Monastero di Trisulti, Bannon e Vaticano: politica, religione e Stato
Torna di attualità la “vexata quaestio” del Monastero di Trisulti, di cui ci eravamo occupati rendendo noto per primi un discreto ma energico intervento della Santa Sede, verosimilmente decisivo nell’indurre lo Stato italiano a non dare in concessione questo importante bene culturale (peraltro anche di grande valore religioso) a “Steve” Bannon.
Il quale, all’epoca, rappresentava ufficiosamente – e tuttora rappresenta in Italia – il Presidente Trump.

Ora la riapertura del contenzioso, con il probabile rovesciamento del suo esito, è da mettere in connessione con due fatti nuovi: il ritorno del “tycoon” alla Casa Bianca e l’avvento del primo Papa statunitense, per giunta iscritto al Partito Repubblicano.

Lo Stato, dopo l’uscita di scena dei monaci, aveva bandito una licitazione per aggiudicare in concessione al miglior offerente l’abbazia.
Bannon vinse la competizione, tanto avendo presentato la migliore offerta quanto avendo garantito un uso dell’edificio conforme alle sue originarie finalità religiose.

Il consulente (protestante) di Trump per i rapporti con la Santa Sede intendeva impiantarvi la sede della sua università, che non è riconosciuta quale Ateneo pontificio e dunque non può rilasciare titoli di studio aventi valore accademico dal punto di vista della Chiesa cattolica.

Questa università è tuttavia divenuta – grazie agli abbondanti mezzi economici di cui dispone e al conseguente reclutamento di insegnanti di notevole prestigio scientifico (tra cui si annovera un nostro autorevole congiunto) – un punto di riferimento importante per l’ambiente del tradizionalismo e del fondamentalismo cristiano, in cui cattolici ed evangelici hanno già completamente superato le loro antiche divergenze, come attestano le frequentazioni oltre oceano del professor Roberto de Mattei.

Bannon vinse la licitazione, ma a questo punto la Santa Sede intervenne discretamente, attraverso il cardinale Segretario di Stato, sul Governo italiano (all’epoca non ancora presieduto dalla Meloni) affinché il prestigioso bene in oggetto non venisse aggiudicato in concessione all’americano.
Il motivo di tale presa di posizione consisteva nel timore che il monastero divenisse una sorta di Vaticano “alternativo”, contrapposto a quello guidato da Bergoglio.

L’Esecutivo si adeguò alla richiesta, esercitando l’autotutela e annullando in sede di revisione l’atto amministrativo con cui era stata disposta la concessione.
Questa procedura viene seguita molto raramente, in genere quando si tratta di correggere errori materiali all’origine dell’emanazione di un atto.

Contro la revoca della concessione, Bannon ricorse al Tribunale Amministrativo, che in prima istanza gli diede ragione.
Il Consiglio di Stato, organo di seconda e ultima istanza, confermò però la legittimità della revisione dell’atto che disponeva la revoca della concessione.

Il monastero rimase così vuoto e lo Stato rinunciò ad incassare il canone.
Questa situazione durò fino a quando Trump ridivenne Presidente, Bergoglio morì e Prevost venne innalzato al soglio di Pietro.

Nel frattempo, però, era avvenuto anche un altro fatto nuovo.
La revoca della concessione era stata motivata asserendo che Bannon si trovava sottoposto a un procedimento penale per il reato di turbativa d’asta.
Tale circostanza non poteva tuttavia essere invocata per disporre la revoca, almeno finché non fosse intervenuta una sentenza di condanna definitiva.
Il Governo agì dunque illegittimamente per compiacere la Santa Sede.

Il processo si è comunque concluso con la piena assoluzione dell’imputato “per non aver commesso il fatto”.
È dunque venuta meno ogni possibile motivazione nel merito dell’atto amministrativo impugnato.

Invocando la sentenza definitiva di assoluzione, Bannon si è quindi rivolto al Ministero dei Beni Culturali richiedendo che l’Amministrazione pubblica annulli la revoca della concessione.
A tale richiesta è stato però opposto un rifiuto.

