Cooperazione internazionale, propaganda e crisi geopolitiche | Analisi critica
La Meloni presenta la liberazione del cooperante italiano Trentini da parte delle autorità del Venezuela come un grande successo della nostra diplomazia, e lo usa – come in tutte le analoghe precedenti circostanze – quale “arma di distrazione di massa”.
Non è mai stato chiarito in quale settore questo signore di Venezia prestasse la propria cooperazione, né con quale competenza specifica.
Noi abbiamo visto arrivare dall’Italia, nel Paese di adozione, torme di “generici”, i quali – oltre a rimediare brutte figure per sé stessi, per i rispettivi “organismi non governativi” e per l’Italia – tendevano per lo più a mettersi nei guai, a volte non conoscendo nemmeno una parola della lingua.
In questi casi, occorre per prima cosa stabilire un rapporto di collaborazione tra un’istituzione italiana e una analoga del Paese di destinazione.
La nostra presenza in Nicaragua era stata concordata, in occasione di un convegno di studi indetto dall’Istituto di Diritto Costituzionale dell’Università di Genova, diretto dal compianto professor Pier Giorgio Lucifredi, con la Presidenza della Corte Suprema del Paese beneficiato.
Ciò non dissuase tuttavia le sue autorità dal commettere una gravissima scorrettezza, esercitando pressioni affinché ci prestassimo a collaborare attivamente a un’operazione di spionaggio ai danni dell’Italia, che per fortuna, grazie alla nostra segnalazione alle autorità competenti, venne sventata.
Ci possiamo immaginare che cosa possa avvenire quando un’attività di cooperazione non può contare su analoghe garanzie.
Ciò detto, l’arresto di un nostro connazionale, disposto dal potere esecutivo anziché dal potere giudiziario, senza che per giunta venisse formulato alcun capo di imputazione a suo carico, la dice lunga su quale tipo di regime sia instaurato in Venezuela.
La valutazione più grave che si può formulare è però di ordine non giuridico, bensì politico.
Il Governo italiano – all’epoca essendo ministro degli Esteri l’onorevole Giulio Andreotti – faceva tutto quanto era in suo potere per aiutare il regime sandinista del Nicaragua.
Il compianto ambasciatore Franco Micieli De Biase, che ci onorò della sua personale amicizia e del suo massimo appoggio, si conformò a questa linea, si può dire addirittura con entusiasmo, al punto da richiederci di accantonare certe nostre perplessità sul corrispondente atteggiamento delle autorità locali.
Tralasciando i dettagli, formuliamo due domande.
La prima è rivolta ai dirigenti del partito che era allora – e si trova tuttora – al governo del Nicaragua.
Poiché la differenza tra l’atteggiamento tenuto nei loro confronti dagli Stati Uniti e quello tenuto viceversa dall’Italia risultava esplicita ed evidente, quale interesse essi avevano a compiere un atto ostile nei riguardi del nostro Paese?
Evidentemente nessuno, ma prevalse in costoro uno schematismo ideologico in base al quale l’Italia – in quanto Paese “capitalista” – doveva essere considerata “a prescindere” come un nemico.
Ciò causò gravi problemi per lo svolgimento del nostro lavoro, che venne tuttavia condotto a buon fine.
Non ricordiamo dunque questi fatti per giustificare un fallimento, ma essi ci aiutano a capire l’atteggiamento tenuto dal governo di Maduro verso l’Italia, della quale non si è evidentemente apprezzata la differenza nell’approccio al problema del Venezuela rispetto a quello proprio degli Stati Uniti.
I “chavisti” si sono dimostrati in conclusione altrettanto incapaci di fare politica quanto a suo tempo i sandinisti, il che aiuta a spiegare le loro disavventure.
Se poi Trentini fosse un simpatizzante dell’opposizione – nel qual caso bastava revocargli l’autorizzazione ad operare quale cooperante – ovvero si trattasse di un “chavista” nostrano colpito dal “fuoco amico”, non lo sappiamo.
Nella seconda ipotesi, ci si permetta di dire che quanto gli è capitato gli sta bene.
