Sinistra, terrorismo e alleanze politiche: una riflessione critica
Ancora una riflessione sugli arresti di Genova e sui rapporti della cosiddetta “Sinistra” con il terrorismo.
Quando ci si trova davanti a un interlocutore politico, e si valuta la possibilità di instaurare qualche forma di collaborazione – tanto più se si tratta di un’alleanza non occasionale, bensì strategica – occorre valutare se si coincide, in primo luogo, negli obiettivi e, in secondo luogo, nei metodi scelti per realizzarli.
Se rimaniamo nell’ambito della prima di queste due alternative, occorre domandarsi su quali basi alcuni esponenti della cosiddetta “Sinistra” abbiano scelto Hanoun non soltanto quale interlocutore, bensì quale loro alleato.

Si può infatti offrire a un ospite straniero – lo abbiamo fatto più volte anche noi – una tribuna da cui abbia modo di esporre le sue valutazioni in merito alla situazione del proprio Paese di origine, così come riguardo alle prospettive della causa in cui è impegnato.
Ciò, però, non implica necessariamente che si sia d’accordo – del tutto o in parte – con lui.

Nel caso delle visite compiute da Hanoun presso il Parlamento italiano e in altre sedi, alcune delle quali anch’esse istituzionali, quanti lo accompagnavano e lo presentavano hanno dichiarato espressamente la propria piena solidarietà non soltanto verso una situazione che egli descriveva come quella di un perseguitato, ma anche verso i propositi di questo dirigente politico.
Che consistevano – su questo l’uomo non ha mai lasciato alcun margine di dubbio – nella distruzione dello Stato di Israele.

L’obiettivo della costituzione di uno Stato palestinese, trattandosi dell’unica soluzione in grado di garantire una pace giusta e duratura nel Medio Oriente, non soltanto risulta condivisibile, ma comporta anche il dovere – per chiunque voglia sinceramente la pace – di aiutare, per quanto possibile, a realizzarla.
Tuttavia, anche tra quanti sostengono la prospettiva detta dei “due Stati per due popoli” esistono delle divergenze.

Vi è infatti chi auspica la sua realizzazione immediata, senza che da parte palestinese venga offerta la minima garanzia riguardante la sicurezza di Israele.
Altri – tra cui modestamente ci iscriviamo – ritengono che lo Stato palestinese possa nascere in tanto in quanto si raggiunga la ragionevole certezza che non divenga una base per azioni terroristiche finalizzate, in prospettiva, a distruggere il suo vicino.
Che – data la conformazione dei luoghi – sarebbe una sorta di “gemello siamese”.

Da questo punto di vista, il precedente costituito da Gaza risulta quanto mai scoraggiante e tale da fornire purtroppo argomenti difficilmente controvertibili a chi considera irrealizzabile – anche in prospettiva – la soluzione dei “due Stati”.
La Striscia, dopo il ritiro israeliano – comprensivo non soltanto della presenza militare, ma anche di tutti gli insediamenti – costituiva già in pratica uno Stato, esistendo una popolazione, un governo e un territorio.

Questo Stato poteva offrire la dimostrazione che la riproduzione della stessa situazione in Cisgiordania avrebbe facilitato il conseguimento della pace.
Poco dopo il ritiro di Israele, Hamas assunse però il controllo del governo di Gaza; i rappresentanti locali dell’Autorità Nazionale Palestinese vennero sommariamente giustiziati e fu imposta alla popolazione la “legge islamica”, applicata nel modo più rigoroso.

Lasciamo da parte l’aneddotica sulle uccisioni degli omosessuali e soffermiamoci piuttosto sul fatto che un uso oculato delle risorse offerte praticamente da tutti i soggetti internazionali – l’America, l’Europa, gli Arabi del petrolio e lo stesso Israele – poteva fare di Gaza una sorta di “Singapore del Mediterraneo”.
Hamas la trasformò invece in una base militare destinata a preparare il Sette Ottobre.

