Il Governo, per bocca del Prefetto di Ferro Piantedosi...
Il Governo, per bocca del Prefetto di Ferro Piantedosi, assurto al rango di capo del Viminale (chissà come lo invidiano i suoi colleghi, rimasti a fare i passacarte in località amene come Nuoro e Ragusa!), aveva comunicato che si sarebbe provveduto ad un emendamento del Decreto cosiddetto Rave Party: senza tuttavia chiarire se le norme sarebbero state attenuate ovvero dettagliate, tracciando quanto meno con la dovuta chiarezza il necessario confine tra i comportamenti leciti e quelli proibiti dalla Legge.
Quanto avvenuto a Pavia chiarisce però che la Autorità di Polizia Giudiziaria tende a dare del Decreto una interpretazione attuativa in malam partem – come si suole dire – perfino più restrittiva rispetto a quella da noi ipotizzata.
In questa Città alcuni cittadini avevano richiesto ed ottenuto dalla Questura la autorizzazione a svolgere una manifestazione in un luogo pubblico.
Essendosi però radunate più di cinquanta persone, la Autorità di Polizia Giudiziaria ne ha intimato lo scioglimento, minacciando in caso contrario i convenuti di arresto e di denunzia alla Magistratura Inquirente.
Noi ritenevamo che la norma contenuta del Decreto potesse applicarsi ogni qualvolta si riunissero – per i più svariati motivi – più di cinquanta persone, ma precisamente al di fuori del caso di una manifestazione autorizzata.
La preventiva valutazione compiuta al riguardo dalla Questura si basa infatti sull’accertamento della assenza di una turbativa dello Ordine Pubblico.
Tale turbativa si ritiene però evidentemente sussistere solo in quanto i convenuti risultino essere in numero maggiore di cinquanta.
Se questo è il criterio in base al quale si valuta la sussistenza del reato, gli organizzatori devono augurarsi che i partecipanti siano così pochi da ritenere fallita la manifestazione.
Se invece la loro quantità è più consistente, si considera che i partecipanti abbiano commesso il reato di Invasione.
A questo punto, il diritto di riunione si può considerare soppresso, e la valutazione sulla legittimità costituzionale del Decreto dovrebbe portare inevitabilmente – a nostro sommesso avviso - alla sua cassazione da parte della Consulta.
È opportuno ricordare che il Presidente della Repubblica ha omesso di svolgere la sua funzione di organo di garanzia, apponendo la propria firma in calce alla norma senza nemmeno richiedere che il Governo chiarisse se essa si applichi anche alle manifestazioni autorizzate.
Vittorio Emanuele III firmò le sciagurate cosiddette Leggi Razziali, non ritenendo che disponessero in conflitto con lo Statuto.

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Mario Castellano  17/11/2022
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