Iran, proteste e limiti dell’Occidente: analisi geopolitica
«Sans vouloir nous flatter», constatiamo che la previsione formulata ieri su come sarebbe finita la vicenda dell’Iran risulta oggi sostanzialmente azzeccata.
Le proteste di strada potevano certamente contare su un’adesione popolare abbastanza vasta, tale da creare seri problemi — soprattutto sul piano dell’immagine — al Regime.
Non però abbastanza vasta da permettere di raggiungere i due obiettivi che l’Occidente — o meglio il Governo degli Stati Uniti, con il supporto di Israele — si riprometteva di conseguire.
Essi consistevano in un cambiamento di Regime, tale che l’Iran non costituisse più in futuro una minaccia per l’esistenza dello Stato ebraico, minaccia che i governanti di Teheran continueranno sempre a riproporsi, a prescindere dalla possibilità concreta di raggiungerla.
L’altro obiettivo era, in subordine al primo, la distruzione dell’industria missilistica, che metterebbe il clero sciita in condizione di lanciare bombe atomiche su Israele, se e quando, naturalmente, riuscisse a costruirle.
Nessuno di questi due traguardi poteva però essere ragionevolmente raggiunto senza che i dimostranti ricevessero il supporto costituito da un intervento militare diretto, deciso da Trump e da Netanyahu.
Il “Tycoon” è stato sul punto di ordinarlo, ma poi ha fatto marcia indietro, come avevamo previsto.
Se infatti l’Iran fosse stato bombardato, avrebbe chiuso Hormuz e/o avrebbe colpito a sua volta i pozzi di petrolio e i “terminal” della Penisola Arabica.
Creare problemi molto seri all’Europa occidentale non sarebbe certamente dispiaciuto a Trump, ma non si può dire lo stesso per gli “sceicchi”, cui non piacciono gli sciiti, ma ancor meno piace la prospettiva di un danno economico enorme, simile a quello subito a suo tempo dal Kuwait.
Ecco dunque spiegato perché l’attacco non c’è stato e, prevedibilmente, non ci sarà.
L’unica concessione spuntata da Trump è stata costituita dal rinvio delle esecuzioni capitali di alcuni dissidenti, i quali, avendo avuto salva la vita, verranno anche riscattati — in cambio di denaro — da quei moderni “mercenari” che sono i diplomatici e gli agenti segreti: un tempo protagonisti della “politica delle cannoniere”, oggi ridotti a fare i sensali nelle trattative volte a ottenere il riscatto di qualche malcapitato connazionale — ovvero, nel caso specifico, di qualche straniero — trovatosi nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, assurgendo così al rango di asserito “agente della CIA” oppure del “Mossad”.
Prepariamoci dunque a ricevere, tra qualche tempo, il condannato a morte in qualità di rifugiato, compiendo peraltro una meritevole azione umanitaria.
L’Occidente non può ormai fare molto più di questo.
Rimaneva, come abbiamo scritto ieri, un obiettivo intermedio tra la caduta del Regime e il ruolo della Croce Rossa.
Questo obiettivo consisteva nella destabilizzazione del Regime mediante la prosecuzione delle manifestazioni, le quali però rischiano di perdere lena una volta che i dimostranti capiranno come non si possa sperare in un supporto esterno.
La mobilitazione della piazza può destabilizzare nel lungo termine il Regime soltanto se tale obiettivo rimane alla sua portata.
Altrimenti, essa finisce come le guerriglie, le quali vincono solo quando costituiscono l’avanguardia di un esercito, ovvero l’avanguardia di una rivoluzione.
In caso contrario, esse sono destinate prima o poi a spegnersi.
L’esercito degli Stati Uniti non arriverà mai e, senza il suo aiuto, non risulta possibile neanche la rivoluzione.
La prosecuzione delle proteste poteva essere ispirata da quanto è accaduto in Ucraina, dove il Regime di Putin si è impantanato in una guerra che non può avere nessun vincitore strategico.
Il conflitto, infatti, non indebolisce la Russia fino al punto di causare la caduta di Putin, ma impedisce al suo Governo — fino a quando continuerà a combattere nelle steppe del Donbass — di agire sullo scenario internazionale.
Per sussistere quale potenza regionale, la Russia deve, in una parola, rinunciare a essere una potenza globale.
