Il Vescovo di Verona ha fatto campagna elettorale contro il candidato del Centro ...
Il Vescovo di Verona ha fatto campagna elettorale contro il candidato del Centro Sinistra alle elezioni comunali, tacciandolo di istigare alla sodomia soltanto perché riconosce i diritti degli omosessuali.
Poiché un Sacerdote si era dissociato da questa presa di posizione, ritenendo giustamente che l’Autorità Religiosa non debba intromettersi nelle vicende politiche, il Presule lo ha destituito dall’insegnamento.
La vicenda è finita comunque bene: il candidato contestato – che tra l’altro è un cattolico praticante - ha vinto le elezioni, ed il Vescovo è stato sostituito.
Se la Santa Sede fosse intervenuta soltanto pochi giorni prima, avremmo evitato questa estemporanea ed anacronistica ricaduta nel “ruinismo”.
Verona è stata trasformata in una sorta di capitale dell’Italia clericale, a causa dell’effetto combinato dei convegni ivi celebrati dai fanatici confessionalisti, della presenza di un Sindaco leghista che - come tutti i suoi compagni di partito - è passato disinvoltamente dal paganesimo al tradizionalismo e di un Vescovo intenzionato a ricostituire una sorta di Stato Pontificio.
Il fatto di vivere in un’altra Regione non ci mette tuttavia al riparo, perché anche da noi vi è chi agisce per questi stessi scopi.
I capi della Repubblica di Venezia – dicono gli storici – furono tentati di aderire alla Riforma Protestante, e comunque la “Serenissima” diede i natali a Fra’ Paolo Sarpi, storico cattolico ma critico della Controriforma, opposto a Roberto Bellarmino e vittima per questo di un tentato omicidio da parte di sicari pontifici.
Rimase famoso il suo commento: “Cognosco stilum Romanae Curiae”.
La Liguria diede i natali a Giuseppe Mazzini, ma furono proprio dei soggetti di radice non cattolica – non per caso anch’essi aderenti alla Lega – a propugnare, proprio qui nel Ponente, una secessione ispirata da motivazioni reazionarie.
All’epoca, nel silenzio della Autorità civili della Regione, fu l’Arcivescovo Metropolita Monsignor Bagnasco a pronunziarsi apertamente contro questo disegno.
Ciò significa che il confine tra il progresso e la reazione non divide i credenti dai non credenti, ma interseca questa divisione.
Il clima che si respira – tanto nella Chiesa quanto nella società italiana, e più in generale in tutto l’Occidente – rivela comunque una crescita dell’intolleranza.
Gli Stati Uniti rischiano una nuova guerra civile, causata dalla impossibilità di fare convivere degli Stati confessionali con degli Stati laici.
Ritorna in mente il famoso discorso di Lincoln sulla “casa divisa” tra quanto ammettevano la schiavitù e quanti la rifiutavano in base al principio di eguaglianza.
Nel nostro piccolo, registriamo l’atteggiamento di un Sacerdote – reclutato da un noto movimento confessionalista – il quale ha rotto l’antica amicizia con noi soltanto perché non abbiamo costretto nostra moglie a convertirsi.
Il che, secondo lui, costituisce un gravissimo peccato.
Noi riteniamo viceversa che il peccato lo avremmo commesso mancando di rispetto alla libertà di coscienza di un’altra persona.
Su “La Repubblica” è apparso un articolo a firma di Paolo Rodari che – pur senza espressamente riferirsi alla vicenda di Verona – formula a questo riguardo il commento più appropriato.
Secondo Rodari, il Papa è oggi il miglior difensore della democrazia, ma “la vuole difendere anzitutto a partire dall’identità del soggetto storico autonomo che l’ha scelta e la costruisce: appunto il popolo. La democrazia è l’orizzonte normativo attuale, ma solo in quanto è iscritta nella cultura storicamente data: cultura che, paradossalmente, rappresenta la totalità della vita di un popolo”.
E’ indubbio che la democrazia si trovi oggi a rischio.
Molti però affermano che il pericolo derivi dalla tendenza all’identitarismo.
Noi ci permettiamo di non essere d’accordo.
Se la democrazia entra a far parte dello “idem sentire” di un popolo, del suo patrimonio ideale, se diviene una sorta di eredità genetica, tanto più essa si rafforza quanto più questo popolo afferma la sua indipendenza.
Da questo punto di vista, l’Ucraina costituisce un esempio importante.
Questo Paese viene anche chiamato la “Piccola Russia”: quanto però la distingue da quella “Grande”, e l’ha motivata a resistere, è la contiguità con l’ideale liberaldemocratico dell’Occidente.
Si tratta certamente di un ideale che gli Ucraini hanno rielaborato a loro modo, ma lo hanno comunque introiettato fino a renderlo un elemento costitutivo dell’identità nazionale.
Le sorti della democrazia italiana dipendono dalla nostra capacità di compiere la stessa operazione.
L’aspirazione all’Indipendenza – anche, se del caso, quella regionale – non può assolutamente coincidere con una tendenza al regresso delle libertà civili.
Che in Italia – non dimentichiamolo – si sono storicamente intrecciate con quelle proprie dei Comuni e dai campanili.
Per questo, ogni volta che si è affermato il centralismo, la libertà è regredita.
La Repubblica – afferma la Costituzione – “riconosce e promuove le autonomie locali”: le quali vengono riconosciute proprio in quanto preesistenti allo stesso Stato unitario.
Chi sono oggi i fautori del centralismo?
Non a caso, la Meloni e Salvini: l’una in quanto intende restaurare il fascismo, l’altro perché detesta i principi di libertà e di eguaglianza.
La libertà come limite al potere, l’uguaglianza come opposto del razzismo.