Delitto della Spezia: riflessioni su integrazione, radicalismo e autorità dello Stato
Il delitto della Spezia induce ad alcune riflessioni in merito alla presenza, tra noi, di comunità islamiche sempre più numerose, sempre più coese nella loro identità, ma soprattutto sempre più tendenti, da un lato, alla chiusura verso l’esterno e, dall’altro, all’espansione della loro influenza.
L’assassino dell’Istituto Professionale “Chiodo” asserisce di avere agito per gelosia.
Il giudizio penale chiarirà naturalmente quale sia stato il vero movente dell’omicidio, ma sulle dichiarazioni del responsabile è lecito esprimere fin d’ora qualche dubbio.

Connesso, in primo luogo, con la reazione espressa dalla comunità islamica.
O — per meglio dire — con la sua inusitata mancanza di reazioni.

Per i musulmani integralisti, l’uccisione di un “infedele” costituisce un atto meritorio.
Il rigore del giudizio morale e dello stesso giudizio penale — che la comunità non deferisce allo Stato, governato dai “kafir”, ma pretende di esprimere essa stessa, in base alla propria legge — risulta viceversa assoluto quando un musulmano uccide un correligionario.

Per quale motivo, dunque, la comunità non esprime nei confronti dell’assassino una sola parola, non diciamo di condanna, bensì soltanto di dissociazione?
Perché l’omicida — questa è l’unica spiegazione possibile — è riuscito a convincere i propri fratelli nella fede di avere agito giustamente, eliminando chi questa fede aveva evidentemente rinnegato, o comunque offeso.

Le uniche critiche vengono di conseguenza rivolte allo Stato, governato dai “miscredenti”, accusati di emarginare e di perseguitare i musulmani.
Si trascura il fatto che l’omicida avesse avuto accesso agli studi, il che probabilmente non gli sarebbe stato garantito nel Paese di origine.
Per cui l’emigrazione — che è sempre dolorosa e difficile, ma costituisce tuttavia una prospettiva ambita da molti abitanti del cosiddetto “Terzo Mondo” — aveva, malgrado tutto, permesso al giovane marocchino di migliorare in prospettiva la propria condizione sociale, che avrebbe potuto ulteriormente progredire se costui, anziché scegliere la carriera del sicario, avesse pensato a studiare.

La fidanzata della vittima ha detto sibillinamente: «Chi sa, parli», facendo intendere che non crede alla versione dell’assassino in merito al movente.
Se infatti costui ha agito per sanzionare un tradimento della fede, lo tiene nascosto, in quanto l’avere ucciso in qualità di terrorista religioso aggraverebbe la sua responsabilità penale.

Quanto ai possibili mandanti, tacciono anch’essi perché i poteri occulti — come è noto — non dichiarano mai la propria esistenza.
L’avvocato difensore ha annunciato che richiederà la perizia psichiatrica.
Ci auguriamo che il tribunale la disponga, in quanto il suo esito — qualora escluda una situazione patologica — confermerà che siamo al cospetto di un delitto con motivazioni religiose.

Tutti gli islamisti autori di uccisioni — o di stragi — sono infatti, senza alcuna eccezione, dei “malati di mente”.
Che questo lo asserisca la difesa è comprensibile.
Molto meno lo è il fatto che l’infermità mentale venga asserita a priori dai mezzi di comunicazione e dalle stesse autorità non appena il colpevole viene individuato in un musulmano.

Se infatti si ammettesse che costui ha agito in quanto tale — pur osservando il principio costituzionale in base al quale “la responsabilità penale è personale” — si potrebbe comunque attribuire una parte della responsabilità morale a un ambiente fanatizzato.
Se dunque — in estrema sintesi — l’assassino è anche in questo caso un “malato di mente”, siamo autorizzati a sospettare un movente di ordine religioso.

C’è un’altra circostanza che lo fa pensare: il sindaco della Spezia, “fratello” della Meloni, ha denunciato come interi quartieri della sua città si trovino sottratti all’autorità dello Stato, essendo divenuti zone extraterritoriali governate dalla legge islamica.
L’omicida, evidentemente, intendeva estendere questo territorio includendovi l’edificio scolastico, incurante del fatto — o meglio, agendo proprio in base al fatto — che gli studenti e gli insegnanti fossero in maggioranza, o quanto meno in parte, di fede diversa dalla sua.