Ciò premesso, valutiamo – per quanto ci riguarda – quanto sta succedendo in Iran.
Probabilmente le manifestazioni inscenate contro il regime non hanno assunto – né prevedibilmente potranno assumere – le dimensioni quantitative e qualitative, in termini di categorie partecipanti alla protesta, necessarie per abbattere un potere certamente radicato e munito di un consenso di massa: non sappiamo se maggioritario o minoritario, ma comunque significativo.
L’obiettivo massimo cui possono aspirare i rivoltosi – o più precisamente quanti aspirano a suscitare una rivolta – non può dunque consistere in un abbattimento del regime, bensì in una sorta di cronicizzazione del disordine tale da destabilizzarlo.
Probabilmente quanti li appoggiano dall’esterno ritengono realizzabile soltanto la seconda di queste possibilità, che comunque richiede, per essere concretizzata, un intervento dall’esterno.
In mancanza del quale la protesta sfocerebbe in una repressione spietata e in un bagno di sangue, come accadde in Ungheria nel 1956 e in Cina all’epoca dei fatti di Piazza della Pace Celeste del 1989.
In ambedue i casi, ci fu in Occidente chi – cinicamente o irresponsabilmente – attizzò la rivolta pur sapendo che la sua repressione sarebbe stata inevitabile e che nulla si poteva fare per impedirla.
Nel primo caso, i fatti di Budapest servirono alla propaganda anticomunista per mettere in cattiva luce i regimi instaurati dall’Unione Sovietica nella parte dell’Europa che le era stata assegnata a Yalta.
Di questa dimostrazione non vi era d’altronde alcun bisogno, trattandosi di governi collaborazionisti dell’invasore, la cui totale mancanza di consenso si sarebbe rivelata nel 1989.
Se un settore della sinistra occidentale risultò indebolito in seguito a quelle vicende, lo si deve all’errore commesso da certi suoi dirigenti che avevano scelto di sottomettersi a Stalin.
Nenni lo capì e ne trasse le conseguenze.
Togliatti rifiutò invece di ammettere che si era sbagliato.
L’errore avrebbe potuto essere tuttavia corretto prima della caduta del Muro, e non dopo.
Di qui si origina la seconda domanda, che rivolgiamo personalmente a “Ualter” Veltroni.
La cooperazione italiana con il Nicaragua era pressoché monopolizzata da un organismo non governativo che faceva capo alla sua persona, essendone affidata la gestione a tre intimi collaboratori del montatore cinematografico, cioè Dario Conato, Marcella Marchioni Serangeli e Claudio Bernabucci, tutti quanti tipici personaggi “de sinistra” del “generone” romanesco.
Costoro avevano fondato e dirigevano il “Movimento Liberazione e Sviluppo”, attivo – oltre che in Nicaragua – nelle ex colonie del Portogallo, occupate all’epoca dai cubani.
In seguito, questo soggetto cambiò il nome in “Movimondo”.
Ora, probabilmente, la Meloni gli ha tagliato i fondi, ed è l’unico caso in cui le dobbiamo esprimere la nostra piena approvazione.
Questi dirigenti del Partito Comunista – più “romano” che italiano – avrebbero dimostrato un minimo di lungimiranza qualora avessero preso le distanze dal governo sandinista, da cui dipendeva peraltro l’autorizzazione ad operare nel nostro Paese di adozione, sollecitandolo a riconoscere la palese differenza tra l’atteggiamento tenuto nei loro confronti dall’Italia e quello viceversa proprio degli Stati Uniti.
Essi non dissero però mai una parola, né compirono un gesto che si proponesse questo scopo, e che sarebbe risultato non soltanto nell’interesse dell’Italia (incluso naturalmente il loro partito), ma anche nell’interesse del Nicaragua, cui non conveniva ampliare il novero dei propri nemici.
I vari Conato, Bernabucci e Marchioni Serangeli giunsero invece ad approvare espressamente il tentativo di coinvolgerci in un’operazione di spionaggio, il che denota un atteggiamento di slealtà nei confronti dello Stato.
