Medvedev ha pubblicato le sue previsioni per il nuovo anno, ...
Medvedev ha pubblicato le sue previsioni per il nuovo anno, puntualmente rilanciate in varie lingue dalla zelante propaganda del Governo di Mosca.
Il documento è redatto in uno stile influenzato sia dai lunari popolari, come quello nostrano del Barbanera, sia dalle profezie di Nostradamus e di altri simili veggenti, come anche necessariamente dalle analisi degli studiosi di geostrategia.
Risultando poco verosimile che quanto il già Primo Ministro intravede nel futuro si possa realizzare nel corso del 2023, facendolo passare alla storia come un nuovo Anno dei Portenti, siamo inclini a credere che Medvedev abbia piuttosto tracciato un piano di azione strategico a lunga scadenza per il suo Paese.
In primo luogo, egli tratta della guerra in Ucraina, destinata a concludersi – a quanto asserisce – con una spartizione di tale Paese in tre settori: uno ricompreso nella sfera di influenza della Russia – verosimilmente più esteso tanto rispetto a quelli già occupati quanto a quelli annessi formalmente; un secondo settore destinato ad essere assorbito nella Polonia; un terzo che spetterebbe alla Ungheria, Paese dedito fin dalla fine della Prima Guerra Mondiale a rivendicare la revisione dei Trattati che lo avevano ridotto a modeste dimensioni territoriali, lasciando fuori dai suoi confini numerose minoranze magiare.
Questo esito del conflitto attualmente in corso sarebbe conforme con quanto esposto da Putin nel suo famoso saggio storico, uscito nella estate del 2021, in base al quale la guerra risultava inevitabile, essendo negata la stessa esistenza della Ucraina come entità nazionale.
Se tali sono gli obiettivi della Russia, lo scontro è però destinato a durare ben oltre il 2023, avendo assunto caratteristiche mortali: ciascuna delle parti mira infatti alla distruzione del nemico, rendendo impossibile un esito di tipo coreano, che fermi gli opposti eserciti su di una linea armistiziale.
Le Autorità ucraine si propongono infatti di recuperare tutti i territori perduti, ma soprattutto i loro alleati occidentali intendono provocare nel lungo periodo un collasso della Russia, che verrebbe frammentata secondo linee etniche e religiose.
Qualora essi riuscissero nel proprio intento, si avrebbe un Caucaso islamizzato e collocato nella sfera di influenza della Turchia, ed un Estremo Oriente appannaggio - con tutte le sue risorse naturali - della Cina.
E però proprio la durata della guerra il fattore su cui Medvedev sembra fare affidamento, e lo lascia intendere chiaramente quando afferma che non intende negoziare con la classe dirigente occidentale attuale, bensì con una diversa e completamente rinnovata.
Che cosa potrebbe provocare un simile cambiamento?
Il già Primo Ministro ricorre a cifre chiaramente iperboliche per quantificare i prezzi delle materie prime energetiche, essendo il gas ed il petrolio lo strumento usato dalla Russia per distruggere la nostra economia, ed insieme con essa il nostro tessuto sociale.
Poi verrà una nuova fase, in cui si scioglierà la Unione Europea e perfino tra i suoi membri fondatori si riapriranno gli antichi conflitti.
Medvedev si riferisce ad una rinnovata ostilità tra Francia e Germania.
La pace tra queste due Nazioni non costituisce però una conseguenza del processo di Unità Europea, bensì la sua premessa.
Qualora si tornasse a combattere sul Reno, ciò non significherebbe un ritorno alla Europa disegnata a Versailles, bensì a quella concepita nel 1648 in seguito al Trattato di Westafalia, con cui la Francia – dividendola in trecento piccoli Stati - pretendeva di negare alla Germania la prospettiva di costituirne uno nazionale.
I conflitti scoppiati a partire dal 1870 furono tutti conseguenza della aspirazione da parte dei Tedeschi a tale obiettivo.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, si credette che le due Nazioni rivali affacciate sul Reno potessero convivere, ma fu proprio quella La Grande Illusione descritta nella sua opera da Jean Renoir.
Dopo il 1945, la illusione parve divenire speranza, e poi realtà.
Potrà essa venire di nuovo frantumata per il divide et impera praticato dalla Russia?
Medvedev sogna in effetti  di mobilitare una Germania convertita alla unità euroasiatica ed ispirata al cosiddetto national neutralismus - un ideale già proprio dei pacifisti, e poi del Ministro degli Esteri Fischer - contro una Francia considerata come estrema propaggine dello Occidente Atlantico.
Davanti alla Germania, la Russia può agitare il bastone della mancanza di energia, che paralizza le sue industrie, ed insieme la carota costituita dalla complementarietà economica con un Paese in grado di rifornirla a buon mercato di tutte quelle materie prime delle quali i Tedeschi – per due volte in un secolo – avevano tentato di impossessarsi con la forza.
Se però le potenze occidentali si combattessero di nuovo tra loro, ciascuna cercherebbe di aizzare contro le altre i loro rispettivi separatismi regionali.
Medvedev cita la Scozia, che secondo lui diverrà indipendente il prossimo anno, e la Irlanda, destinata a riunificarsi.
A questo punto, ci si può domandare per quale motivo la Russia non giochi essa stessa direttamente la carta dei tanti separatismi che covano in Occidente.
La risposta sta nel fatto che è inutile destinare risorse a questo scopo quando il malcontento sociale indotto dalla crisi energetica assumerà inevitabilmente le caratteristiche di una serie di rivolte identitarie.
Le bandiere delle piccole Patrie cosiddette negate sono destinate a sostituire quella rossa del Comunismo nei piani di destabilizzazione rivolti ad Occidente.
In poche pagine, si può dunque trovare un compendio di molti trattati di geostrategia, ed il succo del pensiero politico russo elaborato in quasi due secoli.
Sarà in grado la classe dirigente post comunista di Mosca di ottenere quanto non risultò possibile né in epoca imperiale, né sotto il governo dei Bolscevichi?
Rimettiamo ai posteri questa ardua sentenza.
Possiamo però constatare come in Europa Occidentale la classe dirigente non esista più.
In questo consiste il vantaggio di Putin.
Una economia di guerra, o peggio ancora una partecipazione diretta al conflitto, esigono una disciplina sociale che non si può imporre esclusivamente con la degenerazione autoritaria dello Stato.
I sacrifici si affrontano soltanto se ci si crede.
Da questo punto di vista, la guerra in corso si caratterizza come un conflitto di civiltà: esattamente quel tipo di conflitto che fino a pochi anni fa si considerava obsoleto.
Vincerà chi dimostrerà di credere non tanto nei propri obiettivi, quanto piuttosto nei propri principi.

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Mario Castellano  01/01/2023
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