Partito Democratico, caso Hanoun e Islam politico: silenzi, rischi e ambiguità
I dirigenti del Partito Democratico cui è stato richiesto dai giornalisti di commentare tanto l’arresto di Hanoun quanto i legami tra questo signore e alcuni loro “compagni” tacciono ostinatamente.
Se queste persone avessero un minimo di intelligenza, potrebbero cavarsela dicendo che tali rapporti erano stati stabiliti dai loro colleghi soltanto a titolo personale, senza dunque comportare alcun cambiamento nella linea del Partito, la quale afferma il diritto all’esistenza dello Stato di Israele.
Tace anche Fassino, già protagonista delle manifestazioni di protesta per il Sette Ottobre.
Una simile risposta avrebbe tuttavia posto un rimedio soltanto parziale al danno subito dalla signora elvetico-germanico-statunitense e dai suoi soci del Nazareno.
È vero che un Partito non è una caserma, che il dissenso, espresso anche in forma organizzata, è assolutamente lecito, e soprattutto che sono finiti i tempi del “centralismo democratico”; la questione riguardante il diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico, dal quale qualcuno pretende di escluderlo, perpetuandone così la discriminazione, è però anche una quaestio stantis vel cadentis Ecclesiae.
Tanto più per un Partito che si propone di affermare il principio di eguaglianza, rivendicando tanto le cosiddette “libertà borghesi” affermate dalla Rivoluzione francese quanto il patrimonio ideale del movimento dei lavoratori.
Non si tratta dunque di fucilare quanti negano il diritto all’esistenza di Israele, e neanche di promuovere nei loro confronti un procedimento disciplinare — che non è stato fino ad ora esperito, nel Partito Democratico, contro nessuno — tanto meno contro chi è stato coinvolto nella vicenda dei “granatini”.
Esiste però la necessità di un chiarimento, da ricercare negli organismi direttivi. Una volta riaffermata la linea del Partito, non sarà più possibile per chi dissente sostenere pubblicamente, ostentando la propria rappresentanza, posizioni incompatibili con essa.
Perché dunque non prendere le distanze dai sostenitori di Hanoun?
Essenzialmente perché costoro sono in grado di ricattare oggettivamente i capi del Nazareno. Essi possono infatti privare il Partito Democratico della sua “massa di manovra”, che il vecchio Partito Comunista poteva mobilitare a un cenno dei dirigenti delle Botteghe Oscure, mentre oggi possono farlo soltanto i capi dell’islamismo “radicale”, imponendo però le proprie parole d’ordine e i propri obiettivi.
Alla Schlein non rimane dunque che sottoscriverli, essendo ormai incapace perfino di simulare la minima capacità di mobilitazione.
In tutta l’Europa occidentale, e non solo in Italia, si assiste dunque al concomitante fenomeno della radicalizzazione dell’islamismo e — quanto è peggio per i vecchi partiti di “sinistra”, ormai condannati all’irrilevanza — dell’islamizzazione del radicalismo.
Per cui i nostri stessi Stati sono posti davanti all’alternativa tra mantenere fuori dal governo una sinistra ormai egemonizzata dall’Islam — come avveniva per i comunisti durante la Guerra fredda — ovvero rassegnarsi, nel caso di una sua vittoria elettorale, all’instaurazione di uno Stato confessionale musulmano.
Se consideriamo che la sinistra francese ha imposto l’introduzione del diritto all’aborto nella Costituzione, possiamo renderci conto delle conseguenze di un simile cambiamento: le donne, anziché essere “padrone del proprio corpo”, perderebbero tanto i diritti civili quanto quelli personali.
I dirigenti del Nazareno sono comunque completamente rassegnati — pur di sopravvivere, sia pure in una situazione di irreversibile subalternità — a farsi rimorchiare da un’“avanguardia” egemonizzata dagli islamisti.
Nel futuro di Imperia si intravede dunque non già l’avvento della dinastia Siri-Garibbo-Verda, bensì di quella — ben più munita di energie giovanili e di risorse materiali — dei Piccardo-Vatteone. Il gesto con cui il suo capostipite ha “incoronato”, con il copricapo islamico, l’attuale sindaco riproduce anche fisicamente quello proprio del king maker, che pone la corona sulla testa di un sovrano a lui subordinato.
Napoleone, dopo essersi fatto investire a Parigi dal Papa, si mise invece da solo sul capo la Corona ferrea, pronunciando la famosa frase: «Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca!».
Mentre il povero Fiano cerca penosamente di rassicurare i propri correligionari, gli amici “democratici” di Hanoun arruolano il Partito nel variopinto seguito dei Fratelli Musulmani.
Fin qui il discorso politico.