Ciò rende difficile il compito di chi non ha rinunziato a propugnare la prospettiva dei “due Stati”.
Che venne già offerta nel 2000 a Camp David ad Arafat da Clinton e Rabin, trovando però nel “Rais” un rifiuto, foriero di tutte le successive tragedie.

Occorreva dunque ricostruire una situazione di fiducia reciproca che avrebbe reso possibile rinnovare quella offerta e farla accettare.
Si è invece proceduto nella direzione esattamente opposta, dimostrando che lo Stato palestinese, se governato da Hamas, servirebbe soltanto a perseguire l’obiettivo consistente nella distruzione di Israele.

Poiché Hanoun la propugnava apertamente, essendo sostenuto da esponenti del Partito Democratico, i suoi organi dirigenti nazionali avevano il preciso dovere di chiarire che costoro si esprimevano a titolo personale e in dissenso dalla linea del partito.
Non essendosi invece pronunciati al riguardo, la Schlein e soci hanno condiviso la responsabilità – sia pure politica e non penale – assunta da diversi loro autorevoli compagni di partito.

Lo stesso dicasi per i cortei dei cosiddetti “Propal”, cui si accodano regolarmente vari esponenti democratici.
Queste manifestazioni non includono nella loro cosiddetta “piattaforma” la costituzione dello Stato palestinese – nel qual caso nihil dicendum – bensì, per l’appunto, la distruzione di Israele.

Il fatto di avere coinvolto occasionalmente anche dei dirigenti della Destra, come il nostro sindaco, approfittando del suo penchant per la bassa demagogia, non inficia la responsabilità di certi democratici.

Fin qui la valutazione degli obiettivi di coloro con cui si era scelto di allearsi.
Veniamo ai metodi.

Hanoun dichiarava apertamente di considerare il Sette Ottobre un atto – per giunta “eroico” – della resistenza palestinese.
Alleandosi con lui senza esprimere il minimo distinguo in merito a tali asserzioni significava anche in questo caso contraddire – ancor più apertamente e gravemente – la linea del partito.

Neanche su questo, però, abbiamo letto o udito una dichiarazione della Segreteria nazionale in cui si chiarisse che i “compagni” al seguito di Hanoun si esprimevano a titolo personale, assumendone la conseguente responsabilità, che dunque non si estendeva al partito nel suo insieme.

Siamo arrivati così al punto decisivo: il Partito Democratico è diviso sulle alleanze.
Non solo e non tanto le proprie, ma quelle della Repubblica Italiana.
Che non può in alcun caso collaborare – per giunta non occasionalmente, bensì in modo sistematico, cosciente e completo – con un gruppo di terroristi.

Saremmo curiosi di sapere che cosa direbbe la Schlein qualora – Dio non voglia – questi stessi terroristi colpissero degli obiettivi italiani per fare pressione sulle nostre autorità al fine di ottenere la scarcerazione di Hanoun.
O addirittura prendessero a tal fine qualche nostro connazionale come ostaggio.

La signora elvetico-germanico-statunitense si iscriverebbe in tal caso al “Partito della Trattativa”?
Berlinguer aveva aderito, al tempo del rapimento di Moro, al “Partito della Fermezza”, per non fare assurgere le Brigate Rosse al livello di un soggetto di diritto internazionale.

Hamas persegue lo stesso obiettivo, disponendo purtroppo di una forza ben maggiore rispetto a quella di Renato Curcio e soci.
Occorre dire fin d’ora che con i terroristi non si deve trattare.
Ed occorre dire anche che certi democratici – qualora non rompano i loro legami con costoro – sarebbero sleali nei riguardi dello Stato.

