L’Unione Europea ha deciso formalmente di portare al massimo livello le scorte di cibo, medicinali e combustibile dei Paesi membri.
L’Unione Europea ha deciso formalmente – adducendo esplicitamente che tale misura viene adottata in vista di una guerra, considerata ormai imminente – di portare al massimo livello le scorte di cibo, medicinali e combustibile dei Paesi membri.
Tutti questi beni dovranno essere razionati – più o meno drasticamente – se riprenderanno le ostilità tra Israele e l’Iran, che in tal caso chiuderà lo Stretto di Hormuz.
Anche il fronte dell’Ucraina è peraltro sempre più caldo, come dimostra la chiusura dello spazio aereo della Russia, accompagnata dalla pena di morte, comminata senza processo ai gerarchi ritenuti responsabili di una vera o presunta negligenza nel predisporre la relativa difesa.
Dugin, il quale – oltre a essere un pensatore di indubbio spessore – dispone anche di fonti di “intelligence”, annuncia da parte sua la ripresa imminente dei bombardamenti israeliani sull’Iran.
A questo punto, l’Italia dovrà – come tutti gli altri Paesi dell’Occidente – adottare le misure proprie di un’economia di guerra.
Potrà essere il nostro Paese governato, in un simile frangente, da una persona che risulta manifestamente inadeguata al suo compito, come dimostra il fallimento della “Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina”?
Concepita dalla Signora della Garbatella come l’ennesima “kermesse”, la conferenza ha visto il ritiro della “BlackRock” dal “business”, ritenuto poco attrattivo, e nessun altro Capo di Governo è venuto a Roma per la circostanza.
Il tutto si è quindi ridotto a un pranzo offerto a Palazzo Chigi.
Più grave è il rischio che la Presidente del Consiglio approfitti dell’occasione per limitare le libertà civili di cui godono anche gli oppositori.
Si porrà dunque con urgenza il problema di sostituirla nella guida del Governo.
La cosiddetta “sinistra” dovrà però, da parte sua, fornire tutte le prove di lealtà nei confronti dello Stato e delle sue alleanze internazionali, come la situazione impone.
Se non si può lasciare il compito di guidare il Paese a chi considera tutta la vicenda democratica italiana come una degenerazione, non lo si può neanche affidare a soggetti che vedono in Hamas e nell’islamismo radicale non un alleato occasionale, bensì un modello da imitare nella politica interna.
L’elettorato italiano ha sempre rifiutato – dal 1948 fino alla caduta del Muro – il modello di società e di Stato rappresentato dall’Unione Sovietica.
A maggior ragione rifiuta quello espresso dall’Islam politico, che risulta in conflitto con i principi fondamentali della Costituzione, a partire dall’uguaglianza tra i sessi.
La “sinistra” avrà dunque molto presto un’occasione storica per liberarsi dalla sudditanza ideologica nei confronti di soggetti appartenenti a culture politiche – e, nel caso specifico, anche religiose – completamente estranee alla nostra identità.
Identità che è essenzialmente giudaico-cristiana.
Probabilmente, si verificherà una rottura all’interno di questo schieramento simile a quella che si determinò con l’inizio della “Guerra Fredda” e che si ripeté quando Nenni ruppe a sua volta con l’Unione Sovietica.
Berlinguer rifiutò sempre di farlo, limitandosi a prendere atto del venir meno del proprio modello ideologico.
I suoi successori, invece di elaborarne uno nuovo, sono andati alla ricerca di un diverso “Paradiso Terrestre”, trovandolo infine a Gaza.
Dove gli omosessuali venivano gettati dai grattacieli.
Ieri, alla Festa dell’Unità di Roma, si è discusso dei diritti delle persone LGBTQ+, in particolare del diritto all’adozione da parte di coppie gay.
Non una parola è stata dedicata invece al diritto al lavoro, malgrado sia espressamente inscritto nella Costituzione e malgrado la disoccupazione stia dilagando.
