Crisi della democrazia italiana e deriva del sistema politico
La Meloni ha dimostrato ulteriormente, conferendo un carattere istituzionale alla sua conferenza stampa di fine anno – portata allo stesso livello del Discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato dal Presidente nel Campidoglio di Washington – di ritenersi Capo del Regime.
Esattamente – mutatis mutandis – come Mussolini.
Il quale aveva ridotto il Re a funzioni meramente simboliche.
La Signora della Garbatella compie a sua volta, con sempre maggiore frequenza, gesti che manifestano l’intenzione di sopravanzare il Capo dello Stato.
Non solo e non tanto nel protocollo – ricordiamo comunque come fatto altamente simbolico l’occupazione della poltrona a lui riservata sul “Palco Reale” della Scala – quanto piuttosto nell’immaginario collettivo.
Vedi il caso della visita in ospedale ai superstiti dell’incendio avvenuto in Svizzera.
Mattarella è andato alla commemorazione ufficiale, ma l’impatto emotivo di questo gesto non può essere paragonato a quello causato dall’iniziativa presa dalla Meloni.
La quale può anche permettersi di affermare pubblicamente che dissente dal Capo dello Stato,
senza peraltro precisare su quali questioni,
lasciando tuttavia intendere chiaramente a chi spetta l’ultima parola.
Possiamo presumere che un oggetto della contesa sia costituito dall’esercizio del Potere Giudiziario,
che la Presidente del Consiglio giudica come un intralcio all’opera svolta dall’Esecutivo.
Ciò significa né più né meno che considerarsi legibus soluta.
Spetta infatti per l’appunto alla Giurisdizione valutare la conformità con la legge anche degli atti compiuti dal Governo,
sul piano penale, civile ed amministrativo.
A questo punto risulta inutile spiegare che la riforma del Potere Giudiziario, in attesa di essere confermata dal referendum, non si propone di scalfirne l’indipendenza.
Quale che sia la valutazione sul merito delle nuove norme, il cosiddetto animus con cui si intende introdurle nel nostro ordinamento è certamente ostile ai giudici.
Il rafforzamento del Regime risulta sempre più evidente con l’avvicinarsi della scadenza della legislatura: l’attuale Governo sarà infatti l’unico nel dopoguerra a raggiungere una tale durata, analogamente a quanto accadde con Mussolini dopo la lunga successione di Presidenti del Consiglio non duraturi propria dello Stato liberale.
Anche qui, la novità risulta rilevante sul piano della psicologia collettiva più che dal punto di vista strettamente giuridico.
Per quanto riguarda la coreografia, la Meloni – che auspica di collaborare con Fiorello nel mondo dello spettacolo – è specialista nella mimica facciale, come sottolineato da tutti i giornali,
rinnovando con ciò l’istrionismo proprio di Mussolini.
Che oggi appare buffonesco, ma ai suoi tempi risultava affascinante.
I posteri si domanderanno come potesse la Meloni conquistare i telespettatori con delle “gag” da avanspettacolo.
Il gusto teatrale degli Italiani durante il Ventennio era modellato dagli spettacoli inscenati dalle filodrammatiche di provincia.
Analogamente, quello dei nostri concittadini di oggi è stato forgiato dai guitti delle televisioni di Berlusconi.
Ambedue le situazioni confermano l’opportunità di proporre modelli aristocratici se si vogliono elevare le masse,
che altrimenti saranno sempre attratte dai demagoghi.
Il povero Giovanni Amendola diceva che per fare dell’Italia una democrazia compiuta ci volevano “almeno due generazioni a fondo perduto”.
Quelle che si sono succedute da allora sono andate purtroppo sprecate.
I nostri figli dovranno dunque ricominciare da capo.
A noi spetta il compito di testimoniare gli errori compiuti da chi ci ha guidato, affinché non vengano ripetuti.
Tutto ciò premesso, non siamo tra quanti – in base al meccanismo psicologico per cui quod volumus libenter credimus – si illudono che la Meloni sia destinata a durare per poco tempo.
Il Regime è destinato invece a permanere a lungo, forse appunto per la durata di un’intera generazione,
per il semplice motivo che non ha nessuna alternativa praticabile.
