Bernard Henry Lévy ha paragonato i difensori dell’Ucraina ai “Soldati dell’Anno Secondo”,...
Bernard Henry Lévy ha paragonato i difensori dell’Ucraina ai “Soldati dell’Anno Secondo”, cioè ai francesi arruolati nell’esercito repubblicano nel 1793: la Rivoluzione contava gli anni a partire dal 1792, quando era stato abolito il cosiddetto “Ancien Régime”.
Precisamente nel giorno in cui la Convenzione proclamava la Repubblica, cioè il Venti Settembre del 1792 (la coincidenza con il capodanno massonico non fu probabilmente casuale), c’era stata la vittoria di Valmy, riportata contro i Prussiani dall’Esercito detto “Straccione”.
Rispetto al quale, quello composto dai “Soldati dell’Anno Secondo” non era la stessa cosa.
Le prime forze armate rivoluzionarie erano infatti costituite dai Sanculotti, accorsi come volontari per difendere la Francia dall’invasione.
Successivamente, ci fu invece una coscrizione, ma quanti venivano mobilitati agivano anch’essi prevalentemente mossi dall’entusiasmo e dalla adesione alla Rivoluzione, e non tanto in obbedienza ad una prescrizione delle nuove Autorità.
Esistevano già, nell’Europa di quel tempo, due eserciti basati sul servizio militare obbligatorio: uno era quello prussiano, voluto da Federico II; l’altro era quello piemontese, creata da Emanuele Filiberto.
Il quale doveva disporre di molti soldati per partecipare alle guerre europee, vincendo per gli Imperiali di Carlo V e di Filippo II la battaglia di San Quintino.
La coscrizione decisa dalla Repubblica Francese non fu tanto l’espressione di un precetto, di una prescrizione imposta dalla Legge, quanto piuttosto di un appello – raccolto quasi unanimemente – allo spirito nazionale, che si era ormai fuso con quello rivoluzionario: gli aristocratici emigrati in Germania venivano considerati dei traditori, ed il popolo si identificava con la Repubblica.
Non a caso, Kellermann e Dumouriez avevano animato le loro truppe a Valmy al grido di “Viva la Nazione!”.
Prima, si gridava “Viva il Re!”
Anche se in seguito i “Soldati dell’Anno Secondo” si sarebbero trasformati in militari di professione, e se l’obbligo di prestare servizio nell’Esercito avrebbe reso via via più impopolare una mobilitazione non più spontanea, la coscrizione decisa dalla Repubblica mantenne almeno formalmente la sua ispirazione originaria, quella cioè di una scelta civile.
Ancora oggi, l’equivalente francese della nostra Associazione dei Combattenti e Reduci si chiama “Associazione dei Combattenti Repubblicani”.
La coscrizione tende dunque a mantenere – almeno formalmente - il carattere originario di chiamata alle armi della Nazione: non già motivata da un generico patriottismo, ma da dall’adesione ad un’ideologia.
In Italia avvenne – ad un livello inferiore – qualcosa di simile, in quanto militando nell’Esercito si manifestava l’adesione all’ideale unitario.
Che naturalmente non era condiviso da tutti: nel Meridione, la renitenza rimase alta anche molto tempo dopo la fine del cosiddetto “brigantaggio”, cioè dell’insurrezione contro l’annessione al Piemonte.
È di questi giorni la notizia che la Germania considera di ripristinare il servizio militare.
La Svezia lo ha già reintrodotto, e la Finlandia non lo ha mai abolito, come tutti gli altri Stati dell’Europa Orientale.
L’Esercito dell’Ucraina, praticamente inesistente al di fuori delle unità di volontari che non hanno mai smesso di combattere nel Donbass, si è costituito come risposta all’invasione.
Esso rappresenta dunque la manifestazione di uno spirito nazionale, anziché di un potere – in realtà molto debole – esercitato dallo Stato.
Risulta giusto dunque il paragone tracciato da Lévy con i “Soldati dell’Anno Secondo”.
Se ricostituissimo anche noi – come si accinge a fare la Germania – un Esercito non più di mestiere, quali caratteristiche avrebbe?
Dalla risposta a questa domanda, dipende la sua tenuta, e dunque la capacità del Paese di difendersi.
La coscrizione venne abolita in tutta l’Europa Occidentale in quanto il servizio militare era divenuto – oltre che eccessivamente dispendioso – anche troppo impopolare.
I vari Stati scontavano una contraddizione insanabile tra le dichiarazioni pacifiste contenute nelle loro Costituzioni e l’esistenza di una Istituzione che le contraddiceva per il solo fatto di esistere.
Una volta, ci capitò di partecipare ad un dibattito sulla legalizzazione dell’obiezione di coscienza.
Spiegammo che si trattava di lasciare ad ogni cittadino la scelta su come favorire la pace: prendendo le armi, si applicava il principio “si vis pacem, para bellum”; rifiutando di portarle, si operava per rimuovere le cause di una possibile guerra.
A questo punto, il Colonnello Comandante la Guardia di Finanza – che aveva partecipato alla Resistenza – si alzò e domandò: “Chi difende il Paese se c’è una invasione?”
All’epoca, questa era la classica “ipotesi di scuola”.
Oggi non lo è più, e dunque occorre – a distanza di tanti anni – dare una risposta.
Se è necessario armarsi, ci si arma.
Avendo vissuto sedici anni di guerra civile nel Paese di adozione, questa possibilità non ci spaventa.
Il problema consiste nel nome di che cosa si prendono le armi.
Un esercito sta in piedi soltanto se ha delle motivazioni, che rendono possibile sopportare ogni inevitabile disagio.
Nel nostro caso, non ci si può mobilitare nel nome di una identità comune, che venne inventata in passato, ma poi dissolse due volte, come abbiamo scritto infinite volte: prima a Caporetto, e poi l’Otto Settembre.
Non rimane allora che sollevare la bandiera della democrazia rappresentativa, contrapposta a quella dell’autocrazia.
Precisamente come nel 1915 – e poi nel 1943 - si sollevò la bandiera del principio di sovranità popolare, prima in opposizione al principio di legittimità, e poi precisamente per reagire ad una invasione.
Un esercito di leva non ci sarebbe d’altronde solo in Italia, ma in tutto l’Occidente.
Che troverebbe nella scelta della democrazia e dello Stato laico il proprio denominatore comune: cioè la propria identità collettiva.