Non rivangheremmo queste memorie del passato se non assistessimo oggi al ripetersi di comportamenti simili, che quanto meno rivelano l’irresponsabilità, se non la complicità criminale, da parte di chi li osserva, cioè i dirigenti nazionali – e di riflesso locali – del Partito Democratico, i quali sono chiamati a dimostrare – questa volta senza che venga loro offerta un’ulteriore prova di appello – la propria lealtà nei confronti dello Stato.
Tanto più in quanto oggi non è in questione l’atteggiamento da tenere nei riguardi di una vicenda remota dall’Italia, bensì il dovere di osservare tutte le misure proprie di una situazione di guerra, in cui si entrerebbe qualora il regime dell’Iran decidesse la chiusura di Hormuz.
Ci si può naturalmente domandare perché oggi si prospetti un intervento militare a sostegno degli oppositori, quale non avvenne né in occasione dei fatti di Ungheria né di quelli di Piazza della Pace Celeste.
La differenza consiste nel fatto che né il regime sovietico né quello cinese praticavano un’espansione militare che viceversa, nel caso dell’Iran, mette in discussione il diritto all’esistenza dello Stato di Israele.
Per quanto ciò risulti cinico, l’Occidente non aveva nessun interesse diretto da difendere né a Budapest né a Pechino, né in tutte le altre situazioni in cui una rivolta popolare – fosse o meno pacifica – poteva portare all’abbattimento di una dittatura.
Pur fornendo qualche aiuto indiretto, abbiamo dunque assistito dall’esterno – sia pure quali testimoni non indifferenti – tanto ai processi rivoluzionari destinati a realizzarsi quanto a quelli incamminati viceversa a fallire.
Hamas, che era uno dei cosiddetti “proxy” dell’Iran, si proponeva espressamente di esportare il terrorismo non soltanto in Israele, ma anche in Europa occidentale.
Di qui la necessità di estirparne, per quanto possibile, le radici.
C’è un fatto apparentemente non collegato con quanto succede nel Medio Oriente che tuttavia rivela il nostro coinvolgimento in quella situazione.
Orsoni, uno dei capi dell’indipendentismo corso, è stato ucciso in un attentato che – per le modalità dell’esecuzione – rivela essere probabilmente un “delitto di Stato”.
La scorsa estate abbiamo commentato le “Ghiurnate” di Corte, dove era presente anche Hamas, mentre mancavano i rappresentanti di movimenti indipendentisti regionali dell’Europa occidentale che in passato facevano causa comune con i corsi e che hanno dimostrato quanto possa progredire la causa autonomista seguendo un criterio legalitario.
Ciò comporta non soltanto l’osservanza delle norme vigenti nei vari Stati, ma anche la lealtà nei loro riguardi ogni qual volta essi siano impegnati in un contenzioso internazionale.
Qualcuno, a Parigi, deve avere considerato pericolosa per la sicurezza nazionale la “mésalliance” tra il settore estremo e non legalitario del nazionalismo corso e il terrorismo islamista, traendone conclusioni estreme.
La scelta, per tutti gli indipendentisti e gli autonomisti, si pone “hic et nunc”:
o si collabora con le autorità nazionali, ponendo bene in chiaro fin d’ora quale debba essere il corrispettivo da reclamare una volta terminata la guerra imminente – cioè né più né meno che l’autodeterminazione – oppure si sceglie di stare dalla parte opposta, credendo che comunque “il nemico del mio nemico sia mio amico”.
Noi non possiamo essere amici di un soggetto che contrasta l’esercizio del diritto all’autodeterminazione.
C’è una terza opzione, che consiste nel barcamenarsi, dichiarando la propria lealtà verso lo Stato ma contemporaneamente agendo per destabilizzarlo.
Questa è la scelta dei “partiti della selvaggina”.
“Et pour cause”, come si dice in francese.
Oggi abbiamo l’occasione per liquidarli definitivamente.
ERRATA CORRIGE
Il re Erode offrì a Salomè la testa del Battista e non viceversa, come scritto ieri erroneamente.
Ce ne scusiamo con i nostri lettori.