Ricordiamo, a questo riguardo, la nostra esperienza personale.
La nostra missione scientifica nel Paese di adozione era garantita dall’Autorità accademica italiana, nella persona del compianto professor Pier Giorgio Lucifredi, direttore dell’Istituto di Diritto Costituzionale della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Genova.
Il quale aveva concordato i suoi termini con Sua Eccellenza Horestes Papi, ambasciatore del Nicaragua in Italia.

Dal punto di vista politico, potevamo viceversa contare sul patrocinio dell’Associazione Italia–Nicaragua, guidata dalla nostra cara amica Maria Croce, esemplare militante del Partito Comunista.
Ad entrambe queste persone riferivamo, ad ogni rientro in patria, tutto quanto riguardava gli aspetti rispettivamente scientifici e politici della nostra opera.

Quando le autorità del Nicaragua pretesero da noi che collaborassimo a un’operazione di spionaggio diretta contro lo Stato italiano, rivelammo tale situazione in primo luogo alla signora Croce.
La quale ci disse subito, testualmente e ad alta voce: «Denunziala subito! Perché non l’hai ancora denunziata?»

Immediatamente dopo, e non prima, allertammo i nostri servizi di sicurezza, precisamente per sporgere la denuncia.
Il tentativo di spionaggio, non potendo contare sulla nostra collaborazione, fallì.
Continuammo dunque il nostro lavoro.

Fino al Due Giugno, quando – in occasione del ricevimento tradizionalmente offerto ai connazionali dall’Ambasciata d’Italia – il rappresentante a Managua del Partito Comunista ci rimproverò pubblicamente, al cospetto dell’Ambasciatore, precisamente per la nostra mancata partecipazione a un gravissimo reato.

Rispondemmo che Guido Rossa, anch’egli comunista, era stato ucciso proprio per essersi mantenuto leale verso lo Stato.
Il suo compagno (!) di partito disse allora che Guido Rossa aveva fatto male a denunciare i terroristi e che i terroristi avevano fatto bene ad ammazzarlo.

L’episodio dimostrò, tra l’altro, che questo signore era al corrente delle pretese delle autorità locali, ma – diversamente da noi – non le aveva riferite alle autorità competenti.

Attualmente assistiamo alla ripetizione della stessa situazione.
Vi sono anche oggi nel Partito Democratico persone leali verso lo Stato, come vi sono individui che, viceversa, mancano a tale dovere.
Certamente, dunque, non si può fare di ogni erba un fascio.
Né sul piano politico, né tanto meno sul piano penale.

Tanto più che nessun italiano risulta inquisito.
Almeno per ora.
Non si possono infatti escludere delle chiamate di correo, tanto fondate quanto infondate, e volte in tal caso a coinvolgere il Partito Democratico nel procedimento penale.

Se questo dovesse malauguratamente avvenire, risulterebbe ancora più grave il fatto che i dirigenti nazionali non abbiano sentito la necessità e il dovere di dichiarare come alcuni loro compagni abbiano agito e si siano espressi esclusivamente a titolo personale.

Se non lo hanno fatto, è perché costoro temono di perdere il contatto con una base che, in primo luogo, non appartiene al partito, in secondo luogo sfugge a ogni suo controllo, ma soprattutto corre inesorabilmente verso una deriva estremistica e criminale.
Come era successo al tempo del terrorismo “brigatista”.

Quando l’onorevole Dulbecco girava per le sezioni accompagnato da un soggetto – peraltro non iscritto al partito – che veniva scagliato contro i “deviazionisti”.
I “deviazionisti” erano allora – e sono anche oggi – quanti “deviano” verso la delinquenza.

Anche oggi, però, si evita un chiarimento, facendo del partito – malgrado la lealtà verso lo Stato di una parte dei suoi iscritti – un soggetto politico nel suo insieme non affidabile.
Tanto più nel momento in cui l’Italia è chiamata a partecipare a una guerra, che esige dai cittadini lealtà verso lo Stato e ossequio assoluto nei riguardi della legge.

Si tratta della guerra contro il terrorismo.

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Mario Castellano  29/12/2025
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