La vicenda umana e politica della Signora Deborah ...
La vicenda umana e politica della Signora Deborah (attenzione alla h finale, che conferisce il dovuto tocco di esotico ad un tipico personaggio alla amatriciana) risulta emblematica di quanto accaduto alla nostra povera Italia tra la cosiddetta Prima e la altrettanto cosiddetta Seconda Repubblica.
Il cui limite cronologico è – come sempre – tracciato convenzionalmente.
Ancora più convenzionalmente quando a tale opera si accingono non già gli storici, ma i cronisti: i quali operano immersi nella attualità.
Fin dalle Elementari, ci è stato insegnato che il cosiddetto Evo Antico finisce nel 476, quando Odoacre depone Romolo Augustolo, mentre il Medio Evo termina quando Colombo sbarca nel Nuovo Mondo.
Ambedue questi accadimenti, però, non vennero immediatamente e pienamente percepiti dai contemporanei, così come – a maggior ragione – noi non ci accorgemmo che la Prima Repubblica era finita il giorno in cui alcuni Militi della Benemerita facevano prosaicamente irruzione in un cesso: nel quale tale Chiesa, cui Craxi aveva affidato il compito di amministrare il Pio Albergo Trivulzio, estraeva dalle mutande i contanti di una tangente, tentando inutilmente di sommergerli tra le defecazioni.
In realtà, si trattò in questo caso – se vogliamo applicare la classica distinzione filosofica – di un evento, reso più clamoroso dalle circostanze pittoresche, ed anzi molto volgari, nelle quali venne consumato.
Il fatto risaliva a molto prima, e coincideva con la incapacità dei nostri Partiti di perpetuare le loro rispettive culture politiche.
Fu così che gli eredi di Filippo Turati affidarono le proprie sorti ad un giovanotto scarso negli studi, formatosi nelle risse con i Lombardiani per il controllo delle Sezioni di Milano.
Se vi fosse un Plutarco, capace di aggiornare le Vite Parallele, sceglierebbe certamente quale pendant democristiano di Bettino il nostro Bassotto: il quale spese la sua gioventù in rissa con i Lucifrediani, essendo stato prescelto per svolgere tale compito nel Ponente da Taviani in persona.
Il Nostro lo svolse facendo onore al suo soprannome canino: pare infatti gli animali della sua razza, allorché mordono ai polpacci qualche disgraziato, siano più restii a mollare la presa degli stessi bill dogs, che pure - per la loro tenacia - sono assunti a simbolo degli Inglesi.
Nei suoi cimenti, Craxi si contornò dei personaggi, degni di lui, finiti ad animare le cronache giudiziarie che segnarono la caduta di un regime.
Se Sparta piange, Messene non ride: mentre i Socialisti si consegnavano mani e piedi ad un giovanotto siculo - milanese, i Comunisti facevano incetta di funzionari del Partito nel cosiddetto generone romano.
Tipico esponente di tale reclutamento fu Walter Veltroni, sul cui filoamericanismo (peraltro acquisito dopo avere debitamente essudato gli anni ruggenti del Vietnam) è meglio stendere un velo pietoso.
Poco male se il Marchese Berlinguer si fosse limitato ad assoldare simili personaggi per conquistare la Capitale: egli commise un errore ben più gravido di conseguenze, inviandoli nel Settentrione in veste di Proconsoli.
La cittadinanza romana venne concessa agli Italici nel Primo Secolo avanti Cristo, con la Legge Plauzia Papiria, ma fu Giulio Cesare che la diede anche ai nostri antenati della Gallia Cisalpina mediante quella che passò alla storia con il nome, appunto, di Lex Julia.
Il postremo effetto della quale fu la nomina della Serracchiani a Governatrice del Friuli, dove costei era finita essendo suo padre dirigente della Alitalia a Trieste.
Se non vi è nulla di più british del figlio di un Pastore anglicano, non esiste nulla di più romanesco della figlia di un dirigente della Compagnia di Bandiera, che non a caso i Tedeschi della Lufthansa rifiutano anche in regalo: Timeo Danaos et dona ferentes.
La ormai attempata Signorina, che per non annoiarsi trascorre i suoi pomeriggi a Nazareno, fuggì però da Udine quando si rese conto della imminente catastrofe elettorale.
In queste circostanze, i dittatori terzomondisti salgono caricare i propri averi su di un velivolo e corrono a rifugiarsi altrove: non sappiamo se la Serracchiani, che lasciò la carica senza attendere il disastro delle urne, abbia preso il volo da Ronchi dei Legionari, ovvero sia salita sul Rapido proveniente da Tarvisio e Pontebba.
Fatto sta ed è che venne premiata con un ruolo di dirigente – tale funzione facendo parte della sua eredità genetica per via patrilineare – del Partito detto Democratico.
Ora costei, emulando la radicale Rita Bernardini, ha preso il costume di visitare i carcerati: non quale Opera di Misericordia Corporale, bensì come atto di militanza.
