Carlo Emilio Gadda, che nelle sue opere descrive molto bene ambienti e caratteri della Lombardia...
Carlo Emilio Gadda, che nelle sue opere descrive molto bene ambienti e caratteri della Lombardia, Regione in cui la sua famiglia era profondamente radicata e prestigiosa, recensì – quando il Fascismo, accingendosi a muovere guerra contro la Francia, ricercava le ragioni a sostegno di una revisione del cosiddetto rattachement del 1860 al fine di riportare Nizza entro i nostri confini - un libro di tale Ermanno Amicucci, dedicato ad illustrare la asserita italianità di tale Cittá.
Non avendo potuto consultare direttamente questa opera, ci asteniamo dal valutarla.
Possiamo però riferirci a quanto scritto, a suo commento, dal grande scrittore milanese.
Il quale trascura un dato fondamentale, che si può riferire a tutti i territori posti sul confine nordoccidentale, e cioè che le nostre popolazioni appartengono ad una identità di transizione.
Da ció deriva la nostra comune aspirazione non certo a promuovere rettifiche del tracciato dei confini, quanto piuttosto a cancellarli progressivamente.
La continuazione ed il completamento di tale processo – iniziato nel 1945 e per fortuna mai interrotto, anche se in esso si sono alternate fasi di accelerazione e di rallentamento - porterà un giorno – complice la coincidente tendenza alla disgregazione degli Stati nazionali della Europa Occidentale – a dare piena dignità ed espressione alla nostra identità: che era ed è – vogliamo ribadirlo, anche a costo di ripeterci – una identità di transizione.
Nella quale confluiscono non soltanto le influenze che Amicucci e Gadda riferiscono ad Italia e Francia, ma più ancora quelle regionali: del Piemonte, che dominò a lungo Nizza e la sua Contea, della Liguria, che le diede il suo specifico idioma, e – last but not least - della Provenza, con cui la Cittá direttamente confina, estendendosi il suo territorio fino al Varo, fiume di confine tra la lingua ligure e la lingua occitana.
Gadda rileva come non si sia mai interrotto – a partire dal 1860 – un movimento volto alla revisione dello accordo allora stipulato tra Torino e Parigi, che conobbe però una attenuazione con lo avvento in Italia del periodo detto giolittiano.
Lasciamo la parola allo Amicucci, citato testualmente da Gadda: Caduto Crispi, la questione di Nizza, in Italia, è presto sepolta in un oblio profondo. La Francia, esercitando sempre più profondamente il suo dominio politico e spirituale sulle classi dirigenti italiane, sul liberalismo parlamentare, sulle democrazie massoniche (sic), sul giornalismo, sui partiti politici di sinistra, riusciva alfine nel suo intento.
Consistente – si suppone – nel farci dimenticare la nostra rivendicazione.
A questo punto, il libro di Amicucci chiama in causa – non a caso dimostrandosi suo simpatizzante – la figura di Crispi.
Occorre in primo luogo ricordare come il politico siciliano fosse antifrancese.
Egli si rifaceva, per dare fondamento a tale suo atteggiamento, nientemeno che alla rivolta del Vespro del 1282.
In realtà, le ragioni che lo motivavano erano più concrete e recenti.
Coinvolto nella congiura mazziniana di Feliced Orsini, che quasi riuscì ad uccidere Napoleone III, vanificando la trama intessuta da Cavour – con lo aiuto della Contessa di Castiglione – per farlo intervenire in Italia, Crispi venne arrestato dalla Polizia imperiale francese, ma tosto rilasciato per insufficienza di prove.
In realtà, una indagine più accurata ne avrebbe determinato la condanna.
In secondo luogo, il garibaldino siciliano concepiva la Triplice Alleanza come il solo possibile ambito della politica estera del Regno.
Se dunque il Presidente del Consiglio incoraggiava gli irredentisti nizzardi, avversava decisamente quelli triestini.
In terzo luogo, egli tentava – senza riuscirvi, essendo destinato a soccombere nel gioco parlamentare svolto contro di lui da Giolitti - un regime ancora più autoritario di quello già configurato dallo Stato sabaudo.
Crispi fu il Craxi del Regno, il cui tentativo prefigurò tuttavia quello riuscito a Mussolini: molto piú tardi, naturalmente, ed in un contesto interno e internazionale, politico e sociale, del tutto diverso.
In comune, esisteva tuttavia tra i due la avversione verso la Francia.
Che era però soprattutto rivolta contro le categorie politiche enumerate dallo Amicucci: il liberalismo, la democrazia, la Massoneria, il libero giornalismo e la Sinistra.
Mussolini avrebbe eliminato tutto questo, Crispi non ci riuscì.
Per raggiungere lo scopo, entrambi avevano bisogno di un nemico esterno, che fu precisamente la Francia, vista come incarnazione di quanto essi aborrivano, complice un provincialismo tale da impedire ad entrambi di parlare ogni lingua straniera.
Fin qui il parallelismo tra la fine dello Ottocento e i primi Anni Venti.
Ve ne é tuttavia uno anche con la storia della Chiesa.
Nel Conclave del 1903, fu eletto Papa il Cardinale Rampolla del Tindaro, ma Francesco Giuseppe pose il veto a questa scelta dei Cardinali, adducendo il pretesto di una fantomatica insurrezione preparata dagli Slavi cattolici del suo Impero.
In realtà il Cardinale Rampolla era capo della fazione filofrancese della Chiesa italiana, e potenzialmente fautore di una Conciliazione con lo Stato unitario.
Che la Austria non voleva, in quanto il permanere della Questione Romana indeboliva un alleato ritenuto infido: con ragione, dato quanto sarebbe avvenuto in seguito.
Poi X combatté il Modernismo, come in seguito Pio XI avrebbe combattuto i Cattolici democratici, e come oggi si vorrebbe facesse Francesco.
Il quale, però, si rifiuta: con grave scorno dei tradizionalisti, i quali comunque agitano il fantasma del Modernismo, incarnato – secondo loro – dalla Democrazia Cristiana.
Per attaccare da Destra la Democrazia Cristiana, occorre essere fascisti.
Et pour cause, si dice appunto in francese.
Nel frattempo, la Meloni rivolge il suo risentimento contro il Paese di Oltralpe.
Essendo, naturalmente – analogamente a Crispi e a Mussolini – ostile al liberalismo, alla democrazia, al giornalismo libero ed alla Sinistra.
Come diceva il Duce: Più nemici, più onore!