Gli ultimi avvenimenti di Diano Marina, di Sanremo e di Imperia risultano molto inquietanti...
Gli ultimi avvenimenti di Diano Marina, di Sanremo e di Imperia risultano molto inquietanti: non tanto e non solo per la loro gravità, quanto per il modo in cui sono stati portati – o meglio, non sono stati portati – a conoscenza dell’opinione pubblica.
A Diano Marina, tre automobili – tutte appartenenti allo stesso proprietario, un noto politico locale – bruciano nottetempo nello stesso cortile, senza che l’incendio danneggi le altre vetture.
Normalmente i giornalisti informano i loro lettori di un cosiddetto “giallo” e, in seguito, quando le solerti indagini compiute dalla Polizia individuano il responsabile, ne annunciano la soluzione.
In questo caso, invece, si è venuti a conoscenza del fatto solo dopo che ne era stata appurata la presunta origine accidentale.

Delle due l’una: o non si voleva allarmare il pubblico comunicandogli l’esistenza di un ignoto piromane, non ancora identificato, oppure si voleva nascondere la consumazione di un reato.
La notizia avrebbe infatti indotto la gente a domandarsi per quale motivo un concittadino fosse stato preso di mira da ignoti malviventi, finendo per scavare nelle vicende della sua vita privata, pubblica o professionale.
Di qui la necessità di trovare una spiegazione dell’incendio come “accidentale”.

Esclusa l’autocombustione, che sarebbe risultata poco credibile, si è attribuita l’origine del rogo alla ricarica difettosa di un’automobile elettrica parcheggiata nello stesso cortile.
I vicini hanno però potuto constatare come né questa vettura, né il filo che la collegava alla batteria risultassero danneggiati.
Nel mondo dei “gialli” esiste il famoso enigma della persona uccisa – e non suicida – ritrovata in una stanza chiusa.
Ora gli inquirenti di Diano Marina hanno escogitato un problema di ancor più difficile soluzione: quello di un incendio in cui brucia tutto, tranne l’esca che lo ha appiccato.

A noi capitò una volta che un personaggio con cui coabitavamo nello stesso alloggio venisse pugnalato nel bagno, rimanendo gravemente ferito.
Costui non volle però che il tentato omicidio fosse denunciato all’Autorità di Polizia Giudiziaria né alla Magistratura inquirente.
Il motivo era molto semplice: questo soggetto si era reso responsabile di uno “sgarro” ai danni dell’associazione a delinquere a cui era affiliato e, naturalmente, aveva interesse a nascondere tale imbarazzante condizione.

Ad Imperia, l’incendio di autoveicoli si è ripetuto nel parcheggio di un supermercato, ma questa volta la Polizia ha prontamente individuato il presunto colpevole.
Non si sa ancora se la coincidente comparsa, nei pressi del luogo del delitto, di scritte murali di contenuto razzistico risulti casuale o debba essere messa in relazione con l’incendio doloso.
In ogni caso, le indagini sono state coronate da un esito fulmineo, per cui non rimane che congratularsi con le Forze di Polizia per la “brillante operazione”.

Quando invece il Sindaco venne minacciato con il famoso distico in cui “infame” faceva rima con “lame” (quale triste conclusione per la storia della letteratura italiana, iniziata con l’Alighieri!), si rese necessario l’arrivo da Roma di una nutrita spedizione dei Servizi Segreti, che infine smascherarono e sbaragliarono un pericoloso gruppo estremista, pronto a trasformarsi nel nucleo iniziale di una più ampia e temibile formazione terroristica.

È destino che la violenza politica, in provincia di Imperia, rimanga sempre allo stato embrionale.
Le Brigate Rosse, pur contando a Genova su ben quattro “Colonne” – denominate rispettivamente “Cittadina”, “Porto”, “Fabbriche” e “Sanitaria” (la pubblicità che invitava all’arruolamento sottolineava come questa organizzazione terroristica fosse l’unico soggetto munito di una Mutua in grado di visitare a domicilio tutti gli assistiti) – non riuscirono tuttavia ad allungare i loro tentacoli fino al Ponente.