Se comunque i dirigenti democratici vogliono aderire alla coalizione occidentale in nome della tolleranza verso gli omosessuali, siano i benvenuti,
sempre che pronuncino almeno una parola di dissociazione nei confronti dell’omofobia praticata in ambito islamico.
Abbiamo invece ascoltato, su Radio Radicale, un lungo elenco di aggressioni verbali e fisiche subite da persone LGBTQ+ in tutta Italia.
Giusto condannarle e reprimerle, ma i Signori del Nazareno sono convinti che con l’instaurazione della Sharia questi episodi diminuirebbero?
L’esperienza dei Paesi musulmani induce a temere l’esatto contrario.
Quanto a Renzi, si differenzia da Schlein e Conte – schierati con Hamas – e sposa la causa dell’Arabia Saudita.
Se l’Italia adottasse il suo ordinamento giuridico, la Bocchi non potrebbe sedere in Parlamento (che peraltro non esiste nel Regno dei Saud), ma dovrebbe rimanere rinchiusa nell’appartamento di piazza della Signoria, consolandosi con la vista sulla Loggia dei Lanzi.
Intanto, passa quasi inosservata la notizia della mossa compiuta dalla Dottoressa Bellone.
All’avvento dell’attuale Governo, dovette dimettersi dalla Direzione Generale del Ministero degli Esteri, carica ricoperta con competenza e professionalità riconosciute unanimemente.
Tanto che si parlò di lei come candidata alla Presidenza della Repubblica.
La destra salutò invece il suo allontanamento con giubilo, formulando nei suoi confronti critiche del tutto ingiustificate.
La Dottoressa Bellone, scelto il volontario esilio a Bruxelles, divenne consigliera della Von der Leyen.
Ora ha lasciato anche questo incarico: segno che si sta probabilmente preparando ad assumere nuove responsabilità a Roma.
Dove un suo avvento alla Presidenza del Consiglio non potrebbe certo essere presentato come un gesto “sessista” contro la Meloni.
La Dottoressa Bellone è notoriamente legata ai servizi, che svolgerebbero un ruolo determinante tanto nel necessario cambio di Governo – l’attuale esecutivo essendo verosimilmente sostituito da un “War Cabinet” di carattere essenzialmente tecnico – quanto nella gestione futura dell’Esecutivo.
Se, per fortuna, nessun militare italiano verrà impiegato in combattimento, la tenuta del fronte interno risulterà comunque decisiva.
Un autorevole rappresentante dell’apparato dello Stato ci ha espresso, in modo riservato ma molto netto, la propria condivisione rispetto a quanto da noi affermato in merito alla prassi seguita dall’attuale Governo di rimpiazzare i funzionari scelti tramite concorso pubblico con altri soggetti, nominati per “chiamata diretta”.
Tale prassi non si è purtroppo limitata al Comitato Olimpico, ma si è diffusa ovunque, anche al di fuori del Foro Italico (non a caso già “Foro Mussolini”).
Questa tendenza – che ha già portato a riempire la Presidenza del Consiglio di dipendenti pubblici “meloniani”, nessuno dei quali ha sostenuto un concorso pubblico (né, peraltro, risulterebbe in grado di vincerlo), ma tutti vantano un passato di “picchiatori” – si sta pericolosamente estendendo in provincia.
I dirigenti della destra esercitano ogni sorta di pressioni per imporla, indicando esplicitamente i soggetti candidati a essere incorporati negli organi degli enti pubblici.
È logico che chi rappresenta una cultura amministrativa grazie alla quale l’apparato dello Stato è sopravvissuto al fascismo – e anche all’epoca successiva – non veda di buon occhio un simile andazzo.
A chi detiene cariche elettive è attribuita la responsabilità di opporvisi.
Si tratta di resistere ancora per poco.
Poi toccherà ai grands commis dello Stato farsi carico della cosa pubblica.