Il “paginone” e la resa politica: satira su potere, media e Blue Economy
Le reminiscenze storiche suscitate dalla pubblicazione su “Il Secolo XIX” di venerdì scorso di un “paginone” apparentemente dedicato a illustrare ed esaltare il “Pensiero” del quattordici volte Presidente Enrico Lupi sono innumerevoli.
Una è connessa con il “Pensiero” di Mao Tse Tung – anch’egli “Presidente” per antonomasia – che in Italia trovò il proprio “pendant” nel “Pensiero” di tale Aldo Bandirali, assurto alla guida di uno degli infiniti gruppuscoli in cui si frammentò il comunismo filocinese.
Bandirali, che riuscì anche a sposare una figlia del famoso critico d’arte Raffaello De Grada – anch’egli comunista, ma filosovietico – avrebbe in seguito concluso la propria carriera politica nelle fila di “Comunione e Liberazione”, essendo stato personalmente convertito da don Giussani.
Anche Enrico Lupi potrebbe presto approdare nel confessionalismo, come inducono a ritenere le voci di un crollo verticale delle sue doti sessuali, un tempo leggendarie. Si compirebbe così quanto affermato dalla saggezza popolare: «Quando il culo diventa frusto, il Signore diventa giusto».
Un altro precedente storico è costituito dal misterioso avvelenamento subito, durante una missione in America Latina, da Pietro Secchia, l’Uomo di Mosca nell’apparato del Partito Comunista Italiano, il quale morì poco dopo essere rimpatriato. L’uccisione – se tale fu in effetti – venne attribuita alla CIA.
Ora a esporsi a un pericolo analogo, ovvero a un rapimento da parte di agenti segreti statunitensi che lo porterebbe nello stesso carcere di Brooklyn ove giace Maduro, è Osvaldo “Braccioforte” Martini Tiragallo, il quale ha intrapreso a sua volta una missione nell’America Meridionale, i cui contorni sono resi incerti dallo stato di evidente confusione mentale nel quale il noto ristoratore versa da tempo.
Ignaro della lingua e dei luoghi, costui si espone temerariamente a un grave pericolo.
I nostri lettori si domanderanno a questo punto che cosa c’entri il popolare “Braccioforte” con l’esposizione del “Pensiero” di Lupi. Come avremo modo di spiegare nel nostro modesto scritto, la pubblicazione del “paginone” segna clamorosamente il più grande successo politico conseguito da Osvaldo Martini Tiragallo nel corso di una lunga carriera di militante.
Da tempo la sua ossessione era costituita dalla necessità di portare a compimento la lunga e paziente opera di mediazione dispiegata tra il quattordici volte Presidente e il “Sindaco-Presidente”. Il ristoratore, da parte sua, presiede soltanto l’Accademia della Lingua Braccese, ma tanto basta per qualificarlo a svolgere un ruolo che fu già di Henry Kissinger.
Il Nostro era crucciato dal persistere di dissapori tra i suoi due migliori clienti. Se la mediazione avesse dovuto riflettere la qualità di avventori dei contendenti, essa sarebbe risultata sbilanciata in favore di Lupi, il quale consuma da “Braccioforte” ben più pranzi e cene del rivale, pagando per giunta in tempo reale con la “Golden Card” dell’Unione delle Camere di Commercio.
Il “Bassotto” costringe invece ad attendere la delibera di spesa, poi la disponibilità nella “cassa” e a volte perfino quella nella “competenza”. In tal caso, il conto viene saldato durante il successivo esercizio di bilancio. È vero che il fornitore vi ricarica gli interessi passivi, ma altra cosa è prendere i soldi immediatamente, altra cosa è passare per le forche caudine dell’economato.
“Braccioforte”, ignaro del diritto amministrativo, ritiene però – come il generale De Gaulle – che «l’intendance suivra».
Ora l’uomo parte per la sua missione orgoglioso del successo conseguito, un successo per l’appunto “diplomatico”. Si dà però il caso che non abbia propiziato tanto un accordo, quanto piuttosto una resa incondizionata del quattordici volte Presidente, il quale, essendo stato “coincé” dal rivale – come invano lo avevamo ammonito – deve “fare buon viso a cattivo gioco”.
Lo dimostra l’inedita espressione ilare esibita nella fotografia formato tessera inserita nel “paginone”. L’icona quasi sparisce al confronto con l’immagine di panfili transoceanici, evidentemente ancorati sulla Costa Azzurra e non già a Imperia.
L’intervista – coerentemente con le fotografie poste a suo corredo – è tutta un peana alla “Blue Economy”. Il malcapitato Lupi è infatti costretto a ripetere come un mantra la parola d’ordine di quella che più appropriatamente dovrebbe chiamarsi “Scajola Economy”.
