Venezuela, geopolitica e crisi della sinistra | Analisi e commento
Si moltiplicano, in questi giorni, le richieste di una valutazione in merito ai fatti del Venezuela, in considerazione della nostra diretta esperienza dell’America Latina.
In primo luogo, occorre considerare che i precedenti cui fare riferimento, alla ricerca di un evento simile a quello consumato in occasione del Nuovo Anno, sono due.

Uno, cui tutti i commentatori ricorrono in queste ore, è costituito dall’arresto – anche in questo caso per traffico di droga – del dittatore di Panama, Noriega.
Anch’egli usurpatore di una Presidenza occupata illegittimamente, avendo falsato il risultato elettorale.
Ed anch’egli in combutta con i narcotrafficanti.
Per cui dovette scontare negli Stati Uniti una lunga pena detentiva.

L’altro paragone è costituito dal caso di Haiti, che fu l’ultimo Paese dell’America Latina a conoscere una transizione ordinata e pacifica tra i Governi “de facto”, triste eredità dei colpi di Stato perpetrati durante la “Guerra Fredda”, ed i nuovi Presidenti eletti a suffragio popolare.
Préval, un ex sacerdote cattolico che aveva vinto a valanga – “C’est l’avalanche” fu appunto il suo slogan nel francese “creolo” dei Caraibi – non poteva occupare lo scranno di Capo dello Stato a causa della resistenza dei militari.
Occorse, per imporre la transizione, che arrivassero i “Marines”.

Il Venezuela era rimasto l’unico Paese del Continente in cui la volontà popolare, espressa nel voto, non veniva rispettata.
Non è certamente un bene che, per imporre l’osservanza delle norme costituzionali, vengano violate quelle del Diritto Internazionale, ma non c’era altra scelta.
A succedere a Maduro non sarà comunque un altro Pinochet o un altro Videla, bensì colui che verrà designato dal popolo del Venezuela, dopo una transizione che dovrebbe, in teoria, essere controllata dalle Nazioni Unite o dall’Organizzazione degli Stati Americani, entrambe però non all’altezza di questo compito.
Per cui rimarrà la tutela imposta dal Governo degli Stati Uniti.

La seconda considerazione riguarda il modo in cui Maduro è caduto.
I suoi rumorosi seguaci, abituati a fare i rodòmònti con l’opposizione, sono rimasti tutti inerti, come i fascisti il Venticinque Luglio.
Segno che il regime era già finito anche per quanti in esso avevano creduto.
Unici a difendere il Presidente illegittimo rimanevano i componenti della sua guardia del corpo, forniti da Cuba.
La scelta del momento in cui effettuare l’intervento ha però tenuto conto del fatto che costoro stavano verosimilmente ancora smaltendo la sbornia di Capodanno.
Il che non depone in favore della professionalità di simili mercenari.

In terzo luogo, ci pare che molti commentatori non colgano – con la parziale eccezione di Guido Olimpio, dovuta tanto alla sua bravura quale giornalista quanto alle entrature nell’ambiente dell’“intelligence” – la connessione di quanto avvenuto con l’Iran.
In primo luogo, questa “liaison” spiega perché Trump ha deciso di violare manifestamente le norme del Diritto Internazionale, non essendo più vigenti quelle riferite al tempo di pace, bensì quelle stabilite per il tempo di guerra.
Il Presidente, essendo già entrato in un conflitto con il regime di Teheran, ha ritenuto di dover colpire un suo alleato, eliminando il suo avamposto sul Continente Americano, troppo lontano da Teheran per essere difendibile.

Gli Stati Uniti applicano ancora alla lettera la “Dottrina Monroe” quando si tratta della loro sicurezza nazionale.
Dopo la cosiddetta “Crisi di Cuba”, i Sovietici dovettero ritirare i loro missili dall’isola, e dopo l’accordo di Malta tra Bush padre e Gorbaciov fecero lo stesso con i bombardieri strategici collocati a Punta Huete, in Nicaragua.
Le vicende politiche interne di questi due Paesi non interessavano Washington.

Il Governo nordamericano controlla dunque, per il momento, il Venezuela mediante coloro che, dall’interno del regime di Maduro, hanno agito contro di lui per concorrere a provocarne la caduta, come fece Dino Grandi con Mussolini, in ambedue i casi in seguito a rapporti mantenuti segretamente con il cosiddetto “nemico”.
Il contrasto al narcotraffico ed il controllo del petrolio costituiscono altrettante cause secondarie di quanto avvenuto, anche se il cosiddetto “oro nero” servirà agli Stati Uniti in caso di conflitto nel Medio Oriente, per il quale la presa di Caracas rappresenta ad un tempo il presupposto e la “prova generale”.

