Cari Fratelli Corsi,
Permettetemi, in primo luogo, di presentarvi il nostro Movimento ...
Cari Fratelli Corsi,
Permettetemi, in primo luogo, di presentarvi il nostro Movimento, che si propone di perseguire – in prospettiva storica – l’esercizio, da parte del popolo della Liguria, del Diritto all’Autodeterminazione.
Pur essendo consapevoli che si tratta certamente di un traguardo ancora remoto, e che la via da percorrere per realizzarlo sarà piena di difficoltà e di ostacoli, non rinunziamo tuttavia a perseguirlo.
Tanto più in quanto tale Diritto si trova espressamente enunciato nello Statuto della Regione Liguria, in vigore dal 1970 e redatto dai rappresentanti dei Partiti “Nazionali” Italiani, quando ancora il nostro Movimento non era stato costituito.
Seguiamo naturalmente con vivo interesse, e con comprensibile simpatia, la battaglia intrapresa in altre realtà di tutta l’Europa Occidentale, da cui traiamo ispirazione ed esempio.
A voi si deve riconoscere il merito di avere promosso – fin dall’ormai lontano 1981 – il loro più importante momento di incontro.
Il nostro Movimento è piccolo, ma non insignificante, avendo conquistato una rappresentanza in diversi Consigli Comunali della Liguria ed avendo partecipato – con risultati modesti ma incoraggianti – a diverse elezioni.
Da anni ormai seguiamo le vostre “Ghjurnate Internaziunali”, cui purtroppo non siamo mai riusciti ad essere presenti.
Neanche in questa occasione ciò risulterà possibile, ma desideriamo partecipare indirettamente – nell’unico modo per ora possibile – inviando un contributo al dibattito, che vi autorizziamo a leggere durante la Manifestazione e che vi preghiamo di inserire nei suoi Atti.
Vi proponiamo inoltre di scambiare i nostri rispettivi documenti, destinati a divulgare la Causa comune della Corsica, della Liguria e delle altre “Nazioni senza Stato”.
Nella speranza di vedere accolte queste richieste, e di poterci un giorno incontrare personalmente, formuliamo i migliori auguri affinché le “Ghjurnate” segnino un ulteriore passo avanti sulla strada della coscienza della Causa dell’Autodeterminazione e della sua futura affermazione.
In attesa di un vostro cortese riscontro, vi salutiamo fraternamente.

                              Avvocato Luigi Basso 
                 Presidente del Movimento “Grande Liguria”


Un interessante articolo di analisi, pubblicato nei giorni scorsi su “Avvenire”, chiarisce i motivi per cui il nuovo Papa ha voluto riallacciarsi – nella scelta del suo nome – a Leone XIII.
Giovanni Pecci fu eletto Pontefice nel 1878, in coincidenza temporale con la Prima Guerra dei Balcani.
Questo conflitto segnò proprio in quell’anno – con il Trattato di Berlino, che sanciva il distacco dall’Impero Ottomano di alcune Nazioni Balcaniche – un passo ulteriore e decisivo verso la disgregazione di tale compagine statuale.
Il primo passo in questa direzione era stato compiuto quando le Potenze Europee avevano costretto il Sultano ad accettare l’Indipendenza della Grecia.
Se però la Causa Ellenica si era affermata grazie all’apporto decisivo – e naturalmente interessato – dell’Occidente, quanto accaduto con la Prima Guerra Balcanica vide scendere in campo, a sostegno dei Serbi, dei Romeni e dei Bulgari, l’Esercito Russo.
Meritando per Alessandro II, presso quelle popolazioni ortodosse, il titolo di “Zar Liberatore”, ribadito poco dopo in seguito all’Emancipazione dei Servi della Gleba.
In quella occasione, la Russia fece proprio il principio della Sovranità Nazionale, contrapposto a quello di Legittimità.
Si stavano ponendo le premesse per la grande Guerra Civile Europea che sarebbe esplosa nel 1914.
Dopo che altre popolazioni balcaniche avevano inevitabilmente postulato – per emulazione con chi già l’aveva ottenuta – la causa della rispettiva Indipendenza.
