La Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato, in vista del Primo Maggio, un documento di analisi della situazione sociale italiana ...
La Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato, in vista del Primo Maggio, un documento di analisi della situazione sociale italiana: che - pur basandosi su statistiche ufficiali, ottimisticamente corrette dal Governo - esibisce un quadro disastroso, fatto di disoccupazione, precariato, perdita del potere di acquisto dei salari ed accresciuto divario tra Nord e Sud.
Naturalmente, questa analisi serve alla Chiesa non già per formulare un programma in base al quale dirigere il Paese, essendo tale il compito delle Istituzioni; né tampoco per proporre ai cittadini una soluzione, che dovrebbe venire prospettata dalle diverse forze politiche.
Il documento verrà dunque impiegato per orientare la sua opera di assistenza, oltre che per dirigere adeguatamente la attività pastorale.
Un tempo, le relazioni dei Segretari nazionali dei maggiori Partiti, tenute periodicamente in occasione delle sessioni del Consiglio Nazionale, o del Comitato Centrale, partivano proprio dalla enunciazione di una analisi di questo tipo: ottenuta incrociando i dati statistici con le indicazioni fornite dalla base, essendo essa radicata sul territorio e per giunta ancora in grado di agire come il cosiddetto Intellettuale Collettivo.
Vano sarebbe cercare la minima traccia di una simile valutazione nel discorso con cui la Schlein ha aperto la riunione della Direzione, organo che fonde le competenze di quello che un tempo portava lo stesso nome e le attribuzioni del vecchio Comitato Centrale, liquidato a causa delle reminiscenze leniniste contenute in tale denominazione.
La nuova Direzione non ha perduto tuttavia nulla della pletoricità di tale consesso, evidentemente a causa della rissa scatenatasi tra i gerarchi per farne parte.
Del tempo del cosiddetto Centralismo Democratico è rimasta comunque la tendenza allo unanimismo, o per meglio dire al conformismo.
A noi capitò di succhiare tutta la storica sessione in cui Renzi ottenne la autorizzazione ad espellere Letta da Palazzo Chigi.
Come avveniva ai tempi di Berlinguer, ogni intervento iniziava ritualmente con una dichiarazione stereotipata di adesione alla Linea del Segretario.
Mentre però temporibus illis il prosieguo di ogni discorso lasciava trasparire quanto meno delle sfumature, in base alle quali si poteva arguire una certa forma di pluralismo sotterraneo e dissimulato, nel caso del Rottamatore venivano pronunziati esclusivamente degli encomi solenni: come se si fosse trattato di Togliatti, ed anzi di Stalin in persona.
Ora quanti sono stati successivamente renziani, e poi lettiani, si sono convertiti in schleiniani, a prescindere dallo avvicendamento nelle cariche.
Quella di Presidente è stata lasciata da tale Cuppi al più noto Bonaccini: trattandosi di due emiliani, risulta probabile un ruolo di scalda sedia, simile a quello assegnato a suo tempo ad Imperia alla Stamerra (anche ella in seguito dimenticata) in attesa dello avvento della Castellano.
Nel caso della Schlein, i componenti del Senato del Partito non hanno neanche fatto finta di discutere, limitandosi ad applaudire.
Eppure, la assunzione della residenza a Roma da parte della Segretaria avrebbe permesso di evitare quello inesorabile taglione che calava sugli interventi al tempo di Renzi, allorché si avvicinava il momento fatidico della partenza del Rapido per Firenze: i comodi del Sindaco prevalevano sulla democrazia interna.
Date queste premesse, risulta inutile attendersi che il Nazareno valuti la situazione sociale: il che dovrebbe invece costituire il primo compito di un Partito, a prescindere dalla sua collocazione.
È vero che quello Democratico non ha nulla da spartire con i lavoratori, e che i suoi iscritti e simpatizzanti appartengono – beati loro! - ai ceti cosiddetti tutelati.
Costoro, però, dovrebbero porsi quanto meno il problema di conquistare la egemonia, il che significa la capacità di rappresentare gli interessi generali.