Non rimane dunque che sopportare la Meloni, tentando di attenuarne le peggiori degenerazioni, coltivando la nostra identità e preservando la nostra cultura politica in attesa di tempi migliori.
Praticando, in una parola, la resilienza.
La Presidente del Consiglio gode infatti di una rendita di posizione,
esattamente come avvenne prima per il Fascismo e poi per la Democrazia Cristiana.
Il Regime di Mussolini poté mantenersi in quanto offriva l’unica soluzione risultata possibile, in quella situazione storica, al problema consistente nella necessità di inserire le masse nello Stato.
I Socialisti e i Popolari non lo avevano risolto, essendo caduti nella tentazione di un “movimentismo” che destabilizzava lo Stato senza abbatterlo e sostituirlo con un modello diverso, e che spaventava la borghesia senza distruggerla.
La Democrazia Cristiana garantiva a sua volta l’appartenenza dell’Italia all’Occidente,
il cui modello politico era più vicino alla nostra identità e alla nostra cultura rispetto a quello semi-asiatico proposto dalla Russia di Stalin.
Se i carri armati dell’Armata Rossa avessero dilagato nella Pianura Padana, o se l’equilibrio dell’Europa disegnato a Yalta fosse saltato, avremmo fatto la fine dei Paesi del “socialismo reale”.
Caduto il Muro di Berlino, gli ex comunisti ebbero l’occasione di elaborare un modello progressista, ma coerente con la cultura politica occidentale.
Sarebbe bastato leggere Gramsci senza usare la lente deformante imposta a suo tempo da Togliatti, che aveva ridotto la lezione del Maestro a ispirazione della tattica, senza elaborare una strategia basata sul riconoscimento degli interessi e della funzione propri dei diversi soggetti sociali.
L’egemonia della Democrazia Cristiana produsse tanto una degenerazione in senso clericale e confessionale di questo partito quanto una profonda corruzione,
che, dopo la caduta del Muro, venne rivelata da Tangentopoli.
Laddove si poteva praticare l’alternanza, questi fenomeni non si produssero.
L’esperienza socialdemocratica era però così detestata dai dirigenti delle Botteghe Oscure che essi preferirono scimmiottare il modello “liberal” degli Stati Uniti.
La loro scelta venne inoltre propiziata dalla tendenza di “Walter” Veltroni a “fa’ l’americano”,
senza peraltro conoscere una sola parola di inglese.
Gli attuali capi del Partito Democratico, anziché proporre una profonda riforma della società e dello Stato, hanno scelto a loro volta nuovamente il “movimentismo”,
che – rispetto a quanto avvenuto in fasi precedenti della nostra vicenda nazionale, quello immediatamente successivo alla Grande Guerra e poi quello aperto dal Sessantotto – si esprime soltanto con una violenza di piazza fine a sé stessa,
oppure gestita dagli islamisti,
con cui si è fatto causa comune senza domandarsi quali conseguenze già produca la loro egemonia sull’attuale movimento.
Che scende in piazza per prendere le parti di Hanoun e non per difendere il posto di lavoro degli operai dell’ILVA,
e senza domandarsi che cosa avverrebbe nella malaugurata – per fortuna improbabile – ipotesi di una sua affermazione.
L’islamizzazione segnerebbe la fine della Nazione italiana, che è anteriore addirittura alla cristianizzazione, risalendo al tempo in cui, nel primo secolo prima dell’Era Volgare, Roma – terminate le Guerre Sociali – estese con la legge Plautia Papiria la cittadinanza a tutti i popoli italici.
Giulio Cesare, con la legge Giulia, vi incluse le popolazioni padane.
C’è, nella Signora elvetico-germanico-statunitense, la stessa regressione infantile che a suo tempo indusse molti della nostra generazione a rifiutare di crescere e maturare, come il protagonista de Il tamburo di latta di Günter Grass, finendo per estraniarsi dalla realtà.
Chi è un marxista non “immaginario” conosce e pratica invece la dialettica,
che costoro rifiutano di applicare.
La Schlein, mantenuta lussuosamente dal padre nella “Grassa” Bologna, non pare avere attinto dalla profondità del pensiero di Irnerio, di Accursio e di Graziano, avendo piuttosto concepito la passione per la vita “bohémienne”.