L’ordine di scuderia impone di decantare come un evento messianico – sarebbe invece più appropriato dire apocalittico – l’arrivo di navi da crociera e lussuosi panfili di miliardari, che porteranno Imperia a surclassare Portofino e Saint-Tropez, Cannes e Montecarlo, inondando di avventori danarosi il nostro “Braccioforte”.
«Quod volumus, libenter credimus».
L’uomo è talmente convinto dal Verbo del “Sindaco-Presidente” che induce anche Lupi a compiere la propria professione di fede. Il resto dell’intervista è mero riempitivo, includendo di tutto, dall’auspicio del ripristino della “Armo-Cantarana” alla semplificazione della burocrazia.
L’unica novità è costituita da una trattativa con le autorità di Dacca volta a propiziare l’arrivo di nuovi lavapiatti dal Bangladesh, da cui trarrà beneficio soprattutto il loro imam, appartenente alla scuola islamica detta “Deobandi”.
La “Tigre del Bengala” addetta alla persona di “Mohammed” Bensa è già rimpatriata a sua volta per “fine missione”. Sorge il sospetto che tutta questa operazione editoriale sia stata concepita in funzione di recitare un “mea culpa” di Lupi al cospetto di Scajola, per cui l’uno veste il saio del penitente, novello Enrico IV a Canossa, e l’altro i panni di papa Gregorio VII.
La scelta del “paginone” rafforza tale valutazione. L’Unione delle Camere di Commercio può pagare benissimo una pubblicità dichiarata, che però deve essere compilata dalle sue pubbliche relazioni, con l’ausilio di un’agenzia specializzata.
Per fare uscire una cosiddetta “pubblicità redazionale” basta invece contattare un giornalista compiacente, il quale viene compensato “esentasse”, insieme con l’editore della testata. Nel nostro caso si tratta per giunta di una gentile signorina, tale Laura Ivani, che non abbiamo il piacere di conoscere, ma immaginiamo molto avvenente.
Come supponiamo che l’intervista si sia svolta a lume di candela nel separé di qualche lussuoso locale. Non si tratta però di “Braccioforte”, chiuso per ferie.
Il “Bassotto” si appunta dunque un nuovo trionfo, cui si aggiunge il passaggio della fiaccola olimpica. I suoi speaker hanno però esibito nella circostanza la loro crassa ignoranza, pari soltanto a quella degli agenti della “Polizia Regionale”, tutti quanti digiuni della lingua di Dante.
I tedofori sono stati denominati “teodofori” – forse in onore dell’Imperatrice di Bisanzio – e addirittura “teodofili”, cadendo in una pericolosa assonanza con gli omosessuali.
La manifestazione non è risultata “oceanica”, bensì soltanto “lacustre”, essendo solo in parte salvata dalla folta presenza di agenti della “DIGOS”.
Il “Sindaco-Presidente” non temeva un attentato alla propria persona, bensì un’azione clamorosa dei seguaci di Maduro, di Haniyeh o di Khamenei contro il veicolo della Coca-Cola, da cui venivano dispensate lattine per attrarre qualche occasionale presenza.
In questa situazione, caratterizzata da timori paranoici per l’ordine pubblico, il quattordici volte Presidente si allinea come il classico “soldatino di piombo”, inneggiando alla “Blue Economy”.
Nessun cenno a un possibile rapporto vertenziale tra gli associati alla Camera di Commercio – Lupi si limita a enumerare gli appuntamenti oleari del nuovo anno – e i poteri pubblici, impersonati da Scajola.
Stalin, soffrendo di aerofobia, viaggiava in automobile da Mosca al Mar Nero, dove trascorreva le vacanze in compagnia di Berija, incarnato attualmente a Imperia dall’assessore Oneglio.
Il dittatore georgiano evitava però lungo il percorso il contatto con i sudditi, essendo infastidito dai dirigenti locali del partito, i quali si affannavano a dirgli che andava tutto bene. Una semplice richiesta di qualcosa avrebbe infatti potuto rivelare il contrario.
Speriamo che il “Sindaco-Presidente” si irriti per la piaggeria dimostrata dal quattordici volte Presidente. L’eccesso di servilismo dovrebbe infatti insospettire chi ne beneficia, non fosse che «Deus quos perdere vult dementat».
Per il momento, il “Bassotto” riceve come un trofeo la testa di Enrico Lupi, servitagli su un vassoio da “Braccioforte”, come fece Salomè con Erode nel caso di Giovanni il Battista.