Se risultò relativamente facile debellare la Turchia, sia pure al prezzo degli innumerevoli caduti nelle grandi battaglie campali di Kirk Kilisse e di Lule Burgas, per debellare l’Austria si sarebbe dovuto ingaggiare un conflitto di dimensioni ben maggiori.
Il dominio degli Asburgo era ben più resistente del cosiddetto “Uomo Malato”, come veniva chiamato dalle Diplomazie l’Impero Ottomano, che aveva il corpo sdraiato sull’Asia Minore ed la testa adagiata sul cuscino europeo, rappresentato dai suoi domini balcanici.
La Russia agì avvalendosi dello “status” di Potenza Protettrice dei Cristiani Balcanici.
La Francia era viceversa la Potenza Protettrice dei nostri correligionari del Vicino Oriente.
Ciò le avrebbe permesso di ottenere, dopo la Grande Guerra, il dominio sul Libano e sulla Siria.
Occorre però ricordare che in nessuna di queste due zone il Sultano – rispettando i Trattati – aveva mai turbato la libertà religiosa.
Alessandro II non poteva dunque invocare – per muovergli guerra – il pretesto di una persecuzione ai danni dei Cristiani.
Lo “Zar” agì viceversa avendo fatto proprio – sia pure con il supporto della solidarietà verso gli altri popoli ortodossi – il principio di Nazionalità.
Nel cui nome la Russia avrebbe aderito nel 1907 all’Intesa, stipulata tre anni prima dalla Francia e dall’Inghilterra.
L’Impero dei Romanov rinnegava il Principio di Legittimità in quanto si distingueva da quello Austriaco e da quello Turco proprio per la prevalenza in esso del carattere nazionale.
Che lo induceva a promuovere l’assimilazione forzata delle etnie sottomesse, come delle rispettive religioni.
Il Papa aveva dunque una serie di validi motivi per simpatizzare – come ricorda “Avvenire” – per un soggetto musulmano ai danni di uno cristiano ortodosso.
Leone XIII aveva certamente presente la situazione difficile della Polonia, “Semper Fidelis” a Roma.
C’era poi il contenzioso con lo Stato Italiano.
Che Pecci volle inasprire rispetto alla situazione lasciatagli in eredità da Mastai Ferretti.
Frustrando così gli auspici di Pio IX in merito a una prossima Conciliazione.
Che dovette attendere la caduta dell’Austria.
L’articolista definisce “progressista” questo atteggiamento del Papa.
Tutto dipende da che cosa si intenda con tale termine.
Visto il modo in cui il principio della Sovranità Popolare si era affermato in Italia – a spese dello Stato Pontificio e della stessa Chiesa – Leone XIII propendeva naturalmente per il mantenimento degli Imperi.
O meglio di quegli Imperi – di Vienna e di Costantinopoli – che ancora si basavano sul Principio di Legittimità.
Morto Pecci, l’Austria avrebbe posto il “Veto” all’elezione del Cardinale Rampolla, in quanto vero o presunto fautore dell’Intesa (che sarebbe stata tuttavia stipulata formalmente solo l’anno dopo).
Asserendo di temere che i Francesi, gli Inglesi – ed anche gli Italiani – avrebbero sobillato una fantomatica insurrezione degli Slavi Cattolici degli Asburgo.
Ora Leone XIV non ha uno Stato cui fare riferimento.
Dopo le due guerre mondiali – la Seconda avendo confermato e rafforzato i risultati della Prima – non si vede più nessun Impero.
Se non quello che intendono ricostituire i fautori del “Progetto Carolingio”, nel cui ambito si situa verosimilmente l’elezione di Prevost.
La differenza – rispetto al 1878 – consiste nel fatto che nella rinnovata concordanza tra il Potere Civile e il Potere Spirituale sarebbe quest’ultimo a prevalere.
L’analogia è data viceversa dal fatto che l’Occidente deve fronteggiare una possibile minaccia da parte della Russia.
Che da un lato agisce sempre in base al principio di Nazionalità – negando la stessa esistenza dell’Ucraina – e dall’altro lato ambirebbe, secondo alcuni, a realizzare l’Unità dei Cristiani, sottomettendoli alla Terza Roma.
Sarebbe interessante sapere se il Papa condivide personalmente tale lettura dell’attuale condizione dell’Europa.
Resta il fatto che Prevost ha deciso di condividere il nome con Pecci.