Se invece contano soltanto gli interessi di chi risiede ai Parioli, è meglio non parlare degli operai, trattandosi di argomento intoccabile nei salotti de Sinistra.
Quanto ai Democratici di Imperia, essi considerano le questioni sociali come bazzecole insignificanti, essendo troppo impegnati nella importazione di selvaggina.
In merito alla visione della Storia nazionale espressa da La Russa, si è già detto quasi tutto.
Noi, dal momento che condividiamo con gli amici del Tirolo Meridionale la dedizione alla causa della autodeterminazione (evitiamo di proposito la ipocrisia di definirla autonomistica), vorremmo soffermarci sul fatto che le vittime dello attentato di via Rasella venivano tutte precisamente da Bolzano: dove ogni anno si celebra – in occasione dello anniversario – una Messa in loro suffragio.
I soldati uccisi si erano arruolati nello Esercito della Germania dopo lo Otto Settembre, quando la loro Regione era stata unilateralmente annessa al Terzo Reich.
Dal punto di vista della Italia, il cui Governo aveva in seguito dichiarato guerra alla Germania, essi erano responsabili di tradimento: tanto più in quanto si erano arruolati come volontari nelle Forze Armate nemiche.
Non per polemica, ricordiamo che periodicamente qualcuno scalpella la lapide posta nel luogo in cui venne catturato Cesare Battisti: il quale – dal punto di vista giuridico – si trovava in una condizione identica alla loro.
Quali erano i motivi della scelta compiuta dai militari uccisi a via Rasella?
Esattamente gli stessi in base ai quali si erano alleati con la Germania i Fiamminghi, i Croati ed i Musulmani della Bosnia.
Tutti costoro non volevano la Indipendenza – ovvero, nel caso dei Tirolesi Meridionali, la rettifica dei confini - perché erano nazisti.
Essi erano viceversa nazisti perché volevano la Indipendenza.
Fanno dunque bene – dal loro punto di vista - quanti li commemorano, ma rimane il fatto che la perseguivano in modo sbagliato.
Chi, per giunta, veste in guerra la uniforme è considerato per ciò stesso un obiettivo militare.
Venendo alle cose italiane, per La Russa, la vicenda nazionale è ancora passione, e non storia.
Egli la valuta dunque applicandole un criterio ideologico: che risulta fallace non tanto perché liquida la Resistenza, bensì perché ritiene si debba rifiutare ed epurare soprattutto quanto compiuto in seguito partendo da quella base.
La sua idea della Italia considera positivo quanto avvenuto dalla Unità fino al 1945, o meglio fino al 1943.
Il resto viene demonizzato, come se lo sforzo compiuto da allora ad oggi, in un arco di ottanta anni, da più generazioni di connazionali fosse tutto quanto una devianza da condannare.
Anche Putin epura il periodo che va dalla Rivoluzione di Ottobre fino allo avvento di Stalin (il quale viene completamente riabilitato), ed include nella Storia da salvare il tempo trascorso da allora fino al 1991.
In seguito, sarebbe iniziata la decadenza.
È come dire che lo sforzo compiuto – sia pure inutilmente - dai Russi per dotarsi di una democrazia risulta contrario agli interessi ed ai destini della Nazione.
La Russa – e con lui la Meloni – estendono la loro damnatio memoriae a tutto quanto fatto da noi, malgrado un esito certamente migliore.
Siamo sempre stati contrari ad ogni revisione della Storia compiuta sulla base di un criterio ideologico.
Anche nel caso di quella della nostra Provincia, riscritta per fare credere che la Resistenza sia stata opera di chi in seguito ha aderito al Partito Trasversale.
Ciò non toglie che la operazione compiuta dal Governo attuale porti alla edificazione di un regime autoritario, o a un conflitto civile, o ad entrambi questi esiti.
Metà degli Italiani ritengono infatti che il tentativo di edificare una democrazia debba essere continuato o ripreso - sia pure naturalmente riconoscendo gli errori compiuti - e non intendono rinunziare a questo scopo.
Poiché il Governo persegue quello contrario, lo scontro diviene inevitabile.