Sinistra italiana, modelli stranieri e crisi dell’autonomia politica
All’inizio della nostra vita nel Paese di adozione, essendo incaricati di impartire un Corso di Specializzazione in Diritto Amministrativo, i nostri allievi – tutti Dirigenti dell’Amministrazione Statale – ci chiesero di parlare loro del pensiero di Antonio Gramsci.
Rispondemmo che la Storia delle Dottrine Politiche non rientrava nella nostra competenza e nemmeno nelle nostre personali cognizioni; e che comunque tale insegnamento – se impartito da noi – avrebbe comportato una violazione delle regole accademiche.
Poiché però tutti quanti insistevano, avendo naturalmente premesso che ci saremmo espressi in qualità di profani, facendo ricorso alle nozioni apprese per via della nostra milizia politica, cercammo di accontentare – per quanto possibile – l’uditorio.

Da questo episodio traemmo a nostra volta una lezione utile ed importante.
I Dirigenti di quel Paese erano ansiosi di conoscere un pensiero marxista eterodosso, lontano dalla dottrina ufficiale e pietrificata impartita a chi proveniva – come loro – dal cosiddetto “Terzo Mondo” da parte dei Funzionari del Partito Comunista Sovietico incaricati dell’insegnamento nell’Università “Lumumba” di Mosca.
Questi giovani venivano infatti tenuti alla larga dal più prestigioso Ateneo intitolato al grande scienziato Lomonosov.

Mentre in quelle latitudini c’era chi guardava con interesse a un grande pensatore italiano, i Dirigenti delle Botteghe Oscure temevano di esprimere anche il minimo flatus vocis di dissenso rispetto al dogmatismo dei Compagni Sovietici, che veniva diffuso in Italia dai rappresentanti dei regimi “progressisti” extraeuropei, cioè dai propagandisti di dittature tanto esotiche quanto brutali.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, gli ormai ex comunisti ebbero la loro grande occasione.
Costoro avrebbero potuto infatti sviluppare un pensiero politico che – senza rinnegare le proprie radici – ne realizzasse finalmente un adattamento all’identità e alla cultura italiana.
Questo sforzo venne però compiuto soltanto da un settore minoritario del Partito, rappresentato da quanti – svolgendo nel modo migliore i propri compiti amministrativi – si trovavano a contatto con una realtà sociale profondamente civile e ricca di fermenti, ben lontana dallo snobismo con cui – ieri alle Botteghe Oscure e oggi al Nazareno – si guarda a chi è lontano dal “generone” romanesco “di sinistra”, a cui approdano quanti hanno fallito nelle loro Province.

Proprio come avviene nel Capitolo di San Pietro, composto da quei Vescovi che si sono rivelati incapaci di governare le loro Diocesi, con la differenza che costoro esercitano un potere soltanto onorifico.
Ne detiene invece uno effettivo la Signora elvetico-germanico-statunitense approdata a Bologna nell’ambito del suo “Grand Tour” di ricca ereditiera annoiata dai salotti di New York e non all’altezza di affrontare la carriera accademica che le si offriva ad Harvard, a Yale o a Princeton, dove – grazie alla sua ricchezza – avrebbe potuto accedere se avesse avuto voglia di studiare.

È così avvenuto che la dirigenza del Partito venisse affidata ancora una volta – errare humanum, perseverare diabolicum – a soggetti adagiati nella convinzione che si dovesse “fare come”.
Dapprima in Russia, e fin qui l’errore – dato il prestigio che circondava, sia pure immeritatamente, gli eredi della Rivoluzione d’Ottobre e di Stalingrado – si poteva ancora capire.
Quando però, dopo essere passati per L’Avana e per Managua, si arriva a credere non soltanto possibile, ma anche utile “fare come a Gaza”, non ci sono attenuanti.