Se costui si fosse limitato a brandire il coltello per minacciare i compagni, questa estensione del “Dar al-Islam” ai danni del “Dar al-Harb” sarebbe risultata lenta, ma inesorabile.
Agendo in modo precipitoso, l’assassino ha invece ritardato tale processo, anche se non varrà a fermarlo l’installazione nelle scuole dei “metal detector”.

Sarebbe bastato sospendere il sicario la prima volta che ha minacciato un compagno, se non addirittura un professore.
Il preside e gli insegnanti hanno preferito invece chiudere tutti e due gli occhi per quieto vivere.
Quanto ai genitori degli studenti, ha probabilmente influito la loro appartenenza a ceti sociali emarginati.
Tale condizione, frequentando simili ambienti, si aggrava anziché attenuarsi, producendo lo stesso effetto della detenzione, che trasforma un piccolo delinquente in un grande criminale.

Basta recarsi, per averne conferma, presso il famigerato “Alberghiero” di Arma di Taggia, che ha sostituito la “Giovanni XXIII” di Sanremo e la “Media” di Ventimiglia Alta nella lista dei luoghi di istruzione (!?) equiparati nell’immaginario popolare ad altrettante Cayenne.
Gli “studenti” trascorrono l’orario scolastico ingaggiando continue risse, per ora, fortunatamente, a mani nude.

Altro esempio di extraterritorialità è il mercato ambulante settimanale di Oneglia del mercoledì e del sabato, e di Porto Maurizio del martedì e giovedì, dove vige un tacito pactum sceleris stipulato tra gli “annonnari” e i “mercatali”, in base al quale la mafia magrebina fa il bello e il cattivo tempo, con l’obiettivo di terrorizzare i pochi superstiti venditori italiani, inducendoli ad abbandonare il campo.
La relativa licenza andrà ad ingrossare le fila dei commercianti musulmani, il cui “ras” ci ha ripetutamente minacciato, facendo esplicito riferimento al nostro asserito ruolo di promotori della cacciata di un suo correligionario dalla casa di “Mohammed” Bensa.

Altri, e non noi, ha in realtà segnalato il caso all’Ufficio Stranieri della Questura, i cui agenti hanno constatato come l’intraprendente bengalese, responsabile della sistematica spoliazione del nostro incauto concittadino convertito all’Islam, non avesse neanche mai richiesto il permesso di soggiorno.
Per cui è stato cortesemente invitato a lasciare il territorio nazionale.

Questa inattesa “Waterloo” di un Napoleone dell’immigrazione clandestina ci ha comunque valso la condizione di “persona non grata” sul mercato ambulante, da cui, su consiglio dell’ufficiale della “Benemerita” incaricato della nostra personale sicurezza, giriamo alla larga.

Il sindaco, che manda l’assessore Oneglio a misurare con il metro i dehors dei pubblici esercizi, tollera l’extraterritorialità di una fetta del territorio comunale in cambio di un copricapo islamico (sia pure finemente ricamato) donatogli in occasione della solennità del “Fitr”.
Qualcuno commentò all’epoca che “Parigi vale bene una messa”.
Ed Imperia vale bene una funzione religiosa islamica.

Non sappiamo se il sindaco Peracchini esibisca un’eguale apertura verso le altre religioni, meritevoli naturalmente del massimo rispetto, ai cui adepti bisogna però ricordare che per integrazione non si intende — Dio ce ne scampi — l’assimilazione, né tanto meno la conversione forzata, bensì semplicemente la lealtà nei riguardi dello Stato di cui si è ospiti e del quale, in molti casi, si aspira a divenire cittadini.

Quando però si approfitta della “solidarietà” con i palestinesi per foraggiare il terrorismo, ci si dimostra sleali, a prescindere dalla valutazione di tale comportamento sul piano penale.

La connivenza di certe autorità con l’islamismo “radicale” stava per sfociare a Imperia nella fondazione di un nuovo “partito trasversale”, o meglio nel suo aggiornamento, dimostrato dal carattere “bipartisan” delle manifestazioni per Gaza, con il sindaco e il capo dell’“opposizione” (?) in veste di soci, e il palestinese nei panni del loro referente straniero, incaricato di garantire una sorta di immunità de facto.

Hanoun era dunque diventato il buic della situazione.
Mentre però il sindaco di Parenzo era stato lasciato a suo tempo indisturbato dai nostri servizi di sicurezza, il “leader” dell’“Associazione dei Palestinesi in Italia” è stato arrestato.
Quel giorno è finito il “partito trasversale”, i cui protagonisti non hanno saputo fare i conti con la Storia.

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Mario Castellano  20/01/2026
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