Ucraina e negoziati di pace: precedenti storici e rapporti di forza
ERRATA CORRIGE

I lavori di costruzione dell’Autostrada dei Fiori vennero diretti dall’ingegner Bruni, e non dall’ingegner Morandi, come erroneamente indicato.
Ci scusiamo con i nostri lettori.

Quanto sta avvenendo intorno all’Ucraina trova – nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale – tre precedenti, costituiti dalle trattative svolte per porre fine ad altrettanti lunghi conflitti: quello dell’Algeria, quello del Vietnam ed infine quello dell’Afghanistan.
I negoziati per l’Algeria avvennero a Évian, località termale della Savoia posta sul confine con la Svizzera, che veniva raggiunta quotidianamente in elicottero dai rappresentanti del Fronte Nazionale di Liberazione, i quali erano alloggiati dall’altra parte del confine.
I negoziati sul Vietnam vennero invece ospitati proprio a Parigi, nella famosa sede di Avenue Kléber.
De Gaulle aveva ottenuto questo esito prestigioso grazie alla sua netta presa di distanza dalla politica del governo americano.
Il Generale, quando erano stati proprio gli Statunitensi a criticare il ritardo con cui, a loro avviso, procedeva il disimpegno francese dall’Algeria, aveva pronunciato una frase profetica.
Riferendosi ai dirigenti di Washington, disse infatti: «Je leur souhaite beaucoup de bien», alludendo alla possibilità che rimanessero a loro volta impantanati in una battaglia di retroguardia.

Le trattative per il disimpegno da Kabul degli Stati Uniti, già preceduti dal codazzo dei loro alleati, ebbero infine luogo a Doha.
Il negoziato forse più difficile fu quello sull’Indocina.
Se le parti effettivamente in contesa erano gli Americani ed i Vietnamiti del Nord, esisteva infatti anche un terzo incomodo, rappresentato dal governo del Vietnam del Sud, che costituiva un soggetto di diritto internazionale.
A esso i Comunisti contrapposero il loro «Governo Rivoluzionario Provvisorio», riconosciuto dai Sovietici, dai Cinesi e da gran parte del cosiddetto «Terzo Mondo».
Occorreva dunque tenere conto – o quanto meno fingere di tenere conto – delle esigenze di Saigon.
Per cui non soltanto si discusse preliminarmente perfino sulla forma del tavolo, ma soprattutto si interruppero i colloqui – quando già l’accordo era virtualmente raggiunto – per bombardare ancora una volta Hanoi.
Questo gesto non aveva nessuna giustificazione dal punto di vista militare, ma era volto a far credere ai Sudvietnamiti che l’America, una volta uscita di scena, sarebbe tornata per sostenerli qualora la parte avversa li avesse invasi.
Il che precisamente avvenne, dimostrando che le uniche garanzie valide – in politica internazionale – sono quelle basate sul rapporto di forze.

Nel caso dell’Algeria vennero sacrificati i cosiddetti «pieds-noirs», malgrado il Generale De Gaulle, recatosi ad Algeri subito dopo il ritorno al potere, avesse detto loro: «Je vous ai compris».
Capire, però, non significa condividere.
«Et – come si dice per l’appunto in francese – pour cause».

Ora Putin afferma che i famosi «Ventotto Punti» escogitati da Trump costituiscono una base «molto utile» per iniziare le trattative sull’Ucraina, che annuncia per la prossima settimana a Mosca, dove è atteso Witkoff.
Putin dice però anche che questi punti non costituiscono una proposta, bensì un elenco delle questioni da risolvere: per l’appunto mediante i negoziati.
L’uomo si esprime sempre con franchezza e con precisione, per cui non si può fare a meno di notare una contraddizione, che in realtà risulta però soltanto apparente.
Le trattative, infatti, si aprono in quanto una delle parti ha già deciso di accettare in linea di principio le postulazioni fondamentali dell’altra parte, come era avvenuto per l’indipendenza dell’Algeria, per l’abbandono del Vietnam del Sud ed infine per l’uscita dall’Afghanistan.
Tutti e tre questi esiti erano peraltro inevitabili e prevedibili, quali altrettante conseguenze della direzione presa dalla Storia.

