di “passare il tunnel”, come si dice da queste parti di chi vuole recarsi da Arma di Taggia a Sanremo.
Per due volte, malgrado tutti gli sforzi della Massoneria “deviata”, il suo sforzo per conquistare Palazzo Bellevue è fallito, avendo gli elettori preferito il pur scialbo Biancheri ad un “gauleiter” di Sonia Viale e di Salvini.
La “Città dei Fiori” fu tra le prime in Italia ad avere un Sindaco della Lega, ma il Consiglio Comunale, pur di destituirlo, decise di fare “karakiri”.
Da allora, la Destra non riesce più a riconquistare il Comune.
Il motivo è semplice: pur essendo una Città conservatrice – come tutte quelle ad economia sovrastrutturale – Sanremo è popolata (insieme a tutta la Provincia) in prevalenza da Meridionali: i quali non dimenticano che la Lega si riuniva nel suo ristorante preferito per compilare le liste di prescrizione in vista di una “pulizia etnica” copiata da Milosevic.
La prospettiva della deportazione non poteva evidentemente entusiasmare la gente proveniente dal Sud.
Ora, però, questa politica razzista trova nuovo alimento in quanto succede nel Donbass: dove – a differenza di quanto accaduto nella “Kraina” croata, in Bosnia e nel Kossovo – non si può respingere l’invasore senza rischiare la guerra mondiale.
Torna dunque in auge il separatismo, sia pure in versione ideologica.
Se ci trovassimo al posto dell’Onorevole Scajola, ci sentiremmo preoccupati: Sonia Viale è di Bordighera, mentre il Sindaco è di Frascati.