Diversi anni or sono, l’allora Arcivescovo di Siena, Monsignor Mario Ismaele Castellano ...
Diversi anni or sono, l’allora Arcivescovo di Siena, Monsignor Mario Ismaele Castellano, ebbe la malaugurata idea di invitare nella sua diocesi il Cardinale Cottier, suo confratello domenicano originario della Svizzera francofona.
L’illustre porporato venne alloggiato nella foresteria del Seminario, che funge da confortevole albergo, immerso in un parco di piante secolari nel Chianti e ospitato in una splendida villa rinascimentale.
Cottier, però, malauguratamente inciampò nella storica magione e si ruppe una gamba.
La coppia di simpatici coniugi napoletani che gestisce la struttura lo confortò, ricordando che l’assicurazione, debitamente contrattata, avrebbe coperto tutti i danni.
Il Cardinale, però, ritenendo che la sua gamba valesse più del “massimale”, intentò una causa civile e la vinse, costringendo i malcapitati gestori a corrispondergli la differenza.
Egli confermò così la tradizionale “fetenzia” – come appunto si dice a Napoli – tanto degli Elvetici quanto dei Domenicani, che nella sua persona si sommavano producendo un effetto letale.
Ora questa situazione si sta ripetendo ai danni di Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo.
Quando il suo noto locale venne sottoposto a una radicale ristrutturazione, il titolare dell’impresa incaricata dei lavori gli consigliò di “pianellare” – come si dice nella nostra lingua – eliminando il dislivello esistente tra la parte del locale affacciata sul porto e quella collocata a monte.
Il nostro amico si oppose energicamente a tale suggerimento, adducendo che l’eliminazione dello scalino che divide in due la sala da pranzo avrebbe significato un tradimento della Tradizione: tanto familiare quanto linguistica e soprattutto spirituale.
Di cui si sentiva responsabile, e dunque tenuto a perpetuarla.
Data l’irremovibilità del Titolare, lo scalino esiste tuttora.
Già in passato, un cliente – malgrado fosse stato ammonito, come tutti gli altri avventori, da “Braccioforte” con il suo “Facci attenzione al scalino!” – trascurò l’avvertimento e andò a sbattere per terra “col muro”.
In italiano si direbbe che l’uomo prese una facciata.
Puntualmente risarcita dall’assicurazione.
Dopo questo episodio, il giovane Riccardo Martini Sartorelli, subentrato al padre nella direzione del ristorante, provvide a munire lo scalino di un avveniristico impianto di illuminazione, che serve a segnalarlo nottetempo.
Il dramma, ciò malgrado, si è ripetuto: un cliente si è “ingarambato” e si è “imbattuto” sul pavimento, rompendosi “i ginocchi”.
In realtà la frattura ha riguardato uno solo, ma la tentazione di comporre un plurale braccese è più forte del dovere di riferire fedelmente quanto accaduto.
La moglie dell’infortunato, anziché rivolgersi all’assicurazione, minaccia un’azione civile.
Segno evidente dell’intenzione di sfondare il massimale, lucrando ulteriormente sull’infortunio occorso al marito.
Esprimiamo la nostra solidarietà al Presidente dell’Accademia della Lingua Braccese, che – con il proprio rischio e con ulteriore sacrificio economico (il nostro amico già finanzia tutta l’attività di ricerca e di insegnamento) – testimonia il proprio attaccamento alla comune identità e Tradizione.
L’episodio dimostra anche che lo Stato italiano, servendosi dei propri servili sostenitori, non rinuncia alla sua politica di assimilazione forzata.
Cui non soltanto noi resistiamo.
Se la giovane Mafalda Martini Bisson, nipote di “Braccioforte”, ha scritto in un tema della prima elementare che “i” Evangelisti erano quattro, uno studente sardo ha redatto l’intero elaborato d’italiano della maturità nella propria lingua.
Venendo ugualmente promosso dalla commissione.
Un avvocato di Albenga, a sua volta, ha preteso che il suo matrimonio fosse celebrato con il rito civile in lingua “regionale”.
È invece cessata, per disposizione della Curia Arcivescovile di Genova, la celebrazione della Messa in ligure, che riuniva un gruppo di fedeli nel Santuario della Vittoria, situato sopra Mignanego e così chiamato perché i Genovesi vi vinsero nel Settecento una battaglia contro i Piemontesi, i quali tentavano di sottomettere la Repubblica.
La scusa addotta dall’autorità ecclesiastica consiste nel fatto che la Conferenza Episcopale – non a caso “italiana” – ha negato l’autorizzazione alla traduzione del Canone.
Ciò non avrebbe comunque impedito al celebrante di predicare nella nostra lingua.
Che viene impiegata per dire Messa nel Principato di Monaco, dove è altrettanto ufficiale quanto il francese.
Anche il Principe Ranieri era orgogliosamente bilingue.
La Conferenza Episcopale del piccolo Stato ha deliberato l’approvazione del Messale in ligure all’unanimità.
Raggiunta agevolmente, dato che a Monaco esiste un solo Vescovo, “immune da soggezione”.
Raccomandiamo a tutti coloro che desiderano sostenere la nostra causa di preferire per i loro convivi il ristorante “Braccioforte”, il quale destina ad essa una parte del guadagno.
“Fando” attenzione, naturalmente, “al” scalino.
Altrimenti, i soldi saranno spesi tutti per i risarcimenti.