Lettera aperta a Monsignor Antonio Suetta | Stato laico, coscienza e responsabilità
LETTERA APERTA A MONSIGNOR ANTONIO SUETTA
Molto Reverendo e caro Monsignor Suetta,
ritengo doveroso – non soltanto in qualità di cattolico credente e praticante – aggiungere la mia modesta voce a quelle, purtroppo scarse, che si sono levate per esprimere approvazione, apprezzamento ed incoraggiamento nei riguardi della Sua iniziativa.
La quale non è diretta ad influire sulla legislazione di uno Stato non confessionale, bensì laico, che come tale non è tenuto a conformarsi al precetto specifico di una particolare religione.
All’epoca della campagna referendaria sull’aborto mi venne richiesto, da parte della professoressa Anna Oddone, di esprimere il mio personale parere al riguardo.
Chiarito che io – in quanto cattolico liberale – ritenevo rientrasse, per l’appunto, nelle prerogative dello Stato stabilire le proprie norme senza essere vincolato da tale precetto, consideravo altresì non soltanto lecito, bensì doveroso, che l’Autorità ecclesiastica richiamasse i fedeli alla sua osservanza.
Il venir meno del cosiddetto “braccio secolare”, che garantiva il rispetto di tale precetto per opera dell’Autorità civile, accresceva – insieme con l’estensione della libertà di coscienza – la responsabilità individuale dei singoli credenti, i quali, pur potendo praticare tanto il divorzio quanto, per l’appunto, l’aborto senza subire per ciò alcuna sanzione, devono a maggior ragione astenersene se vogliono continuare ad essere fedeli.
Nel senso etimologico del termine, che designa quanti persistono nella “fides”, cioè nell’adesione a quella che essi considerano una verità rivelata, da cui deriva un precetto per essi comunque vincolante.
Qualora, viceversa, la facoltà di praticare il divorzio ovvero l’aborto venisse trasformata dallo Stato in precetto, esso non sarebbe più laico – vale a dire astenuto da ogni interferenza nelle scelte rimesse alla libertà di coscienza dei singoli – ma si tratterebbe piuttosto di uno Stato anticlericale, o più precisamente antireligioso.
Saremmo viceversa in presenza di uno Stato ideologico, che costituisce l’equivalente di quello confessionale. Se il primo articolo del Concordato del 1929, abrogato da quello successivo del 1984 per renderlo conforme alla Costituzione della Repubblica, qualificava la religione cattolica come “religione ufficiale” dello Stato, le leggi fondamentali degli Stati del cosiddetto “socialismo reale” – sulla falsariga di quella dell’Unione Sovietica – attribuivano all’Autorità civile il compito di propagandare l’ateismo e dunque di contrastare la pratica religiosa.
Il mio richiamo al diritto e al dovere, propri dell’Autorità ecclesiastica, di ribadire la piena vigenza della norma canonica – che dispone naturalmente soltanto per chi appartiene alla nostra confessione – venne però distorto dalla professoressa Oddone, la quale incorse dunque tanto in una scorrettezza dal punto di vista del giornalismo quanto in una manifesta disonestà intellettuale.
Segnalai pertanto il suo comportamento al direttore della pubblicazione su cui costei aveva fatto apparire il mio scritto, esigendo ed ottenendo la dovuta rettifica. Il comportamento tenuto in tale circostanza dalla professoressa Oddone era peraltro coerente con la sua dichiarata adesione allo Stato ideologico, come attesta il sostegno da lei sempre manifestato nei riguardi del cosiddetto “sistema sovietico” ed il conseguente rifiuto della revisione intrapresa – sia pure parzialmente e tardivamente – dal suo partito, che finì comunque per ripudiare il modello dello Stato ideologico.
Quale non è, peraltro, la Repubblica Italiana, in quanto non si ispira ad alcuna ideologia.
Tutto questo ricordo non per polemica, bensì perché l’ispirazione ideologica propria della professoressa Oddone continua ad influenzare tanto la normativa regionale quanto la prassi seguita dall’Autorità civile della Liguria in materia di interruzione della gravidanza.
Qui, però, ritengo opportuno manifestare quanto penso rispetto alla posizione assunta dall’Autorità religiosa. Ribadito naturalmente che tale Autorità – da Lei personalmente rivestita con particolare autorevolezza e sagacia – ha il diritto ed il dovere di richiamare i cattolici a non praticare l’aborto e ad opporsi, per quanto possono, a tale pratica, si dovrebbe rifuggire da quella che io definisco la logica del “tutto o niente”.
Restando fermo che la legge dello Stato non può essere modificata, anche se in alcuni Paesi ciò è avvenuto restringendo le fattispecie in cui l’interruzione della gravidanza viene autorizzata (o, più precisamente, depenalizzata), esiste tuttavia la possibilità di contrastare i criteri con cui tale legge viene impropriamente applicata.
