Il giornalista de “La Repubblica” incaricato di rispondere alle lettere dei lettori ...
Il giornalista de “La Repubblica” incaricato di rispondere alle lettere dei lettori - il quale da ieri deve svolgere le funzioni di uno psicologo assediato da una torma di pazienti afflitti da frustrazione - irride l’asserita sub – cultura della Destra, facendo un solo fascio delle letture raffazzonate della Meloni (la quale certamente non brilla per profondità di pensiero), che includono un pensatore originale come Julius Evola, ingiustamente tacciato dalla Sinistra di essere un ciarlatano, e due buoni scrittori come Tolkien e Buttafuoco.
A proposito del quale l’intellettualità “progressista” commette lo stesso errore compiuto a suo tempo per D’annunzio, consistente nello sminuirne il valore letterario a causa della valutazione sulle opinioni e le azioni politiche, certamente discutibili.
La cultura della Meloni è indubbiamente limitata: le manca completamente, infatti, la conoscenza – che non comporta di certo la condivisione – della cultura liberale.
Questo potrà influire negativamente sulla sua attività di Governo: un politico deve sempre capire le motivazioni ideali – quando, naturalmente, ci sono - dei suoi competitori.
Altrimenti, cade nell’oscurantismo: la quale è cosa completamente diversa dalla reazione, che è sempre fondata sulla conoscenza delle ragioni della parte avversa, anche se comporta il loro ripudio.
L’esempio più calzante è offerto dalla Chiesa: mentre su “La Civiltà Cattolica” Padre Castelli recensiva magistralmente le opere letterarie di tutti gli autori di ispirazione laica, si veniva espulsi dai Seminari se trovati in possesso delle opere dei teologi ispiratori del Concilio (tra cui Ratzinger).
Il più grande merito di uomini come Martini e Bergoglio consiste precisamente non soltanto nella conoscenza della cultura moderna, ma anche nella capacità di confrontarsi con essa.
Quando la principale radio ecclesiastica demonizza i Cattolici democratici etichettandoli come “modernisti” (senza contare che il pensiero modernista ha ispirato più o meno tutto il Magistero dei Papi, a partire da Roncalli), rivela la tentazione di approfittare dell’andazzo politico per regolare i conti in ambito religioso.
Queste situazioni forniscono sempre l’occasione agli invidiosi per calunniare chi è più preparato di loro: anche il giovane Don Roncalli fu vittima di una delazione, che lo tacciava per l’appunto di “modernismo”, nel clima di caccia alle streghe instaurato dai collaboratori di Pio X.
Non si deve però usare lo stesso metro nei riguardi filone tradizionalista, sommerso in Europa dopo la Rivoluzione Francese, ed ancor più dopo la Rivoluzione liberale: che in Italia portò all’Unità Nazionale, con la conseguente separazione e contrapposizione tra i Cattolici ed il resto della società.
Se un merito va riconosciuto all’antifascismo, è quanto meno di avere aiutato a superare questa eredità del passato.
L’editorialista de “La Repubblica” dovrebbe dare una scorsa al catalogo della Adelphi – casa editrice assolutamente non riconducibile all’estrema Destra – per rendersi conto di come la cultura tradizionalista superi ampiamente i confini di questa parte politica.
Ciò detto, ci sia permesso di commentare le affermazioni lette su “La Repubblica” dal punto di vista di una persona che vive in provincia.
Nel mondo accademico nordamericano c’è un proverbio che dice “Public or perish”: quale che sia la disciplina praticata da uno studioso, gli è vietato vivere di rendita, come facevano da noi i “baroni” universitari, giustamente contestati nel Sessantotto: tra i quali, però, si contavano molti appartenenti alla “Sinistra”, più propensi a firmare appelli politici che trattati nella loro materia.
Molti sono i giornalisti della Rai e della stessa “Repubblica” che vivono a sbaffo: basta controllare con quale frequenza esce la loro firma.
Negli Anni Settanta, e più precisamente nel clima del “Quindici Giugno”, quando certi intellettuali facevano la fila per iscriversi al Partito di Berlinguer, le Botteghe Oscure stanziarono una somma molto ingente per aprire anche nel nostro capoluogo una sede della Fondazione Gramsci.
Di quei soldi, non si è saputo più nulla: non affermiamo, né insinuiamo, che qualcuno se ne sia appropriato illegittimamente.
Forse sono stati usati per altri nobili scopi, ma sarebbe interessante sapere per quale motivo la sede dell’Istituto Gramsci non abbia mai cominciato ad operare.
La ricerca storiografica sulla Resistenza, cui presiede un apposito Istituto, ha ricostruito le vicende di quel periodo nel modo in cui si scriveva la storia della Rivoluzione nell’Unione Sovietica: esaltando cioè il contributo di chi in seguito andò al potere, ed ignorando quello di coloro che erano caduti in disgrazia.
La Federazione Comunista di Imperia si è espressa con cadenza annuale patrocinando un “numero unico” intitolato “Riga dritto che ti pitto”, pubblicato raccogliendo pubblicità tra i “compagni”.
Non vi venivano però toccati temi culturali, politici o amministrativi: si parlava solo di corna, vere o asserite.
Non crediamo che Gramsci si sarebbe riconosciuto in simili defecazioni.
Il risultato è stato la chiusura, tanto della pubblicazione quanto della Federazione.
Anche in senso fisico: perfino il venerdì precedente il voto, il portone della sua sede era chiuso a chiave.
La Meloni avrà pure una sub - cultura, ma i nostri ex Comunisti non ne hanno nessuna.
Vince dunque la pescivendola, sia pure per uno striminzito uno a zero.

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Mario Castellano  29/9/2022
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