Un gruppo di scalzacani, tra cui figuravano i nipoti di una sindachessa democristiana, si fece scoprire con un arsenale nascosto in un muro a secco nelle campagne della zia.
Un altro aspirante terrorista venne individuato grazie a una “soffiata”, in quanto deteneva una quantità di esplosivo inversamente proporzionale alle sue capacità operative.
Il caso più tragicomico ebbe per teatro Taggia, dove un giovane aspirante “brigatista”, volendo essere arruolato senza però disporre di contatti nell’organizzazione, dapprima incendiò un filobus della STEL parcheggiato nottetempo in piazza Reghezza, poi fece il giro dei bar vantandosi di tale impresa, nella speranza che qualcuno informasse Renato Curcio o chi per lui.

Vennero informati invece i Carabinieri, e il padre dell’aspirante terrorista – uomo molto facoltoso – dovette risarcire di tasca propria l’Azienda dei Trasporti.
Per scoprire gli autori delle minacce al “Basotto” non bastava evidentemente qualche maresciallo della “Benemerita” né qualche ispettore della Questura.
Di qui la mobilitazione del SISDE, se non addirittura del SISMI, anche se gli autori delle scritte risultarono essere italiani.

Ora le nostre “barbe finte” potranno rimanere a Roma, giacché un incendio è risultato accidentale e dell’altro si è immediatamente individuato il responsabile.
L’ordine regna dunque a Imperia.
Almeno in apparenza.

Se anche ciò vale per il capoluogo, Sanremo è viceversa al centro delle tensioni che, ogni estate, tornano a manifestarsi puntualmente in ambito carcerario.
Una rivolta nella prigione di Bussana ha causato tra gli agenti della Polizia Penitenziaria ben otto feriti gravi, tutti colpiti con armi da taglio, e alcuni addirittura sfregiati.
Dell’accaduto si è venuti a conoscenza soltanto per via di un comunicato di protesta emesso dal sindacato che rappresenta il personale degli istituti di pena.

Perché i giornali non sono stati avvertiti?
E perché, soprattutto, non si ha notizia né di un rapporto penale di denuncia inoltrato alla Procura, né tantomeno dell’inizio di un’azione penale a carico dei responsabili?

Il carcere di Bussana è un feudo dominato dai detenuti islamisti, i quali vi dettano legge, ricorrendo anche a metodi violenti.
Ne ha fatto le spese tempo fa un recluso italiano, ridotto in fin di vita e salvato “in extremis” dopo il trasporto in ospedale.
La vittima non poteva logicamente dare l’allarme, essendo in coma, e tanto meno intendevano farlo gli autori dell’aggressione.
Gli agenti si limitano evidentemente a vigilare affinché nessuno evada.
Né si può pretendere di più da personale costretto a lavorare sotto organico per vigilare su una struttura sovraffollata, e soprattutto controllata da musulmani radicalizzati.

La comunità islamica di Imperia ha raccolto dei fondi per dotare la moschea della prigione di tappeti per la preghiera.
La devozione, nei soggetti fanatici, può però evidentemente portare a degli eccessi.
Qui ci vorrebbe un’indagine dei servizi di sicurezza, la situazione risultando ben più grave e pericolosa rispetto a quella causata dal “Pasquino” che prendeva a gabbo il Sindaco.

Ci domandiamo come mai un governo che non nasconde le sue mire autoritarie ometta di pubblicizzare episodi talmente gravi da non avere alcun bisogno di essere enfatizzati, tali inoltre da causare nei cittadini l’effetto – auspicato dalla Meloni e conveniente per la sua parte politica – detto in inglese “Law and Order”.

Il motivo è difficile da individuare.
La nostra opinione è questa: l’esecutivo si trova costretto ad amministrare una situazione che non è tanto di progressiva anarchia, quanto piuttosto di dilagante “anomia”.
Non è infatti venuta meno l’autorità, ma essa risulta ormai incapace di far rispettare la legge, salvo laddove le conviene, in considerazione degli interessi privati di chi la rappresenta.

La rivolta carceraria costituisce una faccia della medaglia.
Sull’altro verso troviamo un sindaco che emana atti amministrativi in forma verbale, cioè nulli, e non semplicemente illegittimi.
Peccato però che una magistratura compiacente eviti di accertarlo, emanando una sentenza dichiarativa e non costitutiva.

Se, per altro verso, non si reprime la violenza islamista e anzi si censurano le sue manifestazioni – anche le più gravi ed estreme – il motivo può essere ricercato nel fatto che certi Paesi musulmani sono a disposizione, per il tramite dei loro fiduciari locali, di chi intende esportare all’estero denaro di provenienza illecita.
Un tempo provvedevano le autorità di Belgrado; oggi sono a disposizione emiri e sceicchi.

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Mario Castellano  12/08/2025
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