Quanto accaduto tanto a Palermo, la più meridionale e “terzomondista” ...
Quanto accaduto tanto a Palermo, la più meridionale e “terzomondista” delle Città chiamate al voto amministrativo, quanto a Genova - che viceversa è una metropoli settentrionale, forse la più prossima culturalmente all’Occidente - rivela come tutta l’Italia sia accomunata dallo stesso destino.
Nel capoluogo della Sicilia, moltissimi Presidenti di Seggio hanno dato “forfait”, essendosi “ammalati” tutti insieme.
Notoriamente, le persone chiamate a questo ufficio vengono reclutate di preferenza tra gli alti ranghi dell’Amministrazione Pubblica: la quale un tempo era nota per la sua incondizionata dedizione allo Stato.
Molti suoi componenti si vantavano di non avere mai fatto un giorno di malattia, ed anzi di essersi recati a lavorare ancorché colpiti da qualche morbo.
Costoro inoltre, a differenza degli altri cittadini, prestano giuramento di fedeltà allo Stato nel momento in cui sono assunti al suo servizio.
La Costituzione stessa li chiama a svolgere le loro funzioni con “disciplina ed onore”.
Da tutti, dunque, ci si poteva attendere un atto di disobbedienza civile, meno che da loro.
Quando usiamo il termine “disobbedienza civile”, in realtà, nobilitiamo il loro comportamento: quanti la mettono in atto, come avviene quando si rifiuta di collaborare con una Autorità ritenuta illegittima, proclamano le proprie motivazioni.
I funzionari in servizio a Palermo hanno invece agito in stile mafioso.
Il Generale Dalla Chiesa – il quale i mafiosi li conosceva fin troppo bene – a chi gli chiedeva di definirli rispose una volta: “Un mafioso è uno che ti dice caro amico”.
C’è da giurare che questi servitori infingardi dello Stato abbiano fama, nei loro rispettivi uffici, di uomini “terribili” (con due “b”), sempre pronti a redarguire i subordinati per ogni minima infrazione.
Che cosa si proponevano disertando le loro funzioni?
Il “quorum” nei referendum non si sarebbe comunque raggiunto, e per quanto riguarda le elezioni comunali si è risolto il problema accorpando diverse sezioni.
Poiché la norma tace a questo riguardo, la Prefettura ha agito “praeter legem” (e probabilmente non “contra legem”), prestando comunque il fianco ad una impugnazione del risultato da parte di chi ha perso.
Anche nella denegata ipotesi che le elezioni si ripetano per ordine della Magistratura Amministrativa, Palermo sarà di nuovo prevedibilmente colpita da una epidemia, la quale si accanirà sui Presidenti di Seggio.
I quali dovrebbero essere sottoposti a procedimento penale per turbativa di Funzione Pubblica, o quanto meno per omissione di atti di ufficio.
La Procura apre invece - con involontario umorismo – una indagine “contro ignoti”: probabilmente, i Pubblici Ministeri, dando credito all’asserita malattia, ritengono che qualche “untore” l’abbia propagata di proposito.
Viene dunque data per certa la veridicità dei certificati medici, senza disporre delle visite fiscali: che sono invece comminate ai “travet” non abbastanza diligenti.
La verità è che un congruo numero di funzionari pubblici ha voluto mandare un chiaro messaggio allo Stato, cui dice in sostanza di non riconoscerlo come legittimo, malgrado il risultato elettorale sia certamente gradito alle cosche.
Probabilmente, si vuole dichiarare pubblica obbedienza proprio ai mafiosi.
A Genova, ci sono tre vincitori.
Il primo è, naturalmente, Bucci.
Il secondo è Burlando, al quale è bastato usare la Paita come “killer” del povero Dello Strologo, senza neanche doversi esporre in prima persona.
Una volta, chi tradiva incassava solo trenta denari: oggi sono in ballo i porti turistici.
Il terzo è Salvini, il quale dimostra – malgrado le sue disavventure nella lontana Moscovia, o forse proprio a causa di quanto avvenuto in quel lontano Paese – di poter fare ciò che vuole.
Questo risulta tanto più grave perché a Genova – diversamente da Palermo – non influiscono fattori locali di carattere mafioso.
Gli Argentini dicevano: “Mentiroso y ladròn, queremos a Peron”.
Il capo dei “Descamisados” veniva infatti gradito non già malgrado i suoi difetti, bensì proprio a causa di essi.
Il “Capitano” si era distinto per la sua disastrosa gestione del Viminale: neanche il Questore è ufficiale di Polizia Giudiziaria, e tanto meno il Ministro, ma il Nostro tentò addirittura di eseguire un arresto in favore di telecamere.
La Procura, tuttavia, nemmeno ipotizzò l’esercizio abusivo di Funzione Pubblica.
Ciò malgrado, Salvini mantiene una influenza sull’apparato dell’Interno tale da esibire risultati elettorali degni del periodo giolittiano, quando Salvemini definì lo statista di Dronero – che pure vantava ben altra statura politica rispetto al capo della Lega – come “Ministro della Malavita”.
Genova tocca il punto più basso della sua decadenza: Taviani, che pure la dominava, non si oppose quando si costituì la prima Giunta di Sinistra, formata da Comunisti, Socialisti e Socialdemocratici.
Oggi si consuma alle spalle del nostro Capoluogo un baratto tra l’appoggio fornito da Toti a Draghi e quello ricambiato del banchiere all’impiegato della Fininvest, nominato “gauleiter” della Liguria.
Il tradimento consumato ai danni della Repubblica dai suoi nobilastri, mandati al Congresso di Vienna per difenderla e ritornati dopo averla venduta, viene scontato dai loro lontani discendenti.
Povera Genova, povera nostra Liguria!