A questo punto, l’americano si è di nuovo rivolto al Tribunale Amministrativo, impugnando il rigetto della sua istanza.
Se risulta inusuale – come già rilevato – l’annullamento di un atto amministrativo in sede di autotutela, lo è ancora di più l’annullamento della revoca, con cui l’Amministrazione ammette di essersi sbagliata nel valutare il proprio anteriore comportamento e, di conseguenza, ne ripristina il risultato.

La sentenza del Tribunale Amministrativo è attesa per l’undici febbraio.

Noi azzardiamo al riguardo una quadruplice previsione.
In primo luogo, Sua Eminenza Parolin non interverrà sul Governo affinché esso induca i giudici a dare torto a Bannon.
In secondo luogo, la giurisdizione amministrativa sentenzierà secondo giustizia e la concessione verrà ritenuta vigente.
In terzo luogo, il Governo non impugnerà il verdetto dinanzi al Consiglio di Stato e la sentenza passerà in giudicato.
A questo punto, l’americano rientrerà nel monastero, da cui potrà diffondere il suo verbo tradizionalista.

In quarto luogo – “last but not least” – un’eventuale istanza rivolta alla competente Congregazione della Santa Sede e diretta a ottenere il riconoscimento dell’Ateneo sarà anch’essa accettata, rafforzando ulteriormente l’influenza di Trump sul Vaticano.

Quanto al cardinale Parolin, integerrimo e prestigioso uomo di Chiesa, la sua figura ci ricorda quella di Charles-Maurice de Talleyrand, duca del Périgord, il quale – essendo stato insignito anch’egli, sotto l’Ancien Régime, del sacramento dell’Ordine nel grado dell’episcopato – servì la Prima Repubblica, l’Impero e infine la Restaurazione, incarnando nella propria persona la continuità dello Stato.

Il generale inglese Allenby, cacciati i Turchi da Gerusalemme, visitò il Santo Sepolcro vantandosi di avere rinnovato l’opera dei Crociati.
In seguito, i cristiani lasciarono la custodia dei Luoghi Santi ai loro alleati israeliti, per cui i musulmani tuonano contro l’unione tra i “sionisti” e, per l’appunto, i “crociati”.

La guerra che Trump prepara contro l’Iran verrà percepita – qualsiasi cosa dicano gli occidentali – come un nuovo conflitto di religione, che richiede di forgiare dei “guerrieri” (in inglese “warriors”), come la stampa definisce i discepoli di Bannon, motivati in base a un ideale forse non dichiaratamente confessionale, ma quanto meno basato sull’integralismo cristiano.

Le guerre non si combattono – né tantomeno si vincono – senza motivazioni forti, e dunque questi soggetti sono destinati ad assumere un ruolo di avanguardia nel futuro.

L’esaltazione dell’identità cristiana porta però inevitabilmente con sé una tentazione addirittura teocratica, con Trump nelle vesti del nuovo Sacro Romano Imperatore.

Durante gli anni Settanta vennero mandati nelle università, con il compito di contrastare una sinistra all’epoca dilagante e aggressiva, gli allora giovani di “Comunione e Liberazione”, i quali composero una “task force” modellata in funzione dell’obiettivo.
Nella precedente generazione c’erano stati i “Comitati Civici” di Luigi Gedda.

In entrambi i casi, l’obiettivo – dichiarato, ma non raggiunto – era costituito dalla creazione di uno Stato confessionale.
Ora queste formazioni, divenute obsolete, sono in procinto di essere sostituite dai “guerrieri” di Bannon, i nuovi crociati cui è attribuito il compito di difendere il Cristianesimo in contrapposizione all’Islam.

La Santa Sede non può dissociarsi da tale obiettivo, che anzi pare in conformità con la scelta del nuovo Papa.
Se però il futuro prospetta uno scontro tra due contrapposti confessionalismi, l’Occidente rischia di smarrire il principio della laicità dello Stato, che ormai da secoli definisce anch’esso la nostra identità.

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Mario Castellano  19/01/2026
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