Egemonia culturale, religione e geopolitica: Oriente e Occidente a confronto
«Romanis Graecia capta ferum victorem cepit, et artes intulit agresti Latio».
Tutti quanti abbiamo appreso a memoria questi versi, che esprimono un insegnamento della Storia valido oggi e sempre.
La superiorità di un’identità – o di una cultura – non si misura necessariamente, né tantomeno esclusivamente, in base alla sua forza militare.
Se Trump ha veramente rinunciato a ordinare un intervento militare sull’Iran, ciò significa che un’eco dell’insegnamento impartito dai Classici è arrivata non tanto fino a lui – il “tycoon” fu a suo tempo uno studente asino, promosso, come certe nostre parenti, soltanto grazie all’influenza e al denaro del padre – bensì fino ai generali della U.S. Army, i quali vengono formati a West Point, dove non si studiano soltanto le strategie delle grandi battaglie del mondo antico, bensì anche, per l’appunto, i testi del pensiero greco e romano.
«Si parva magnis componere licet», valutiamo – giustapponendo l’una all’altra – due notizie tratte dalla nostra modestissima realtà provinciale.
Nella città di Imperia operano sedici sacerdoti del clero secolare. Il clero regolare si è invece estinto – per la prima volta dall’inizio dell’era cristiana – quando i Demichelis non sono più riusciti a trattenere i Cappuccini a piazza Roma.
I sedici volenterosi insigniti del sacramento dell’Ordine devono provvedere ai bisogni spirituali di quarantamila persone, considerate di fede cattolica in base alle statistiche, in quanto hanno ricevuto a loro volta il battesimo.
In proporzione, gli imam – incaricati di assistere duemila musulmani – dovrebbero essere zero virgola. Essi sono invece ben otto, due dei quali italiani convertiti, tutti stipendiati dalla comunità islamica, la quale si accinge a edificare la moschea più grande d’Italia in proporzione al numero dei residenti che la compongono.
Il Centro islamico – raccomandiamo fin d’ora, se saremo ancora vivi, di invitarci alla sua solenne consacrazione, affinché possiamo riferirne debitamente ai lettori – sarà perfino munito di una struttura sportiva.
Come si dice in arabo «mens sana in corpore sano»?
Di questo passo, da una parte l’islamizzazione dell’Europa occidentale è solo questione di tempo, e dunque non si spiegano le maleducazioni commesse dall’attendente di “Mahammed” Bensa (il quale è finalmente riuscito a farsi rimpatriare dall’Ufficio stranieri), né le insolenze del suo correligionario incaricato di inquadrare i riottosi ambulanti provenienti dal Maghreb.
Il Dalai Lama, giunto con i vestiti che indossava al confine indiano dopo una marcia a piedi sulle vette dell’Himalaya durata una settimana, ed inseguito dall’aeronautica militare cinese, si diede a diffondere il buddismo in Occidente. Il che gli riuscì molto bene, dato che l’uomo unisce nella propria persona due doti difficilmente conciliabili: l’altissima spiritualità e il senso degli affari, ereditato dal padre, di professione mercante (secondo altri ladro) di cavalli.
«Sua Santità» ha dunque fatto soldi a palate, avendo convertito alla fede buddista un numero di persone ben maggiore rispetto ai sudditi che aveva perduto. Tutto ciò è derivato paradossalmente da una sconfitta militare subita dal vetusto esercito tibetano ad opera di quello cinese.
Quando Khomeini rovesciò l’Impero, ci fu esultanza in tutte le sinistre occidentali, sia perché gli Stati Uniti avevano incassato una sconfitta in prospettiva ben più grave di quella subita in Indocina, sia in quanto – come scrisse acutamente don Gianni Baget Bozzo – l’Ayatollah aveva portato la Rivoluzione dall’esterno all’interno dell’uomo, non mirando cioè, come i bolscevichi, a eliminare la sua dimensione spirituale, bensì usandola quale motivazione dei comportamenti che noi consideriamo politici e mondani, riferiti comunque all’immanenza.
I musulmani sono in grado di conquistare l’Occidente grazie a due fattori che nessuno stratega – e nessuna forza militare – è in grado di contrastare. Uno dei quali è la demografia: i seguaci dell’Islam sono già nel mondo in numero pari ai cristiani, e la maggioranza di essi è composta da giovani. L’altro fattore è la maggiore frequenza del culto. A tutto ciò fa da contorno il denaro del petrolio, che copre le spese del nostro Centro islamico di imminente costruzione.
Non c’era dunque bisogno di ricorrere all’espansione militare, anche se questa è la tentazione in cui cadono tutte le rivoluzioni non appena si insediano al potere. I bolscevichi esordirono appoggiando gli Spartachisti tedeschi, inducendoli a una morte inutile. I barbudos di Fidel Castro si diedero a propagare la Rivoluzione in America Latina praticando la strategia detta del “fochismo”, nell’illusione che nuclei di guerriglieri avrebbero ripetuto dovunque quanto era stato realizzato a Cuba.