Il modello ucraino non si può replicare in Iran, in quanto in tale Paese l’opposizione non può contare su una base territoriale nella quale venga installata una propria autorità statuale.
L’Europa occidentale, dal canto suo, rischia di subire gli effetti negativi tanto del tentativo di rovesciare il Regime dell’Iran quanto di un suo mantenimento al potere “tel quel”.
I dirigenti di Teheran possono infatti emulare la “guerra ibrida” — o asimmetrica — combattuta da Putin mediante i “blackout”, che arrecano un danno economico, ma non uccidono nessuno.
Gli islamisti, se istigati dall’Iran, possono viceversa scatenare una nuova ondata di attentati, che ci destabilizzerebbe senza però avere raggiunto l’obiettivo consistente nell’eliminare il Regime teocratico.
Nel lungo periodo, gli effetti di una simile azione risulterebbero equivalenti a quelli che l’Islam “radicale” potrebbe raggiungere nel più breve periodo come conseguenza di una crisi petrolifera, e consisterebbero nell’indebolimento progressivo dell’autorità degli Stati.
Un Governo centrale, privato della possibilità di intervenire nelle province periferiche e dunque di controllarle, perde la sovranità effettiva su di esse.
Questo risultato può però anche determinarsi se le grandi metropoli, data la loro composizione multietnica, divengono esse stesse ingovernabili a causa della diffusione del terrorismo.
Si potrebbero dunque verificare, col tempo, due distinti fenomeni.
Uno dei quali costituito dall’assunzione del potere effettivo da parte di nuovi soggetti, definiti su una dimensione territoriale più ristretta, coincidente più o meno con le diverse regioni.
L’altro fenomeno essendo rappresentato, viceversa, da un ruolo sempre più rilevante dei soggetti religiosi, qualora si rivelino capaci di mantenere la coesione del tessuto sociale.
Infinite volte abbiamo ricordato quanto scritto dal nostro grande studioso di storia Giorgio Rumi riferendosi al ruolo della Chiesa nell’Italia del 1943-1945, quando rimasero quelli che egli definì i “principi-vescovi”, in grado di rappresentare l’unica autorità effettiva, essendo la sola generalmente riconosciuta.
Sul piano geo-strategico, l’Occidente compie l’ennesimo passo indietro.
Lo stesso Trump ha riconosciuto l’impossibilità — ed anche l’inopportunità — di rimettere al potere in Iran il pretendente al trono.
Se non c’era altra alternativa, ciò significa che l’Occidente è arrivato veramente — come si suol dire — alla frutta.
I monarchici russi, ritirati nel loro esilio sulla Costa Azzurra e sulla Riviera dei Fiori, vennero interpellati — dopo l’inizio dell’“Operazione Barbarossa” — dal Governo di Berlino in merito alla possibilità di istituire nel loro Paese un Governo collaborazionista.
Il principe Jusupov, il quale aveva acquisito benemerenze avendo ucciso Rasputin con le proprie mani e che all’epoca viveva a Nizza, oppose un rifiuto, asserendo che il dominio nazista era contrario all’interesse della Nazione.
Gli aristocratici russi si rivelarono più patrioti e più lungimiranti del giovanotto invecchiato Reza Ciro Pahlavi.
I cambiamenti nei Regimi avvengono per effetto di quanto matura nella società, che in parte è certamente scontenta del presente, ma non vuole ritornare al passato.
Quanto alla “sinistra” italiana, che ha solidarizzato con Hamas malgrado sterminasse gli omosessuali, non dice una parola su quanto perpetrato da un Regime che si comporta esattamente nello stesso modo.
Speriamo che la sua prossima ispirazione — dopo la pretesa di “fare come a Gaza” — non consista nel “fare come in Iran”.
Bisognerà prima o poi trarre una lezione dagli effetti della cattiva abitudine di imitare modelli stranieri, tanto più attrattivi quanto più si rivelano liberticidi ed estranei alla nostra identità e alla nostra cultura.
Non vedremo comunque nessun corteo di solidarietà con le vittime di Teheran.
La Nonna è stanca, mentre il Nipote è “con tutt’altre faccende affaccendato”.
Nessuno dei due ha tempo e voglia di dedicarsi all’Iran.
Conviene di più occuparsi dei “Granatini”.