LETTERA APERTA A PADRE ALBERTO CASELLA
Molto Reverendo Padre Casella,
Ella ha voluto rompere - senza alcun motivo plausibile – la nostra amicizia, mancando gravemente di rispetto ad un uomo più anziano di Lei.
Io non ho mai tradito un amico, e tanto meno ho mai offeso un Sacerdote, che per me – quale credente – è sempre “Alter Christus”, a prescindere dalle sue eventuali debolezze umane.
In merito al Suo comportamento, mi limito ad osservare come un uomo che tradisce un amico soltanto per compiacere i propri padroni dimostri di avere perduto il rispetto di sé stesso.
Vale comunque la pena cercare di capire le motivazioni dell’ordine che ha ricevuto, e puntualmente eseguito.
L’ambiente confessionalista lombardo, riunito intorno a “Comunione e Liberazione”, dopo la parziale emarginazione subita in seguito all’avvento di Bergoglio, sente che si avvicina il momento della riscossa.
Per capirne i motivi, basta ascoltare Padre Fanzaga: la crisi dello Stato italiano, incapace di affrontare una crisi non soltanto sociale ed economica, ma prima di tutto morale e culturale, desta in tutti quei soggetti da cui esso viene considerato illegittimo – “in primis”, per l’appunto, i fautori dello Stato confessionale – la speranza di rovesciarlo, sostituendolo con un nuovo Potere Temporale.
Per quanto riguarda la nostra povera Repubblica, basta leggere quanto modestamente scrivo per rendersi conto di come io sia perfettamente cosciente della sua incapacità di riformarsi, e dunque di perpetuarsi.
Approfittarne per abbattere lo Stato laico significa però gettar via il bambino con l’acqua sporca.
I suoi amici confessionalisti sono comunque anch’essi tra i primi e maggiori responsabili della crisi attuale.
Ella, Reverendo Padre Alberto, eccelle nelle Scienze Religiose: al punto di avere “in gran dispitto” chi non è munito di una cultura paragonabile alla Sua.
C’è tuttavia una materia in cui forse io ho qualcosa da insegnare, tanto a Lei quanto ai suoi amici che hanno (male) amministrato la Lombardia, ed è il Diritto Pubblico.
Milano è l’unica grande Città d’Italia che perse il rango di Capitale proprio quando le altre lo assumevano: nel 1535, morto Francesco II Sforza, venne ceduta agli Spagnoli, sul cui dominio basta fare rimando a quanto scrisse il lombardo Manzoni.
Poi venne, dopo il Trattato di Utrecht del 1713, quello ben più illuminato e corretto degli Austriaci: sotto il quale, però i Lombardi poterono amministrarsi, ma non governarsi.
In Spagna si dice che “asfaltare non è governare”: poco male, però, finché non si fa la cresta sui lavori pubblici.
Il fatto è che la mancanza di una prospettiva, di un disegno che vada al di là dello “hic et nunc” porta inevitabilmente al ristagno ed alla corruzione.
Che sotto il governo dei discepoli di Don Giussani – Dio lo perdoni! - essendo rinviato ad un imprecisato futuro il disegno di costituire lo Stato Confessionale, si è diffusa sotto il pretesto di una teoria giuridica aberrante, ma assurta ad ideologia ufficiale del “Pirellone”: il cosiddetto “Principio di Sussidiarietà”.
In base al quale, quando l’Ente Pubblico – soprattutto per motivi economici – non sia più in grado di svolgere una funzione ad esso assegnata dalla Legge, gli subentra un soggetto di Diritto Privato.
Bastava dunque accertare – non sempre secondo un criterio disinteressato – che la Regione non poteva mantenere aperta una scuola perché quella pubblica venisse sostituita con un’altra: naturalmente privata, e già predisposta – guarda caso -  da “Comunione e Liberazione”.
Io sono a favore della libertà di insegnamento: se i genitori vogliono mandare i figli alla scuola cattolica, o israelitica, o islamica, ne hanno il pieno diritto.
La Costituzione afferma però che ciò deve avvenire “senza oneri per lo Stato”.
Nel caso della Lombardia, questi oneri l’Ente Pubblico li assumeva però per intero.

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Mario Castellano  2/7/2022
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