Approfittiamo di un contatto indiretto con il Sindaco per capire ...
Approfittiamo di un contatto indiretto con il Sindaco per capire come il Primo Cittadino di Imperia abbia affrontato i colloqui celebrati a Nizza con il suo Collega Estrosi, quale sia la sua valutazione dei temi trattati, ma soprattutto quale posizione egli intenda assumere sui rapporti transfrontalieri
Occorre naturalmente anteporre alla nostra valutazione il tradizionale Si vera sunt exposita, cui ricorrevano gli antichi giuristi chiamati ad esprimersi su di un caso di cui non avevano conoscenza diretta.
Scajola ha fatto esplicito riferimento – in termini nettamente positivi – al Trattato del Quirinale.
Quando però egli è chiamato a valutare questo importante Atto di Diritto Internazionale nel suo significato tanto giuridico quanto politico, ci pare che incorra in un errore, e più precisamente in un errore di sottovalutazione.
Cominciamo dai profili giuridici.
Il Sindaco mette in rapporto il Trattato con le clausole contenute in quelli costitutivi della Unione europea riguardanti i rapporti tra le zone di frontiera.
Tali norme prevedono ed incoraggiano naturalmente tutte le forme di cooperazione.
Se però quanto stipulato a Roma tra Macron e Mattarella costituisse soltanto una prima realizzazione di quanto in esse già stabilito, non si spiegherebbe per quale motivo la parte francese abbia tanto insistito affinché si redigesse e si sottoscrivesse un atto distinto.
Che presenta invece un carattere nettamente ed indubbiamente novativo.
Naturalmente, i diversi soggetti di Diritto Pubblico interessati ai rapporti con quelli stranieri con cui condividono dei confini di Stato non si configurano come soggetti di Diritto Internazionale, e dunque sono privi della capacità di agire in tale ambito, anche qualora si tratti dei componenti di una Federazione.
Essi hanno tuttavia, in base al rispettivo ordinamento giuridico interno, piena facoltà di armonizzare il contenuto dei rispettivi atti, tanto di tipo legislativo quanto di tipo amministrativo, con quelli emanati dai soggetti confinanti.
Il Trattato del Quirinale non comporta delle novità riguardanti per così dire il metodo.
Esso, in altre parole, non introduce nuovi strumenti giuridici, e dunque rimane interdetta la possibilità di emanare atti di Diritto Pubblico che producano i loro effetti giuridici nello ambito di uno Stato straniero.
Posto che tale limite permane, ci domandiamo per quale ragione la parte francese abbia tanto insistito per giungere alla sua stipula: tanto nei tempi più brevi, affinché precedesse il cambiamento nel Governo italiano che in seguito si è determinato, comportando un rovesciamento degli indirizzi seguiti anteriormente in materia di rapporti bilaterali, sia in una sede del tutto inconsueta.
Il Trattato di Roma, istitutivo della Comunità Economica Europea, venne sottoscritto solennemente, ma nel Campidoglio.
In ambito completamente diverso, gli atti che posero fine alla cosiddetta Questione Romana furono firmati in Laterano.
Ora, invece, si è scelta la Residenza del Capo dello Stato, come per sottolineare il vincolo cui è assoggettata la parte italiana.
Normalmente, inoltre, i Capi di Stato non sono designati quali plenipotenziari, incaricati della stipula degli atti di Diritto Internazionale: a ciò provvedono – a seconda dei casi – i Capi di Governo, i Ministri degli Esteri o gli Ambasciatori.
La sede e la carica ricoperta da chi agiva in nome e per conto delle due Nazioni – dette non a caso le Sorelle Latine – si spiegano piuttosto con i fini perseguiti dal Trattato, che indica in quale direzione debbano muoversi i rapporti bilaterali.
Mantenendo certamente intatte le prerogative dei rispettivi Governi e Parlamenti, ma anche affidando agli Enti Pubblici Territoriali, come pure ad altri soggetti - ad esempio le Università - un ruolo propositivo.
Quanto il Trattato – e qui entriamo nella valutazione più propriamente politica del suo contenuto – si propone di suscitare è un movimento promosso dalle popolazioni frontaliere per il tramite degli Enti Locali, muniti della loro rappresentanza essendo i loro organi elettivi.
Giungiamo dunque a formulare la domanda finale, cui però il Trattato esprime in anticipo una risposta.
Che cosa chiederanno le genti di frontiera come la nostra, composta dagli abitanti di Nizza, Cuneo ed Imperia, in quale direzione queste genti vorranno fare evolvere il loro modo di vivere e di rapportarsi reciprocamente?
La risposta a questa domanda, ripetiamo, e già stata data.
Il punto di arrivo del processo iniziato con la stipula del Trattato e la costituzione di ambiti territoriali ed umani caratterizzati da una sovranità condivisa, basata su di un fattore di cui raramente in passato il Diritto Internazionale ha tenuto conto: la esistenza di una comune identità, che noi chiamiamo di transizione.
Ci azzardiamo ad affermare che le popolazioni, in base a questo Trattato, sono chiamate a svolgere un ruolo attivo, come se si trattasse di soggetti di Diritto Internazionale.
Quali in effetti esse peraltro già sono, potendo esercitare il diritto alla Autodeterminazione.
Che però non era quasi mai riflesso negli ordinamenti giuridici interni dei singoli Stati.
Il movimento volto a cancellare il confine non è peraltro iniziato con la firma apposta a Roma da Macron e Mattarella, ma è già in atto almeno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Ora, però, esso si inquadra nella prospettiva storica di un deperimento degli Stati Nazionali.
I quali gli possono resistere, oppure assecondarlo.
Se il dunque il Sindaco di Imperia, dopo avere giustamente esaltato allo unisono col suo Collega di Nizza il Trattato del Quirinale, una volta ritornato a casa compie forse non una ritrattazione delle sue affermazioni, ma un loro ridimensionamento, asserendo che questo atto non si discosta dalle norme europee già vigenti, o non conosce a fondo il significato giuridico e politico di quanto concordato a Roma, oppure ne teme le conseguenze nei rapporti politici interni.
Nel nostro Governo siede Salvini, già protagonista di un inopinato revival della politica detta dai Cannoni a Ventimiglia, praticata a suo tempo dal Duce, e siede soprattutto la Meloni.
La quale avversò il Trattato, considerandolo alla stregua di una abdicazione dal suo conclamato sovranismo.
Che significa restaurazione del peggiore centralismo sabaudo e fascista, e negazione del diritto dei popoli ad autodeterminarsi.
Il Sindaco di Nizza è nato oltre confine perché suo padre era antifascista, e combatte coerentemente contro queste posizioni retrograde.
Il Sindaco di Imperia era un tempo un seguace di Don Sturzo, fautore strenuo delle autonomie locali.
Non vorremmo che le sue nuove interlocuzioni romane gli avessero fatto rinnegare queste radici.
Se lo ha fatto, potrà forse arrivare a Strasburgo.
Ma senza più fare tappa a Nizza.

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Mario Castellano  04/6/2023
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