Un giorno, gli storici si domanderanno quando è iniziata la ritirata dell’Occidente
Un giorno, gli storici si domanderanno quando è iniziata la ritirata dell’Occidente: qualcuno dirà che si deve risalire alla fina della Seconda Guerra Mondiale, cui seguì la cosiddetta “decolonizzazione”, ma noi crediamo che la data fatidica sia stata il 28 giugno del 1914, quando esplose a Sarajevo la polveriera dei Balcani.
Ogni tanto, però, un Presidente degli Stati Uniti, intenzionato a dimostrarsi più energico dei predecessori, afferma di avere fermato l’avanzata del nemico.
Valga per tutti l’esempio di Reagan, che smantellava nell’Europa Orientale il cosiddetto “Impero del Male”, ma intanto abbandonava al suo destino il Libano, cioè l’eredità occidentale delle Crociate.
Ora gli sforzi di Biden si concentrano di nuovo sul versante Est, con la difesa dell’Ucraina.
Alla quale si danno quantità enormi di armi, ma dove non si possono mettere gli “scarponi sul terreno” per evitare la guerra mondiale.
Il Vietnam e l’Afghanistan, anch’essi inondati di materiale bellico americano (caduto in mano del nemico), vennero tuttavia abbandonati anche se questo rischio non esisteva.
Mentre si combatte nel Donbass – o forse proprio a causa dei costi di quella guerra – si evacua l’Italia.
Dove il filoccidentale ed “anglosassone” Draghi ha sostituito il filorusso e filocinese Conte, giungendo a Palazzo Chigi giusto in tempo per sentirsi dire che alla nostra povera Repubblica non si fa più credito.
Ciò risulta comprensibile, dato che ci comportiamo come quanti chiedono dei soldi solo per ubriacarsi: noi li dilapidiamo in spese demagogiche ed improduttive come il “bonus edilizia” ed il reddito di cittadinanza.
Inizia tuttavia la canea antieuropea dei Salvini e delle Meloni, che accusano Bruxelles e Francoforte di tramare contro l’Italia.
Se l’abbandono di Roma da parte dell’Occidente comporterà il loro acceso al potere, costoro copriranno di retorica terzomondista ed “antimperialista” la miseria che si prospetta dopo la fine dei sussidi sociali.
E’ stato segnalato il rientro in zona di un noto populista – naturalmente “di Destra” – forgiato nella temperie delle dittature latinoamericane, il quale sta promuovendo – tanto per cambiare – un nuovo Partito.
Questo è il personale politico che si accinge a governarci.
Qualcuno ipotizza, constatato il fallimento di Draghi, un Governo ancora più “tecnico” dell’attuale.
Impresa certamente ardua, da momento che non sono già più nelle mani dei Partiti gli Esteri (il cui portafoglio è assegnato di fatto al Presidente del Consiglio), gli Interni, l’Economia, lo Sviluppo e la Giustizia, più il Sottosegretariato ai Servizi.
Rimane soltanto la possibile nomina di un Generale quale responsabile di Palazzo Chigi, dove nel frattempo i funzionari civili sono stati comunque già rimpiazzati da Ufficiali delle Forze Armate.
Le quali, se dovessero conquistare il potere civile, potrebbero essere tentate da una deriva di tipo “nasseriano”: ve ne sono delle avvisaglie in uno spirito di corpo che tende a degenerare in senso di superiorità rispetto a chi non indossa l’uniforme.
Questo, d’altronde, succede sempre quando i militari acquisiscono potere al di fuori delle caserme.
L’origine meridionale di tutti gli Alti Gradi può favorire una simile tendenza, che emulerebbe infiniti precedenti terzomondisti.
Chi ha vissuto in quell’ambiente, sa benissimo che vi si trovano due categorie di persone particolarmente preparate: i militari ed i componenti del clero, in quanto ambedue provenienti dagli strati sociali più bassi, per i quali l’ascensore sociale funziona quando si ha la possibilità di studiare, andando all’Accademia o al Seminario.
L’antidoto consisterebbe in una ripresa della politica: vale a dire nell’affermazione della cultura politica, ai cui possessori la gente conferisce spontaneamente la propria rappresentanza.
Qui, però, “sunt lacrimae rerum”: il mercato offre soltanto dei ciarlatani, come Renzi, Salvini e la Meloni, oppure dei velleitari come Letta.
Al quale si deve la scoperta di persone come la Kienge, la quale proponeva di riconoscere gli effetti civili del matrimonio poligamico.
Il che, a suo dire, avrebbe risolto il problema demografico: ella stessa si vanta di avere quarantasette fratelli (aventi in comune, beninteso, soltanto il padre).
La politica può dunque riprendere auge soltanto dal basso, partendo dalla base del Paese.
Mentre però Roma naufraga nella corruzione, popolata sempre più di faccendieri, di pennivendoli e di ogni sorta di ciarlatani che gravitano sui palazzi del potere dell’una e dell’altra sponda del Tevere, anche la provincia marcisce.
I fatti di Imperia lo dimostrano.
Quando un Sindaco finisce in prigione per duemila Euro, questo significa che non c’è neanche più la capacità craxiana di pensare – e di rubare - in grande, dimostrata da episodi come la famosa “tangente Enimont”.
In quel tempo, almeno, ci si appropriava dei miliardi: sia pure al prezzo di gravissime degenerazioni del costume civile, la politica manteneva una capacità di indirizzo.
Oggi, invece, gli amministratori locali sono ridotti al livello di ladri di galline, praticando una forma di criminalità legata alla sopravvivenza, connaturata con la frammentazione del potere.
Come nella decadenza dell’Impero, i potentati locali non mettono formalmente in discussione la supremazia di Roma, ma approfittano della riduzione del potere centrale per consumare i loro loschi traffici.
Le consorterie, una volta di dimensione nazionale, si frammentano ora sempre di più: si dice che l’impero (si fa per dire) dei “Bassotti” si estenda ormai da Cervo a San Lorenzo.
Nelle sue mappe, oltre Capo Mimosa, è annotato “hic sun leones”.
Questa tendenza a restringersi rende da un lato più famelici, e dall’altro accorcia le vedute.
Il peggior destino che può attendere l’Italia non è la Jugoslavia, dove almeno si sono ricostituiti - su di una base etnica - dei piccoli Stati.
Noi possiamo viceversa diventare come il Congo, dove soltanto nella regione orientale operano più di cento gruppi armati, alcuni dei quali “politici”, altri “religiosi”, altri tribali, altri ancora composti da criminali “comuni”.
Chi obietta che i reati amministrativi sono incruenti, deve fare attenzione a quanto avvenuto sul Garda, dove si sono scatenati i Magrebini; oppure a Milano, teatro di scontri di strada tra italiani e zingari romeni.
Unica possibile soluzione è dunque il richiamo in servizio dei “tifosi” della pallanuoto.