Nel caso della Regione Liguria, una norma che autorizza l’aborto è stata trasformata in una norma che prescrive l’aborto. Ciò è avvenuto violando manifestamente il principio della gerarchia delle fonti del diritto, in base al quale le circolari – siano applicative od esplicative delle leggi – non possono comunque disporre in contrasto con esse.
La Chiesa ha aperto i propri consultori, nei quali alle donne in gravidanza viene giustamente sconsigliato di praticare l’aborto, offrendo loro un sostegno concreto alla maternità ed illustrando ogni altra soluzione che permetta di evitare l’interruzione della gravidanza.
Io stesso – sans vouloir me flatter – sono un padre adottivo e, come tale, ho dato modestamente la prova concreta di come la Provvidenza possa ovviare all’assenza di un genitore naturale, mancando il quale un’altra persona ne ha fatto le veci, dando a mia figlia una buona educazione, come dimostra tanto il suo successo professionale quanto l’esemplarità della sua vita familiare.
Che cosa succede, però, se una donna – generalmente di condizione sociale e di cultura non elevata, afflitta per giunta da difficoltà economiche ed esistenziali – si reca in un consultorio della Regione?
Per lo più ne esce convinta, o meglio indotta, ad interrompere la gravidanza.
Se la Regione non fosse de facto ideologica, l’aborto, anziché esserle presentato come l’opzione estrema cui anteporre tutte le altre, le viene viceversa proposto come la prima e più preferibile – se non addirittura l’unica – delle soluzioni praticabili. A ciò contribuiscono il ginecologo, l’assistente sociale, il consulente giuridico, lo psicologo e lo psichiatra.
Come può resistere alle loro pressioni una donna incinta, per lo più inesperta, povera ed incolta?
Caro Monsignor Suetta, per verificare se quanto io asserisco sia vero o non vero, basta domandare quale sia l’orientamento ideologico delle persone che ho elencato, scelte notoriamente in base alla loro militanza politica, a prescindere dalla maggioranza che governa la Regione. È inutile aggiungere che tutti costoro, nell’esercizio delle loro funzioni, dovrebbero dimenticare la propria appartenenza politica, se non altro perché la Costituzione prescrive l’imparzialità dell’Amministrazione pubblica.
Quanto risulta ancora più grave è però il fatto che costoro si adeguino all’orientamento espresso da una circolare della Regione, ispirata a suo tempo – guarda caso – dall’allora consigliere (neanche assessore alla Sanità) che tentò di spacciarmi per sostenitore dello Stato ideologico.
Quale cattolico, ma anche liberale, ho il dovere di contrastarlo con la stessa energia con cui ripudio lo Stato confessionale.
Mi auguro dunque che la Sua campana suoni a morto non solo per i poveri bambini mai nati, ma anche per un’attività legislativa della Regione e per una sua pratica amministrativa manifestamente illegittima, facendo in modo che i consultori pubblici non siano luoghi di propaganda politica di parte e restaurando il principio dell’imparzialità dell’Amministrazione pubblica.
Quanto meno, diminuirà di conseguenza il numero degli aborti praticati legalmente, restringendo tale pratica ai casi veramente estremi. La Regione dovrebbe, a mio avviso, compiere questa revisione con il concorso della maggioranza e della minoranza consiliare.
Se gli ex comunisti sono veramente degli “ex”, e non – come avviene in molti casi – degli staliniani mascherati da “democratici”, avranno un’occasione per dimostrare di avere ripudiato lo Stato ideologico. Altrimenti, alle prossime elezioni essi recluteranno una persona a Lei omonima per ripetere il gioco riuscito molti anni or sono, facendo credere agli elettori di esercitare la rappresentanza dei cattolici, che non si acquisisce facendo partecipare ai propri pranzi elettorali qualche Suo illustre confratello nell’episcopato, disposto a farsi strumentalizzare in cambio di qualche mutuo bancario.
Non affermo tutto questo per polemica, ma soltanto per amore di verità. Se veramente si vuole rappresentare i cattolici – comunque uti singuli, dato che nessun partito può considerarsi munito di tale qualifica e di tale compito – non ci si deve certamente proporre il ripristino dello Stato confessionale, ma neanche l’instaurazione dello Stato ideologico, che come tale si ritiene investito del compito di contrastare la fede, tanto sul piano delle coscienze individuali quanto su quello della sua espressione collettiva.
Le ribadisco la mia personale adesione alla Sua iniziativa, confortato da un episodio vissuto nel Paese di adozione. Una povera ragazza contadina minorenne era rimasta incinta a causa di una violenza carnale. La Chiesa, cui costei si era rivolta, verificò in primo luogo con il massimo scrupolo la veridicità del suo racconto, dichiarando che in tale caso si poteva ammettere l’interruzione della gravidanza.
La ragazza rispose che non si doveva far pagare ad un innocente il peccato commesso da altri, e portò a compimento la gravidanza. Si trattava di una giovane analfabeta ed indigente, la quale avrebbe però potuto impartire una lezione a tante persone più colte di lei, in particolare a certe nostre consigliere regionali.