Teresa Vatteone (1918–2025) – Memoria di una vita e di una comunità
È passata quasi inosservata la notizia della scomparsa, in età biblica, della signora Teresa Vatteone, vedova Baruffaldi.
Come la leggendaria Ursula, protagonista di Cento anni di solitudine, Teresa Vatteone era ormai così vecchia che molti non credevano fosse ancora viva.
Perfino il sobrio manifesto da morto – uscito “a funerali avvenuti” – contiene un errore, affermando che aveva compiuto centosei anni.
Gli anni, in realtà, erano centosette.
Essendo nata la signora Vatteone nel 1918, coetanea della Vittoria nonché di Giulio Andreotti, figlio postumo di un caduto della “Grande Guerra”, ovvero – secondo alcuni – figlio illegittimo di un famoso cardinale della Curia romana,
da cui avrebbe ereditato il carattere ad un tempo caustico e felpato.
Teresa Vatteone era vedova del leggendario “Bertoluccio” Baruffaldi, leggendario cassiere della Banca Popolare di Novara, tanto immedesimato nel suo ruolo da sembrare incorporato nello scranno situato al piano terreno del “Grattacielo” e sopravvissuto nelle sue funzioni a innumerevoli direttori di filiale.
Uno dei quali, tale Leardi, era passato alla Storia sia per essere nipote di un grande azionista dell’Istituto di Credito, sia per l’irriducibile reciproca ostilità con Giovanni Spalla.
Tale che i due uomini trascorrevano l’orario di lavoro scambiandosi minacce di morte.
Baruffaldi assistette sempre impassibile a tali scontri verbali.
Essendo divenuta consorte di un’autorità indiscussa nel campo economico, nel tempo in cui le banche erano altrettanti templi in cui si misurava la consistenza reale di ciascun patrimonio cittadino – chi aveva causato degli ammanchi essendo considerato un paria –, la signora Baruffaldi era divenuta anch’ella una sorta di “genius loci” della grande casa avita, sita in via Diano Calderina.
Questa dimora è da tempo deserta, dopo il suo ritiro nella casa di riposo “Ardoino” di Diano Marina, ove veniva peraltro venerata quale decana delle nostre genti.
In gioventù, Teresa Vatteone era stata allieva delle altrettanto mitiche “Suore Francesi”: tutto, in questa vicenda, è ormai circonfuso da un’aura leggendaria.
Queste monache avevano edificato – lasciata la Francia in seguito alle Leggi eversive emanate nel 1905 dalla Repubblica laica – un convento dalle forme neogotiche,
in seguito divenuto fabbrica della lavanda Col di Nava – altro mito locale – ed infine sacrificato alla speculazione edilizia.
Finita male, essendo molti appartamenti del “Residence” sorto al posto del monastero tuttora invenduti.
Le “Suore” francesi insegnavano ai maschi, ed ancor più alle femmine delle famiglie della borghesia locale, la loro lingua – che veniva appresa sul catechismo –, l’arte del ricamo, ma soprattutto la dottrina cattolica,
in versione rigidamente tradizionalista.
Le religiose, che provenivano nella maggior parte da ricche famiglie dell’aristocrazia transalpina detta “royaliste”, cioè nostalgica dell’“Ancien Régime” – per cui recavano alla congregazione doti molto cospicue –, erano avverse tanto alla Rivoluzione quanto allo stesso Napoleone,
avendo rifiutato sia la Costituzione civile del clero, sia il Concordato del 1801.
L’origine del loro Ordine si collocava nella monarchica Francia occidentale, più precisamente a Tours,
dove Teresa Vatteone si era recata, ormai anziana, per visitare l’ex superiora del convento di Oneglia, nota in città con l’appellativo rispettoso di “Ma Chère Mère”.
La monaca, anch’ella all’epoca più che centenaria, la riconobbe prodigiosamente ictu oculi, benché le due donne non si vedessero da una vita.
La guerra del 1940 aveva infatti indotto la congregazione a lasciare repentinamente l’Italia,
dove le sue suore potevano vantare anche l’origine della vocazione sacerdotale del futuro monsignor Castellano, preparato alla Prima Comunione in francese.
Anche il penchant dell’arcivescovo per il tradizionalismo ebbe origine da questo precoce insegnamento.
La signora Vatteone era nota per le sue ciambelle, che ci dispensava generosamente ogni settimana.
Si trattava di un dolce a basso contenuto di zucchero, la cui ricetta risentiva della parsimonia d’antan, essendo stata probabilmente appresa dalle suore,
le quali insegnavano alle giovani anche l’economia domestica.
Dal matrimonio tra “Bertoluccio” Baruffaldi e Teresa Vatteone nacque il primogenito Agostino, noto “spantegato”, dapprima giovane segretario di “Ulisse” (con tre “esse”) Carli, e poi allievo commissario di bordo sulle navi della Costa Crociere.
Poco versato nelle lingue, il giovane ed aitante ufficiale era tuttavia addetto – dato l’evidente sex appeal – a intrattenere tanto le donne attempate (“Le crociere, come ammonisce Angelo Nuvolone, sono cose buone, ma sono piene di tardone”) quanto le belle ragazze che in ogni porto venivano invitate a bordo per un “cocktail” offerto dal comandante.
Fu così che Agostino Baruffaldi impalmò una ricchissima ed avvenente ereditiera di Puerto Rico, in seguito divenuta direttrice generale della IBM per l’America Latina.
La giovane era infatti perfettamente bilingue.
Baruffaldi ottenne – una volta sbarcato – la rappresentanza della Ferrero nell’isola detta “dell’Incanto”.
Essendo refrattario ad ogni idioma esotico, pare che visitasse la clientela decantando i suoi prodotti in uno strano spagnolo:
“Comprar chocolate italiano, muy bueno”.
In inglese non riuscì mai a dire neanche “Good morning”.
La rinomanza della ditta suppliva però alla scarsa eloquenza del venditore.
La vita di Agostino Baruffaldi a Puerto Rico non fu felice.
Simile al personaggio di Pirandello, anch’egli sbarcato su un’isola da una nave straniera e rimasto estraneo all’ambiente, l’uomo finì isolato e ritornò in patria,
dove trascorse – anche qui in solitudine – i suoi ultimi anni,
morendo prima della madre.
La quale tuttavia seppe farsi coraggio, appoggiandosi sulla figlia Letizia, omonima della nonna Vatteone – anch’ella morta centenaria – e sposata con il costruttore edile di Diano Marina Giovanni Ardissone (nessuna parentela con l’omonimo “Cagasso” di Oneglia).
Ora che Teresa Vatteone ci ha lasciati, ci accorgiamo di quanto manchi chi incarna la memoria collettiva,
che fa parte di noi stessi.
“Non mandare a chiedere per chi suona la campana.
Essa suona per te.”