Proviamo a domandarci che cosa sarebbe successo se nel 1945 i carri armati dell’Armata Rossa fossero arrivati a Milano e a Roma.
Togliatti, lungi dal poter tentare la costruzione del “Partito Nuovo”, non composto da “rivoluzionari di professione” ma pur sempre legato all’ortodossia marxista-leninista, sarebbe passato alla Storia non già quale Padre Costituente della Repubblica, bensì come i vari Gomulka, Rakosi, Novotny e Dimitrov, cioè come collaborazionista di un invasore straniero intento a sradicare la nostra identità e la nostra cultura.

Dato che questo rischio è stato evitato, non sarebbe stato opportuno elaborare un modello diverso da quelli stranieri?
Ciò avrebbe però richiesto uno sforzo intellettuale di cui Berlinguer si rivelò fondamentalmente incapace.
E se ne fu incapace il Marchese di Sassari, figuriamoci che cosa potevano combinare Torelli, Rainisio e Corrado.

Ecco allora come i Dirigenti – tanto nazionali quanto locali – visto che non erano in grado di svolgere il compito, finirono per copiarlo da un altro studente, riproducendone – data la loro ignoranza – tutti gli errori.
Il Partito, data la sua incapacità di elaborare una propria cultura, torna dunque a rifugiarsi nella pedissequa riproduzione di un modello straniero, che questa volta non ha nemmeno la più lontana ispirazione socialista o comunista, ma riproduce i precetti della “legge islamica”, applicata a Gaza ancor più rigidamente che nell’Iran di Khomeini.

Basti pensare agli omosessuali gettati dai grattacieli.
Se l’occupazione israeliana ha prodotto un effetto positivo, esso è consistito nel costringere Hamas ad usare altri mezzi per le esecuzioni capitali.

Più in generale, i Dirigenti comunisti – e poi quelli ex comunisti – hanno fatto uso delle cause di popoli stranieri tanto per criticare il Governo italiano quanto soprattutto per rinviare la resa dei conti con la necessità storica della Revisione, che non era dovuta al cosiddetto “nemico di classe”, bensì ai Lavoratori, i quali non avevano – e non hanno – nulla da guadagnare dall’adozione di modelli stranieri, che avrebbero anzi fatto perdere loro i diritti conquistati con più di un secolo di lotte.

L’altro motivo per cui si adottavano modelli esteri consisteva nel mascherare non soltanto i propri limiti intellettuali – che generavano l’incapacità di intraprendere la Revisione – ma anche il proprio opportunismo.
Chi stipula il “Patto dei Granatini” pretende di farsi passare per “progressista” in quanto la Nonna è tra i promotori del corteo per Gaza, in cui si chiede la distruzione di Israele.

Altra cosa, comunque, è sostenere la causa di un popolo straniero – il che poteva andar bene per i Vietcong, ma non certo per Hamas – ed altra cosa è copiare l’ideologia altrui invece di elaborarne una propria, finalmente in grado di rendere compiuta la Democrazia italiana, che sta certamente regredendo a causa della Meloni, ma regredirebbe ancora di più se venisse imposta la legge islamica.

Eccoci dunque arrivati – partendo da lontano, nello spazio e nel tempo – al caso di Hanoun.

I Vietnamiti volevano esercitare l’autodeterminazione.
Non interessava loro né l’espansione del proprio modello ideologico né, tanto meno, la destabilizzazione di altri Paesi.
Il solo fatto di tentarla avrebbe peraltro alienato loro la gran parte delle simpatie di cui gode chi ha fondamentalmente ragione.

Il discorso cominciò a cambiare quando le simpatie della cosiddetta “Sinistra” si volsero ai Nicaraguensi.
Quando l’Ambasciatore Horestes Papi riceveva nella sua sede dei ricercati per terrorismo, ponendo le nostre Autorità nell’alternativa tra arrestarli all’uscita – violando le regole del Diritto Internazionale che impongono il rispetto delle rappresentanze diplomatiche straniere – oppure omettere un atto dovuto; quando un Consigliere regionale di Democrazia Proletaria ci deferisce, prima ancora del nostro arrivo a Managua, come spia alla Polizia Politica, benché la nostra missione scientifica contasse sul patrocinio dell’Autorità Accademica italiana, soltanto per ottenere la benzina necessaria per i suoi giri turistici; quando – e potremmo continuare a lungo a sciorinare aneddoti – succede tutto questo, significa che la “Sinistra” presta la propria consapevole collaborazione non già alla causa della “solidarietà internazionalista”, bensì a uno scopo non altrettanto condivisibile, consistente nella destabilizzazione del nostro Paese.