Sul piano del diritto penale, le centinaia di pagine dell’ordinanza con cui il giudice di Genova ha spedito Hanoun & soci a Marassi — ove si è già svolta la prima di una prevedibilmente lunga serie di manifestazioni volte a ottenerne il rilascio — rivelano la difficoltà di provare l’appartenenza degli imputati a un’organizzazione che, in quanto illegale, è anche naturalmente segreta.
Nessun mafioso è mai stato trovato dalla polizia con la tessera dell’“Onorata Società” nel portafoglio. Nel caso di Hamas, almeno in teoria, questo potrebbe succedere: il gruppo terroristico ha infatti dirigenti dichiarati, che come tali hanno svolto negoziati con soggetti di diritto internazionale.
In realtà, questo gruppo opera su due livelli, essendo la sua interfaccia costituita dalla potente organizzazione dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas costituisce la sezione palestinese. I Fratelli Musulmani controllano inoltre, attraverso l’Unione delle Comunità Islamiche, la gran parte delle moschee situate in Italia.
Se dunque fosse provata l’appartenenza di Hanoun ad Hamas, come anche la destinazione al terrorismo del denaro raccolto, ne conseguirebbe la criminalizzazione di quasi tutto l’Islam italiano, con conseguenze difficili perfino da immaginare.
Perseguitare i musulmani in quanto tali configurerebbe in pratica il venir meno della libertà di culto. Lasciarli viceversa liberi di organizzarsi al seguito di Hamas significherebbe tollerare — e anzi riconoscere — l’esistenza di uno “Stato nello Stato”.
Non è dunque casuale che il nostro potere giudiziario si sia mosso su sollecitazione dei servizi segreti di Israele, limitandosi a compiere — quanto meno si spera — una verifica delle prove poste a fondamento di una notitia criminis pervenuta da Gerusalemme.
La postilla aggiunta all’ordinanza, con cui il giudice sembra quasi scusarsi per la propria carenza di giurisdizione che gli impedisce di promuovere un procedimento penale contro Netanyahu, conferma una situazione di imbarazzo: excusatio non petita, accusatio manifesta.
La redazione di questa estemporanea appendice a un atto giudiziario non avrebbe tuttavia potuto attenuare la reazione dei musulmani. Il figlio dell’imam Piccardo accusa lo Stato italiano di avere agito come longa manus di Israele. Nella nota non è scritto che siamo uno Stato-fantoccio, ma l’imam suo padre non ce ne vorrà se diamo questa lettura del comunicato stampa.
La si può leggere come una minaccia? Fondamentalmente sì, se soltanto si applica la proprietà transitiva. Hamas, i Fratelli Musulmani e l’U.C.O.I. — anche ammesso che non siano la stessa cosa — considerano comunque tutti Israele come un nemico da distruggere e considerano lo Stato italiano non tanto quale suo alleato, bensì come una virtuale estensione di quello ebraico.
Che cosa faranno tutti costoro contro di noi non lo sappiamo, e forse non lo hanno ancora deciso. Vale però il motto à la guerre comme à la guerre.
Quanto poi alla partecipazione dei Democratici a questa guerra, è probabile che si limiti a un “contingente simbolico”. La nonna — ingravescente aetate — non è in grado di partecipare ai tumultuosi cortei dei “propal”. Il nipote non dimostra, da parte sua, il cosiddetto physique du rôle. Rimane la possibilità di aderire, magari mediante una sigla di carattere religioso.
Ancora una volta, l’Italia entra in guerra completamente impreparata, essendovi indotta dai propri alleati. Si annuncia dunque, in prospettiva storica, una nuova Caporetto o un altro Otto Settembre. Se le nostre “barbe finte” hanno bisogno dell’imbeccata del Mossad, ciò non depone in favore della loro efficienza.
Passiamo, more italico, da un’esagerazione all’altra: dall’acquiescenza più totale alla logica della “retata”, detta anche, nel gergo degli addetti ai lavori, “pattuglione”. Quando però finisce nella rete un cosiddetto “pesce grosso”, la situazione si complica, essendo ugualmente imbarazzante tanto mollarlo quanto trattenerlo “al fresco”.
Sul piano personale, ci rammarichiamo del nostro fallimento. Avendo speso l’intera esistenza per la causa della conciliazione tra il Nord e il Sud del mondo, speravamo che le due parti non entrassero in conflitto l’una contro l’altra. Ciò, purtroppo, è quanto sta avvenendo, per giunta in forma di guerra di religione.
Adesso si spiega perché la Chiesa ha cambiato Papa, come era avvenuto nel 1914 e nel 1939. Non ci resta che continuare a compiere il nostro dovere, ma constatiamo con rammarico che l’ecumenismo è finito.