Il Corriere della Sera venne fondato nel 1876, non soltanto in coincidenza con la sostituzione nel Governo nazionale della Destra Storica con la Sinistra Storica, ma soprattutto come reazione a questo evento.
La borghesia manifatturiera e finanziaria lombarda, che faceva in quel tempo le sue prime prove, vedeva nei cinque capi della Sinistra liberale - Crispi, Nicotera, Depretis, Zanardelli e Giolitti – se non dei pericolosi sovversivi, quanto meno dei soggetti propensi a barattare il proprio trasformismo – cioè la adesione ad un progetto conservatore, connaturato con gli orientamenti centralisti e reazionari della Casa Reale – con una politica di bilancio certamente diversa da quella, proverbialmente rigorosa, praticata fino ad allora da Quintino Sella.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la instaurazione della Repubblica, un analogo momento di rottura si produsse con la costituzione nel 1963 del primo Governo di Centro – Sinistra.
La figura di Fanfani, uomo proveniente da una Sinistra cattolica dalle forti venature e propensioni populiste, che si metteva alla guida di una rivolta parlamentare destinata a suo modo a sovvertire i vecchi equilibri consolidati fin dal 1948, venne trattata dai potentati economici milanesi con la stessa diffidenza che i loro predecessori del secolo anteriore avevano concepito nei confronti dei capi della Sinistra Storica.
In comune tra le due situazioni – come tra gli schieramenti contrapposti – vi era da un lato la propensione ad espandere la spesa pubblica, e da un altro lato la difesa ad oltranza della stabilitá monetaria.
Tutte queste reminiscenze servono per valutare adeguatamente il fatto che il Corriere della Sera intervisti la Meloni, fresca di nomina a Palazzo Chigi, e che per giunta il giornale di via Solferino si sforzi di trattarla con i guanti.
Escluso naturalmente – una simile spiegazione di quanto avvenuto risulterebbe troppo semplicistica – che la Direzione dello autorevole quotidiano veda nel prevalere della estrema Destra una sorta di nemesi storica, rimane da domandarsi se il rigore dimostrato nella redazione del Bilancio di Previsione possa da solo determinare un tale grado di apprezzamento nei confronti della Presidente del Consiglio.
La cui figura dovrebbe in teoria suscitare qualche timore – o quanto meno un certo grado di prudenza nel suo apprezzamento - poiché rappresenta quanto di piú antitetico si possa immaginare rispetto alla cultura politica propria della borghesia padana.
Milano si considera infatti – o meglio si considerava - la cosiddetta Capitale Morale in quanto rigettava ciò che vedeva di clientelare e di demagogico nella politica politicante praticata – come si soleva dire spregiativamente – da Roma in giù.
Forse i redattori del Corriere della Sera sono rimasti in arretrato nella loro percezione di quanto bolle nella pentola della politica nazionale.
Essi, vedendo come per effetto di una sorta di riflesso condizionato tutto il bene a Destra e tutto il male a Sinistra, non si rendono conto della maggiore novità che si è determinata in modo lento ma inesorabile nella vita civile del Paese: la deriva mediterranea e terzomondista, che nei primi Anni Sessanta i loro padri ritenevano portata dai Socialisti di Nenni e dai Democristiani di Sinistra di Fanfani, costituisce oggi un pericolo ben più attuale ed incombente di allora, avendo assunto le sembianze della Mafia.
Per rendersi conto di come la penetrazione della delinquenza organizzata si sia accelerata con la costituzione dello attuale Governo, basta pensare a certe misure in apparenza non eclatanti, da ricercare piuttosto nelle cosiddette pieghe del Bilancio: vedi il condono fiscale concesso ai gestori delle monete elettroniche, o il prospettato depotenziamento del Reddito di Cittadinanza.
Con la prima si rimettono i debiti ai mafiosi, e con la seconda si fa di costoro gli unici soggetti a cui una massa di disperati potrà rivolgersi in cerca di aiuto.
I borghesi lombardi assomigliano ai militari narrati da uno di loro, il grande Dino Buzzati: i quali aspettavano un nemico proveniente dal Deserto dei Tartari senza accorgersi che lo avevano dentro di sé, essendo la malattia che lentamente uccideva il Tenente Drogo.
Questa malattia è la Mafia, ed il corpo è quello dello Stato.
Per denunziare una simile situazione – o soltanto per diagnosticarla – bisognerebbe peró essere ancora in grado di guardare dal di fuori ciò che avviene nelle Istituzioni.
Questo potevano farlo i Liberali della Destra Storica nel 1876, o i loro epigoni nel 1963, in quanto allora la borghesia imprenditoriale brillava ancora di luce propria: adesso, invece, non è più capace di andare alla conquista dei mercati, ma vive delle commesse dello Stato; e dunque – lungi dal poterlo criticare – deve corteggiarlo per sopravvivere.
Anche quando – orrore! - esso si esprime in romanesco, e mostra di avere in gran dispitto tutto quanto sa di settentrionale e di occidentale.
Tra pochi giorni, viene la Festa Patronale di Milano, con la Fiera degli Obei Obei, seguita dalla Prima della Scala.
Berlusconi, essendo giudicato un parvenu, non venne mai ammesso ai dopoteatro organizzati nelle grandi dimore della aristocrazia.
Ora la Meloni, al cui confronto il Cavaliere era un autentico gentiluomo, entra trionfalmente a via Solferino, nel tempio milanese della informazione.
Se la borghesia lombarda potesse parlare, direbbe: Mio Dio, come sono caduta in basso!