Ora la vera trattativa si svolge tra Russi e Americani.
Putin, riferendosi ai colloqui di Doha, che coinvolgono anche gli Ucraini, li ha liquidati affermando che vertono su questioni non di sostanza.
Ciò non significa naturalmente che l’accordo sia prossimo.
Influirà comunque sui negoziati la constatazione che l’Ucraina non è in grado di sostenere un altro inverno di guerra.
La sostituzione delle infrastrutture da cui dipende la sua sopravvivenza, se anche fosse possibile, non è comunque né nelle intenzioni degli Americani, né nelle possibilità degli Europei, i quali verranno soltanto informati di quanto concordato dai protagonisti.
Lo stesso trattamento verrà riservato agli stessi Ucraini.

Il protagonismo istrionico di Zelensky aveva due obiettivi: far credere agli Europei che la Russia non si sarebbe fermata sul confine occidentale del suo Paese e – qualora non fosse riuscito in tale persuasione – prolungare comunque il più possibile la resistenza.
La prima questione è stata già accantonata.
I vincoli dell’Alleanza occidentale – cioè il famoso Articolo Cinque del Trattato Atlantico – continuano a valere, ma non sono mai stati estesi all’Ucraina, che non fa parte né della NATO né dell’Unione Europea.
Quanto alla durata della resistenza, essa dipendeva unicamente dalla disponibilità degli Americani, che ad un certo punto si erano stancati di pagare per la guerra in Indocina e poi per quella in Afghanistan.
La scenata di Trump, che accusò pubblicamente Zelensky di essere responsabile della guerra, aveva le apparenze dell’evento, ma in realtà costituiva il fatto.
Un altro inverno era passato, il «Tycoon» si era insediato alla Presidenza e non intendeva farne trascorrere un altro senza avere modificato lo «status quo».

Si affaccia dunque un altro paragone: quello con la Repubblica Spagnola.
Anche in questo caso il tentativo di prendere immediatamente la capitale – le truppe di Franco avevano raggiunto fin dal 1936 la periferia di Madrid, ma vi si fermarono per tutta la durata del conflitto – era fallito.
La Repubblica, però, una volta che la guerra di movimento si era trasformata in guerra di logoramento, non poteva sopportarla a tempo indeterminato.
Per giunta, i suoi sostenitori occidentali avrebbero potuto intervenire – ammesso che fosse nelle loro intenzioni – soltanto al prezzo di anticipare lo scoppio della guerra mondiale.
Alla fine, il governo della Repubblica si divise tra quanti volevano resistere ad oltranza e quanti propendevano per il negoziato, che però, a quel punto, poteva portare soltanto alla capitolazione.
Lo stesso avvenne il Venticinque Luglio nel caso dell’Italia fascista.
E lo stesso sarebbe avvenuto per la Germania nazista se fosse riuscito l’attentato di von Stauffenberg.

L’Europa e l’Ucraina vedono dunque rivelarsi ciascuna la propria impotenza: l’una essendo priva di consistenza politica e di forza militare, l’altra dipendendo completamente dall’estero per la propria sopravvivenza.
Il diritto internazionale viene dunque impunemente calpestato, ma questo succede regolarmente quando un ordinamento giuridico non risulta più in grado di contenere, nell’ambito di regole condivise, un conflitto non tanto tra diverse istanze ideologiche, quanto piuttosto tra diversi interessi.
La guerra in Ucraina costituisce un altro capitolo dello scontro tra il Nord ed il Sud del mondo, anche se in questo caso esso viene combattuto – in termini geografici – tra l’Est e l’Ovest.
La Russia – esclusa dal «salotto buono» dell’Occidente – ha finito per ritrovare la propria collocazione nell’ambito dei soggetti già dominati dal colonialismo, mettendosi anzi alla loro avanguardia.

Il prossimo capitolo sarà, prima o poi, quello di Formosa.
Anche qui non vi è alcun dubbio sul fatto che una popolazione voglia mantenersi indipendente, ma prevalgono la volontà e la ragione del soggetto più potente.
L’Europa occidentale rimarrà per il momento immune da queste tensioni, ma si avvicina il momento in cui emergeranno quelle, ancora latenti, interne alla nostra società.
L’Italia sarà probabilmente il primo soggetto a risentirne, essendo attraversata dal confine tra il Nord ed il Sud del mondo.

«E tu che fai», dice un protagonista della filastrocca,
cui l’altro risponde: «Io fo’ il bagno a Cadenabbia, io fo’ i buchi nella sabbia».
Altri fanno la «Pista ciclabile».

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Mario Castellano  19/12/2025 articolo del 28/11/2025
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