I rivoluzionari dell’Iran hanno perpetuato questo errore – dovuto a un limite culturale, che li rende incapaci di valutare le differenze tra l’uno e l’altro Paese – per molto più tempo. C’è stato un momento in cui pareva che la Storia, ammettendo la classica eccezione che conferma la regola, desse loro ragione, essendo gli sciiti giunti a controllare quattro capitali sunnite: Baghdad, Damasco, Sana’a e Beirut, estendendo un avamposto fino a Caracas.
Poi, però, è iniziato l’inesorabile riflusso. La loro Rivoluzione, esaltando l’identità religiosa, ha finito per cozzare con quella dei sunniti. Tra le due correnti dell’Islam esiste infatti una rivalità simile a quella che si produsse tra i cristiani subito dopo la Riforma protestante.
A questo punto, gli americani e gli israeliani potevano cadere nella tentazione di dare al regime l’ultimo colpo mediante nuovi bombardamenti, che avrebbero però dato fondamento all’accusa mossa dal regime ai rivoltosi di essere dei traditori, delle quinte colonne al servizio di un nemico esterno.
L’Occidente pare invece riuscito a ripetere il gioco già riuscito con la Russia, impantanata in una guerra che è sostanzialmente civile, la cui conduzione ha fatto perdere in primo luogo a Putin ogni possibile simpatia. Qualcuno si ricorda dell’Associazione Liguria-Russia, che pure aveva operato proficuamente in tutta la nostra Regione? Perfino lo storico locale gestito dai russi a Imperia Oneglia è stato chiuso, e con esso la possibilità di continuare un’attività di lobby proseguita fino ai giorni scorsi.
La destabilizzazione di un Paese ottenuta suscitando in esso una guerra civile esclude la possibilità di sostenere i simpatizzanti di una delle parti in contesa appostati all’estero. Questo non significa tuttavia che la partita sia chiusa. Come Putin può agire in Occidente mediante la cosiddetta guerra ibrida, il regime dell’Iran – pur privato dei pretesti che gli avrebbero consentito di chiudere Hormuz – può intensificare il proprio sostegno ai terroristi disseminati in tutta l’Europa occidentale.
Chi dirige la strategia islamista nei nostri Paesi non ha letto Gramsci. Se lo ha letto, non lo ha capito. Il grande pensatore di Ghilarza riteneva che in Occidente il problema non consistesse nella conquista del Potere, bensì nella conquista dei poteri, poiché l’egemonia è più efficace della dittatura, la quale comprime e nega gli interessi dei soggetti sociali, mentre occorre piuttosto rappresentarli.
Il Papa sembra intenzionato – in base a una valutazione delle sue prime mosse, che lo hanno spinto verso l’Asia Minore – a indicare per la Chiesa la strada percorsa dai cristiani insediati, per l’appunto, nei Paesi islamici, cioè quella consistente nel farsi riconoscere un proprio ruolo in una società sostanzialmente egemonizzata da altri soggetti.
L’Iran paga l’errore consistente nell’aver preteso di sconfiggere il “Grande Satana” sul terreno che lo vede più forte. La pretesa di dominare militarmente il Medio Oriente non aveva basi, essendo destinata a scontrarsi con le ambizioni di molti altri soggetti, dagli Stati Uniti a Israele, dagli arabi detti “del petrolio” (tutti sunniti) alla Turchia.
Il regime può anche sopravvivere, dal momento che la guerra civile ormai in atto non può avere – malgrado il sostegno esterno a una delle parti in causa – un vincitore strategico. L’Islam sciita sarà comunque costretto a ritirarsi nelle profondità del suo territorio, esattamente come avviene per la Russia, che vede anzi nel proprio decoupling dall’Occidente l’occasione per preservare un’identità distinta e irriducibile alla sua influenza.
Vi è addirittura chi propone di costruire una nuova capitale nella Russia asiatica, essendo le due capitali storiche troppo esposte a influssi stranieri. Kipling, che pure aveva idealizzato il colonialismo, giunse alla conclusione che «l’Occidente è l’Occidente, l’Oriente è l’Oriente, e non si incontreranno mai». Il problema consiste dunque nell’evitare che si scontrino.
È peraltro altrettanto vero che, come diceva Mao Tse-tung, «il vento dell’Est è più forte del vento dell’Ovest», e che l’Europa è soltanto «un promontorio fuori dall’Asia». Lo dissero nello stesso momento – senza che l’uno sapesse dell’esistenza dell’altro – lo stesso Grande Timoniere e Paul Valéry.
Se l’Islam vuole conquistare l’Occidente, non può illudersi che arrivi un altro Ṭāriq, o un altro Maometto II Bayezid. Esso deve affidarsi piuttosto alla predicazione dei maestri sufi, imitare cioè gli artisti e i pensatori che, partendo dalla Graecia capta, conquistarono Roma. Possiamo citare al riguardo Franco Battiato e Pietrangelo Buttafuoco, il quale è riuscito a infiltrare perfino il regime della Meloni.
Il nostro amico “Hamza” Piccardo non è riuscito nemmeno a penetrare nell’anticamera del sindaco, dove si è imbattuto nell’assessore Oneglio.