Un fraterno amico sardo, sardista ed indipendentista (risulta molto raro trovare delle persone nelle quali le tre qualifiche non coincidano, per cui la differenza intercorre unicamente tra i separatisti dichiarati e quelli taciti) ci ha esortati a scrivere su Bainzu Piliu.
Sentendolo nominare per la prima volta, credevamo che il nostro interlocutore avesse pronunziato una frase – per noi incomprensibile – nella sua bella lingua.
Nella quale sappiamo dire soltanto “Salute e tribù”, espressione che pronunziamo ogni qual volta incontriamo questo nostro concittadino di adozione; il quale immancabilmente risponde che “la salute non manca, ma non abbiamo i soldi”.
Abbiamo dunque svolto una ricerca su Bainzu Piliu, con l’aiuto della nostra preziosa collaboratrice – nonché “chaperon” in materia elettronica – la Signora Tiziana Amelio in Ascheri, anch’ella sarda, sardista ed indipendentista.
L’unico fautore di questa causa di cui avevamo sentito parlare in precedenza era “Doddore” - cioè Salvatore – Meloni, che è risultato appartenere allo stesso gruppo di Piliu, con il quale ha condiviso anche l’esperienza del carcere.
In occasione della sua morte – i testi sardisti che abbiamo consultato affermano sia stato “suicidato” – avvenuta in prigione in seguito ad uno sciopero della fame, eravamo intervenuti una prima volta sul tema dell’indipendentismo, paragonando Meloni con un altro illustre sardo, cioè Antonio Gramsci.
Il quale volle morire da detenuto, avendo rifiutato di chiedere la libertà provvisoria per motivi di salute, benché tale “escamotage” per evitare la domanda di grazia gli venisse suggerito personalmente da Mussolini.
Il “Duce” era più avveduto dei nostri attuali governanti, e temeva che una vittima illustre del regime divenisse una bandiera per gli oppositori: il che puntualmente avvenne, tale essendo lo scopo perseguito da Gramsci, intenzionato a gettare contro il fascismo il proprio cadavere.
Altrettanto fece Meloni contro lo Stato centralista, le cui Autorità però neanche si avvidero che stavano cadendo in trappola.
Questo, d’altronde, era avvenuto nel momento stesso in cui arrestavano Meloni per “evasione fiscale”: il reato era stato in effetti commesso, non però al fine di arricchirsi, bensì perché l’uomo non riconosceva come legittimo il dominio italiano.
Piliu, a sua volta, venne condannato per avere espressamente affermato il diritto dei Sardi all’Indipendenza, pur avendo sempre perseguito tale causa astenendosi da ogni forma di violenza, e proibendola ai propri seguaci.
“Io la mando in Sardegna!” era la classica frase che si rivolgeva ai funzionari dello Stato quando commettevano una asserita scorrettezza.
In effetti, i poveri sardi dovevano sottostare a tutti i poliziotti ed impiegati pubblici che sul Continente si erano effettivamente o presuntamente comportati male.
Con questa prassi, lo Stato affermava il proprio carattere razzistico e colonialista: l’impiegato infedele poteva maltrattare a suo agio i concittadini che avevano commesso il torto di nascere sull’Isola.
I quali logicamente finirono per concepire un forte risentimento nei riguardi del nostro dominio.
Cossiga, che si ricordò di essere sardo soltanto “post mortem”, avendo chiesto di essere sepolto avvolto nella bandiera con i “Quattro Mori”, diceva che la sua Regione era l’opposto della Svizzera: la quale non costituisce una Nazione, ma vuole essere indipendente, mentre la Sardegna è una Nazione che non intende divenire indipendente.
Uno degli Autori che commemorano Pilu giunge ad una conclusione sconsolata: “Il Sardo (…) non è pronto, non è mai stato pronto e non lo sarà mai ad una rivoluzione culturale, che preveda il distacco da un centralismo Italiano”.
L’altro commentatore nutre invece la “certezza che è solo questione di tempo” e “la Sardegna ritornerà libera”.
Forse, hanno ragione tutti e due: l’Indipendenza costituisce per i Sardi una categoria metapolitica, ed anche metastorica, come era successo per quasi venti secoli nel caso degli Israeliti; i quali ripetevano sempre “l’anno prossimo a Gerusalemme”, ma collegavano questo evento con la venuta del Messia, cioè con una verità di fede, per sua natura non verificabile.
Perché l’evento si producesse, fu necessario che lo postulasse per l’appunto un non credente come Teodoro Herzl: il quale – essendo agnostico – credeva soltanto nella realtà fattuale.
Gli indipendentisti sardi compiono un atto di fede nel mito: il che da un lato li rende insensibili alle smentite provenienti dalla realtà, ma dall’altro lato fa di loro delle persone assolutamente convinte, come sono appunto tutti i credenti.
Conseguita l’Indipendenza di Israele, qualcuno ha ritenuto che ciò costituisse la dimostrazione “a contrario” della venuta del Messia: non già identificato con Davide Ben Gurion, bensì con il movimento sionista nel suo insieme.
Da questo punto di vista, le persone come Meloni e Piliu svolgono una funzione analoga a quella – il paragone non sembri irriverente – di Gesù Cristo.
Il quale non restaurò il Regno di Israele proprio in quanto proclamava “Regnum meum non est de hoc mundo”.
Meloni e Piliu sono dunque dei tipici antieroi: essi non si sacrificano per dimostrare che l’obiettivo è possibile, bensì proprio per dare la prova che non è possibile.
Se così stanno le cose, obietteranno i Sancio Pancia della situazione, perché sacrificarsi?
Precisamente per essere degli eroi, che tanto più risultano tali quanto più il loro gesto risulta inutile.
Onore, dunque, a “Doddore” Meloni ed a Bainzu Piliu, onore alla Sardegna!

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Mario Castellano  10/7/2022
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