La Meloni ha approfittato del Consiglio Europeo per inscenare una disputa ...
La Meloni ha approfittato del Consiglio Europeo per inscenare una disputa, degna delle pescivendole al mercato o delle lavandaie ai trogoli, con Macron.
Peccato che Anna Magnani, specializzata nel ruolo della popolana romanesca, litigiosa e sboccata, ci abbia lasciato: nessuno meglio di lei avrebbe saputo impersonare la Presidente del Consiglio.
Applicando alla situazione la proprietà transitiva, il contenzioso aperto a Bruxelles riguarda anche Scholz.
I cronisti radiofonici, tanto diligenti nel descrivere fino nei minimi dettagli la pagliacciata di Sanremo, non hanno nemmeno precisato quale sia stato il pretesto della sceneggiata di Bruxelles.
Il viaggio a Parigi è stato comunque rinviato sine die, mentre si riaffaccia il fantasma – minaccioso per la gente di confine - dei cosiddetti Cannoni a Ventimiglia.
Che possono assomigliare ad un innocuo giocare alla guerra se visti da Roma: molto meno quando li si consideri dalle nostre parti.
Probabilmente, la lite è stata originata dalla annosa questione dei migranti.
I quali continuano a sbarcare, malgrado le rodomontate di Salvini, e vengono puntualmente accolti dalla Germania.
Salvo, naturalmente, la aliquota di delinquenti che va ad ingrossare le fila della malavita internazionale avente per meta il nostro sventurato Paese.
Altra cosa, però, sono i pretesti, ed altra cosa i veri motivi del contendere.
Che consistono nel rigetto della cultura liberaldemocratica europea, cui la Meloni – non essendo neanche in grado di comprenderla – preferisce una ideologia di matrice mediterranea e terzomondista.
Stando così le cose, il cammino della nostra Italia è destinato a divergere irrimediabilmente da quello del resto del Continente.
Continua, intanto lo esodo di tanti nostri giovani, in gran parte laureati: che non ha dirette motivazioni politiche – non siamo ancora arrivati al punto di produrre i cosiddetti fuoriusciti, come negli Anni Venti e Trenta - ma comunque ci priva di una generazione formata per tempo in una cultura ripudiata dal nuovo regime.
Rimarranno, naturalmente, quanti in esso si identificano.
Il regime meloniano – lo ripetiamo ancora una volta – non ripeterà mai le forme esteriori di quello fascista, ma viene con esso accomunato da qualche cosa di più profondo, e cioè la intolleranza nei riguardi del dissenso.
Quanto sta avvenendo in questi giorni lo conferma: se la Presidente del Consiglio credesse davvero nei cosiddetti Valori dello Occidente, la nostra partecipazione alla guerra in Ucraina dovrebbe indurla ad accantonare gli eventuali motivi di dissenso nei riguardi dei tradizionali alleati.
Se invece li esaspera – come possiamo constatare – ciò avviene in quanto assumiamo a modello i Paesi terzomondisti: ciascuno dei quali coltiva un contenzioso con i propri vicini.
La esistenza di un nemico esterno, possibilmente prossimo - non essendo utilizzabili a tal fine Nazioni remote come la Russia - serve a compattare il cosiddetto fronte interno.
Putin, dunque, non basta più, anche se è servito per giustificare il Decreto Rave Party.
Ora lo smantellamento dello Stato di Diritto deve essere infatti accelerato.
Ne deriva un ripristino del principio espresso nel famoso motto di Mussolini: Più nemici, più onore.
Malgrado una simile massima – dal punto di vista della morale cristiana – esprima una bestemmia.
Altra cosa, però, è il Cristianesimo, altra cosa sono i fanatici seguaci del tradizionalismo e del confessionalismo.
I quali sono presenti nella coalizione di Governo con il partitino di Lupi.
Costui è uscito trombato dalle elezioni – il seguace di Formigoni non è nemmeno arrivato al fatidico quorum – ma ugualmente influisce sugli indirizzi assunti dallo Esecutivo.
I suoi seguaci, invece di moderare le tendenze della Meloni, manifestano un animal spirit vieppiú improntato alla intolleranza.
I Fascisti della prima ora esibivano atteggiamenti iconoclasti, e quanti tra loro frequentavano le Università si distinguevano nel contestare rumorosamente – a volte anche violentemente – i Professori di diverso orientamento.
Tale prassi venne ripristinata dai Sessantottardi, guadagnando loro la esecrazione dei benpensanti.
La quale, però, risulta – come sempre – a senso unico.
Ritorniamo con la memoria ad un avvenimento ormai lontano nel tempo.
Quando vennero celebrati nel Duomo di Milano i funerali di Don Giussani, i suoi seguaci rumoreggiarono ineducatamente alla lettura del messaggio del Cardinal Martini, esemplare uomo di Dio ed altrettanto esemplare uomo di cultura, capace di incidere sul costume civile della sua Diocesi e di tutto il Paese quale rappresentante – al più alto livello - dello umanesimo cristiano.
Questa stessa fazione politica e religiosa ha contestato anche Letta, incautamente avventuratosi al Meeting di Rimini.
Dove ad agosto assisteremo – lo possiamo giurare – ad una apoteosi della Meloni, ritenuta restauratrice di un regime confessionale.
Il Segretario meritava ben di peggio dei fischi, essendo degno – per la sua inettitudine – delle uova marce.
Quanto avvenuto lo scorso anno significava però il ripudio in toto del Cattolicesimo democratico e liberale, della ricerca paziente di un inserimento dei nostri correligionari nello Stato laico.
Il che comporta la accettazione dei suoi principi, accompagnata dalle esigenza del rispetto nei confronti della nostra religione, ma sempre con lo scopo di partecipare alla costruzione di una casa comune.
Tutto questo non piace, naturalmente, né a Lupi, né alla Meloni, né logicamente al neopagano Salvini, già adoratore del Dio Po e degli altri idoli del Panteon padano.
La Signora Presidente del Consiglio intende bruciare le tappe, spinta come è dalla imminenza del default: di cui si attribuirà la colpa, naturalmente, ai cattivi tedeschi ed ai degeneri francesi.
La ricerca dei nemici esterni va di pari passo con la restrizione dei diritti civili e personali.
Ci domandiamo per quanto ancora la Santa Sede, che persiste nel suo ruolo di promotrice della pace tra i popoli, potrà convivere con queste tendenze.
Si possono naturalmente sacrificare i Cattolici democratici sullo altare della Ragioni di Stato, come fu fatto per Don Sturzo.
Che cosa succederebbe però se gli indirizzi di politica estera del Governo italiano giungessero ad una aperta collisione con quelli del Vaticano?
La risposta a questa domanda può rendersi necessaria in tempi brevi.
Noi non abbiamo titolo per anticiparla, ma ci consideriamo modestamente eredi di una tradizione di statisti cattolici che hanno assecondato la azione svolta dalla Santa Sede nel mondo.
Dubitiamo che il Vaticano possa trovare nella Meloni un interlocutore altrettanto prestigioso ed altrettanto disponibile.