La Bernardini giunge al punto di congratularsi per le malefatte che hanno condotto costoro nelle Patrie Galere: se non godesse della immunità parlamentare, costei incorrerebbe nella apologia di reato.
La Serracchiani si limita invece – in conformità con il potere di controllo sulla Pubblica Amministrazione attribuito al Legislativo - a verificare le condizioni di detenzione.
Fin qui nulla di male: abbiamo anzi stigmatizzato il fatto che i Fratelli della Meloni considerino simili adempimenti quale prova di una asserita complicità dei Democratici tanto con le precedenti malefatte di Cospito (e passi), quanto addirittura con un fantomatico piano concepito dagli Anarchici per sovvertire le Istituzioni: questo, invece, non si può proprio ingoiare.
Quanto tuttavia non condividiamo della azione svolta dalla Serracchiani è che costei consideri adempiuto il proprio compito di dirigente avendo visitato quanti si trovano al 41 bis.
In giro per la Penisola si trovano infatti innumerevoli cittadini che si si erano illusi di costruire in Italia una democrazia decente, e si trovano ora governati dalla Meloni.
I Caduti si stanno rivoltando nelle loro tombe.
Scrive il Carducci, riferendosi a Vittorio Alfieri: Sotto quel volo scricchiolaron le ossa sé ricercanti lungo il cimitero della fatal Penisola, a vestirsi di ira e di ferro.
I nostri morti sono invece probabilmente contenti e felici per essere tali, essendo stato almeno loro risparmiato lo spettacolo della Signora della Garbatella al potere.
Dopo le sue escursioni nelle prigioni, la Serracchiani rientra nel lussuoso biservizi di Roma Nord, piantando in asso chi non si trova nella pur triste condizione di carcerato, e deve scontare quella - ancora più sventurata - di figlio di nessuno.
I nostri Dirigenti, che venivano a pranzare in provincia al tempo delle vacche grasse – è rimasta memorabile la brutta figura rimediata da Franceschini, il quale rifiutò schifiltosamente gli eccellenti spaghetti ai frutti di mare offerti da Braccioforte – non si muovono più dalla Capitale, come se le Mura Aureliane costituissero una sufficiente difesa dalle invasioni barbariche.
La Storia – quella con la iniziale maiuscola – ammonisce invece che si tratta di vana illusione.
Tanto piú che le maleodoranti turbe neofasciste (la gente come la Serracchiani ha la classica puzza sotto il naso) hanno dilagato dalle borgate periferiche fino a conquistare Palazzo Chigi: in romanesco, si pronunzia raddoppiando la g.
La Meloni si è perfino rifatta il guardaroba, seguendo una abitudine introdotta dalla Pivetti e proseguita dalla Raggi: le grandi sartorie offrono alle politicanti vestiti da indossare in favore di telecamere per fini pubblicitari; poi ne ritirano una parte, lasciando il rimanente alla mannequins onorarie quale meritata ricompensa.
La sola munita di un fisico adeguato era però la Boschi, le altre essendo tanto basse che sarebbero state riformate se avessero appartenuto al sesso maschile.
In particolare, le dimensioni della Meloni ricordano il titolo di un romanzo scritto da un dissidente russo: Cime Abissali, in cui si esprime una contraddizione in termini applicabile sia alla Presidente del Consiglio, sia alla intera Italia odierna.
Quanto non capiscono a Roma – o capiscono fin troppo bene – è che certa politiche politicienne praticata nella Capitale, fatta di dichiarazioni altisonanti rilasciate ai notisti politici della Repubblica, di pranzi nei ristoranti di via Uffici del Vicario, di esibizioni parlamentari citate nei giornali radio, risulta pateticamente inutile, non trattandosi più da tempo di un epifenomeno di battagli reali, condotte da gente reale nel Paese reale.
In tutte le Capitali delle cosiddette democrature, vi sono dei personaggi – di cui si dice anche siano segretamente al soldo del potere – che vivono esibendosi davanti alla Stampa Estera.
La quale, oltretutto, ha lasciato Roma: con la eccezione die cosiddetti vaticanisti, ai quali però interessa solo quanto avviene sulla sponda destra del Tevere.
La provincia, le nostre Cento Città, è invece abbandonata ad una repressione strisciante, fatta di piccole e grandi intimidazioni, di prebende per chi si vende e di emarginazione per chi non si vende.
Questa prassi conta – nel caso dei Cattolici liberali – su appoggi in ambito ecclesiale: sentiamo spesso ripetere alla radio che la Democrazia Cristiana era contaminata dal pensiero modernista, per cui il fatto di avervi militato è ritenuto tanto grave come avere appartenuto alla Sinistra.
La Serracchiani tenne molti anni or sono un comizio in piazza Bianchi: che nella già Oneglia Rossa risultò squallidamente vuota.
Ciò non parve tuttavia turbarla, in quanto i funzionari locali del Partito la portarono a cena.
Si recarono quindi dai Bassotti a negoziare la resa.

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Mario Castellano  10/02/2023
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