Vedremo se farà proprio anche il disegno storico di questo predecessore.

La Schlein ha deciso di congelare Sala, esigendo tuttavia – in cambio di tale “accanimento terapeutico” – una conversione del Sindaco alla linea “movimentista” propria del Partito Nazionale.
La signora elvetico-germanico-statunitense dimostra ancora una volta di non capire l’attuale realtà dell’Italia.
Quando la società esprimeva un forte movimento che reclamava una alternativa, Berlinguer fece tutto quanto in suo potere per spegnerlo.
Credendo che l’acquisizione di tale benemerenza avrebbe facilitato il suo inserimento – in un ruolo subalterno – nel sistema di potere della Destra Democristiana.
Il risultato consistette nel progressivo distacco del Partito da quella base e da quella realtà sociale che si riconosceva naturalmente nella Sinistra.
La quale iniziò così un lento ma inarrestabile declino.
Ora la Schlein commette a sua volta due gravissimi errori.
Il primo consiste nel ritenere che i movimenti nella società si possano innescare volontaristicamente dall’alto, semplicemente impartendo degli “Ordini di Servizio” provenienti dal Nazareno.
Occorre invece assecondare questi movimenti quando si manifestano spontaneamente, non certo accettandone le spinte più estremiste, che anzi devono essere contenute e corrette.
La loro repressione finisce però per togliere alla Sinistra tanto la sua base quanto il migliore strumento per incidere sulla realtà.
Il secondo errore commesso dalla Schlein consiste nel credere che la metamorfosi del suo Partito possa cominciare proprio da Milano.
Trasformando una consorteria di affaristi, dediti alla speculazione edilizia e completamente estranei ad ogni cultura politica connessa con il Movimento dei Lavoratori, in una forza capace di promuovere qualche forma di rivendicazione e di agitazione sociale.
Turati si era posto precisamente alla testa dei Lavoratori.
Sala non può farlo, essendo espressione della loro controparte.
Più precisamente di un “demi-monde” composto da piccoli imprenditori che risulta anche alieno dalla visione progressiva propria, viceversa, di una certa Grande Borghesia lombarda.
Quella dei Beccaria, dei Porro Lambertenghi, dei Verri e dei Confalonieri,
che espresse l’Illuminismo italiano, e che poi si sarebbe messa alla testa del popolo, con i Cernuschi ed i Cattaneo, nella rivendicazione dell’Indipendenza Nazionale.
Nel periodo di incubazione del Fascismo, il Direttore Albertini – che di questo ambiente fu l’esponente più avanzato – schierò il Corriere della Sera contro Mussolini.
Essendo rimosso quando il Regime riuscì a consolidarsi.
Di tutta questa eredità e tradizione intellettuale invano si cercherebbe un barlume negli affaristi famelici, grossolani ed incolti che Sala ha chiamato a Palazzo Marino.
Come può questa gente porsi alla testa di un’insurrezione morale contro il malaffare e contro la Reazione?
La Schlein è costretta ad affidarsi a costoro – esattamente come a Genova non ha rotto con Burlando, reduce dalle riunioni sul panfilo di Spinelli – in quanto i suoi predecessori hanno distrutto la Sinistra.
Non soltanto a Milano.
“Si parva licet componere magnis”, le pagliacciate inscenate da Bracco in Consiglio Comunale – il cui Regolamento costituisce un atto di tipo legislativo, che come tale deve essere sempre rispettato nell’azione politica – rappresentano il tentativo velleitario, patetico ed inconcludente, di convertire al “Movimentismo” il Partito della Selvaggina.
Che non trova nulla di meglio che offrire al Sindaco o la propria cooptazione nelle “Partecipate”, ovvero l’accordo su qualche mediocre “mercato delle vacche”.
Un Partito caratterizzato dal “trasversalismo” e dall’affarismo non può essere né “di Lotta” né “di Governo”.
La Lotta non si fa con i “brasseurs d’affaires” – siano essi costruttori e proprietari edili o venditori di Pernici (naturalmente “rosse”) – ed il Governo finisce sempre esercitato dalla parte avversa.
Tra la copia e l’originale, la gente – che non è stupida – sceglie sempre l’originale.

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Mario Castellano  08/08/2025
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