Nulla di male se si rimane nell’ambito delle cosiddette “goliardate”.
Molto male se si guida un partito che tanto più può sopravvivere in quanto sia capace di ritessere alleanze sociali,
che Berlinguer non seppe stabilire quando il Paese gli chiedeva di costruire un’alternativa.
C’è poi la questione dei rapporti con il mondo cattolico,
che dapprima veniva esorcizzato muovendo l’accusa generica di “clericalismo”.
Poi – contraddicendo tale critica, comunque non riferibile all’insieme della Chiesa e tanto meno all’insieme dei credenti – si propose al Vaticano di usare il Partito Comunista come sgabello per edificare uno Stato confessionale,
dimenticando che c’era già la destra democristiana.
Con la quale il Marchese scelse di allearsi, sacrificando tutto il movimento cattolico liberale e cattolico democratico.
A questo punto si poteva per lo meno porre una discriminante sul programma.
Si entrò invece nella maggioranza in cambio di nulla,
se non di qualche posto di sottogoverno.
Questa scelta avrebbe originato inevitabilmente – a livello locale – le fortune dei Risso, dei Rainisio e dei Barbagallo.
Gli attuali appoggi islamisti consentono certamente di stipendiare le “consulenti cromatiche”, ma impongono di seguire una linea politica suicida, basata sulla negazione del diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico.
Ciò è quanto esprimono i cortei che vedremo sfilare anche oggi lungo le strade delle “cento città” d’Italia.
I dirigenti ex comunisti dovrebbero ricordare quanto danno fece – in primo luogo ai lavoratori – l’avere a suo tempo inneggiato a Stalin,
come oggi si fa con Hamas.
La conseguenza consiste infatti nel condannarsi all’esclusione dal Governo,
salvo l’ipotesi catastrofica di una caduta di Israele e dell’Occidente.
Dopo di che, la Schlein verrebbe lapidata.
Sul piano locale, il Partito Democratico non deflette – con tenacia degna di miglior causa – dall’adesione incondizionata al “Partito Trasversale”,
che è ormai arrivato alla sua terza generazione.
L’affare dei Granatini è andato bene, ma non si può andare oltre.
Non si può infatti mantenere in vita un sistema di potere che a suo tempo risultava intoccabile non solo da parte dei competitori politici, ma soprattutto da parte delle autorità preposte alla sicurezza dello Stato, proprio a causa del suo radicamento all’estero.
Buic (alias Bucci) non venne mai toccato, essendo paradossalmente propiziato tale status giuridico di sostanziale immunità dall’appartenenza ai servizi segreti di Tito.
Se i suoi affari fossero stati scoperti, il sistema di potere imperiese sarebbe crollato, ma con grave danno per i rapporti con Belgrado,
che bisognava invece sostenere – per fas et nefas – in considerazione degli equilibri europei.
I nipotini – anche anagrafici – dei protagonisti di quella stagione credevano di sostituire il responsabile dell’ente di Stato preposto all’esportazione della selvaggina con Hanoun.
Ciò dimostra quanto poco costoro siano ubicati.
Si possono tollerare – in tempi di “distensione” – i traffici di un contrabbandiere di valuta, non le imprese criminali di un terrorista,
consumate, per giunta, mentre il mondo cammina verso una guerra.
L’aspetto più grave della vicenda consiste nel fatto che non si riproducono soltanto le aderenze straniere, ma anche le connivenze di certi ambienti nazionali.
Natta proteggeva notoriamente il “Partito Trasversale”, ma anche gli attuali dirigenti romani e genovesi del Partito Democratico andavano a braccetto con il Palestinese finito a Marassi.
A questo punto, l’edificio del ricostituito “Partito Trasversale” è miseramente crollato,
trascinando nella propria rovina quanto rimaneva – in realtà ben poco – della “sinistra” locale,
il cui decremento procede con velocità supersonica.
Dai mille manifestanti per Gaza si è scesi ai cinque per Maduro,
il quale, oltre a non esportare la selvaggina, ha perduto il controllo del petrolio.
Hanoun, da parte sua, si occupava soltanto di importazioni.
Di che cosa, lo diranno i giudici.