Che venne perseguita dai Sandinisti, ed oggi è perseguita da Hamas.
Questo gruppo terroristico ha tutto l’interesse a fare dell’Italia un cosiddetto failed State, potendolo così più agevolmente trasformare nella plaque tournante della sua penetrazione dell’Europa occidentale.

Molto probabilmente, le prove a carico di Hanoun sono state facilitate dai Servizi Segreti israeliani.
I reati di cui questo soggetto è chiamato a rispondere hanno però in primo luogo lo Stato italiano quale parte lesa.
Vale naturalmente per costui la presunzione di innocenza, come anche il principio in base al quale la responsabilità penale è personale.

Che dire però della responsabilità politica?
È quanto meno ipocrita deplorare il Sette Ottobre se si favorisce consapevolmente chi dà di questo orrendo episodio un’interpretazione del tutto positiva, considerandolo un “eroico atto di resistenza”, per non parlare dell’aperta negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele e – last but not least – degli insulti rivolti alla Senatrice Segre.

Il Signor Hanoun, in altre parole, si proponeva di completare l’opera iniziata da Hitler, e non ne faceva mistero.
Perché dunque la cosiddetta “Sinistra” non può rinnegare i propri rapporti con costui?
Rompere la collaborazione sarebbe un gesto tardivo ed ipocrita, ma non si è neanche in grado di compierlo, in quanto la “Sinistra” ha bisogno dell’estremismo islamico tanto per provvedere alle proprie necessità economiche – bisogna pur pagare le “consulenti cromatiche” – quanto per riempire con i “Propal” e i “Centri sociali” le piazze che rimarrebbero altrimenti vuote.

Non ci sono, tanto per restare alla nostra realtà locale, mille persone disposte a sfilare dietro a Verda; ci sono invece se le convocano i musulmani estremisti.
Ed allora ecco i “Democratici” – insieme con altre sigle, comprese quelle religiose – mettere la firma su queste convocazioni, che dopo l’arresto di Hanoun diverranno sempre più frequenti e sempre più violente, accompagnate da atti di terrorismo, commessi tanto in Italia quanto all’estero e diretti contro obiettivi collegati con il nostro Stato, con il risultato di “cavalcare la tigre” finendo per essere divorati.

Questo è il risultato raggiunto avendo dimenticato i Lavoratori per occuparsi degli abitanti di Gaza.
Se negli anni Settanta un’operazione di Polizia come quella compiuta oggi a Genova avesse portato in prigione tutti i Capi del “Partito della Selvaggina” per spionaggio a favore della Jugoslavia, la politica locale ne avrebbe beneficiato, evitando di essere a lungo condizionata da costoro.

Oggi l’azione della Guardia di Finanza può beneficiare la “Sinistra”, sempre che questa parte politica ne sappia approfittare, rompendo i propri legami con un soggetto che nuoce tanto agli interessi della Nazione quanto anche a quelli dei Lavoratori, il cui movimento non ha mai avuto nulla a che spartire né con gli obiettivi di potenze straniere né, tanto meno, con quelli del terrorismo.

Mentre però la Sinistra aveva già preso le distanze da Curcio quando questo soggetto venne arrestato, oggi non si è fatto in tempo lo stesso con Hanoun.
Se dunque non si è in grado di stabilire subito una minima distinzione, si finisce per essere travolti dalla sua stessa meritata rovina.

Send Comments mail@yourwebsite.com Saturday, April 25, 2020

Mario Castellano  29/12/2025
Copyright ilblogdimario.com
All Rights Reserved