In Iran, il regime traballa sotto la spinta di una rivolta popolare, che può anche in questo caso reprimere, ma Trump lo ha già diffidato dal sparare sui manifestanti, definiti “inermi” e “pacifici”, quali in realtà non sono.
Tra le loro fila – come ha dichiarato apertamente Pompeo – operano infatti molti agenti israeliani, i quali possono contare su molti israeliti di origine iraniana, dissimulati grazie alla conoscenza della lingua e dei luoghi, facilitata anche dal fatto di avere lasciato solo da poco tempo la diaspora.

Quando la rivolta arriverà al culmine, è prevedibile un intervento ancor più diretto e massiccio tanto dello Stato di Israele quanto degli Stati Uniti.
Non possiamo prevedere in quali forme ciò avverrà, ma si tratta di una scelta obbligata se si vuole eliminare la minaccia mortale che pende su Israele.
Per sventarla non basta bombardare periodicamente i siti atomici e l’industria bellica dell’Iran: occorre un cambio di regime.

In un prossimo articolo valuteremo le conseguenze dei fatti del Venezuela sul nostro “particulare”.
Ben quattro o cinque nostri concittadini hanno manifestato dinanzi alla Prefettura.
A Roma, neanche uno.
Questa inusitata eccellenza di Imperia nella militanza “internazionalista” merita un approfondimento a parte.

Oggi, invece, vorremmo soffermarci su chi era stato prescelto per condurre la campagna pubblicitaria in favore di Chávez e di Maduro a livello nazionale.
I Servizi Segreti del Venezuela pare siano tra i più massicciamente rappresentati in Italia.
I Russi, invece, hanno smobilitato in gran parte il loro apparato.
Rimane attivo, verosimilmente, quello dello spionaggio militare, come dimostrano le gesta dell’ufficiale fellone Fois, ma i propagandisti sono stati frettolosamente rimpatriati via Belgrado per “fine missione”.
Non si sente infatti più parlare della “Associazione di Amicizia Russia – Liguria”, con grave disdoro dei titolari di ristoranti.

Quanto agli incaricati delle “Pubbliche Relazioni” per conto di Maduro, riferiamo un episodio di cui siamo stati diretti testimoni.
Il dottor Salvatore Izzo, direttore del giornale elettronico “Faro di Roma”, venne trasportato a Caracas – passando per l’Avana – in compagnia di altri suoi colleghi, tutti prescelti per decantare le “magnifiche sorti e progressive” del cosiddetto “chavismo”.
Il noto “vaticanista” adempì scrupolosamente al suo compito, malgrado l’assoluta ignoranza della lingua di Cervantes.
Fin qui – diranno i lettori – nulla di male.

La sua scelta rivela però l’impossibilità, per Maduro & soci, di reclutare dei propagandisti nell’ambito della sinistra, non solo e non tanto per via del processo di revisione ideologica, che induce molti suoi esponenti a non sbilanciarsi più, come in passato, a sostegno dei dittatori “progressisti” del “Terzo Mondo”, quanto perché c’era il rischio di “bruciarsi”.

Ecco dunque spiegata la necessità di reclutare gli addetti alle Pubbliche Relazioni in un’area cosiddetta “grigia”, con scarse sfumature di rosso.
Izzo aveva infatti stabilito rapporti di collaborazione con il dottor Paolo Celi, noto per essere l’unico italo-francese di destra.

La nostra comunità d’Oltralpe fa infatti causa comune con la sinistra transalpina, seguendo una tradizione che risale alla Rivoluzione Francese, quando i cardatori di Parigi, originari del Piemonte, confluirono nelle fila dei “sanculotti”.
Il cui inno – tuttora intonato nei cortei – era la “Carmagnole”, dal nome del paese in provincia di Torino di cui molti tra questi lavoratori erano originari.

Gli spazzacamini di Parigi, originari in parte del Biellese ed in parte della Bergamasca, finirono a loro volta a combattere per i Comunardi, tanto che alcuni di loro vennero fucilati al “Muro dei Federati”.

Non condividendo, ovvero ignorando tali precedenti, Celi ha fondato a Nizza una “Associazione di Amicizia tra la Francia e l’Italia” che inquadra i pochi nostri connazionali destrorsi residenti oltre confine.

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Mario Castellano  07/01/2026
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