Giacomo Molle: liberalismo, fede e Stato | Memoria civile e politica
Sentiamo il dovere di aggiungere – a corredo di quanto scritto dal Nipote Simeoni – alcune considerazioni in merito al rapporto di Giacomo Molle con la fede e con la religione: due categorie che egli – in quanto liberale coerente – seppe mantenere sempre ben distinte.
Nel nostro articolo commemorativo scrivemmo che il suo pensiero al riguardo poteva riassumersi in due frasi, pronunciate da altrettanti suoi maestri ideali.
Benedetto Croce disse: «Io credo nel Dio che di tutti è Sommo Giove».
La fede non poteva essere ristretta nel dogmatismo, né manifestarsi necessariamente in conformità con chi del dogma si ergeva a custode.
L’altra frase è quella celebre di Cavour: «Libera Chiesa in libero Stato».
Lo Stato doveva riconoscere e garantire a tutti la libertà di coscienza e la libertà di culto, senza alcuna restrizione, ma non era tenuto ad adeguare la propria norma al precetto specifico di alcuna confessione.
Ciò premesso, i rapporti personali di Giacomo Molle con gli uomini di Chiesa furono sempre non soltanto rispettosi, ma anche cordiali.
Ogni dopopranzo, il fedele autista sardo Giuseppe – il quale, data la parsimonia tipicamente ligure del Professore, fungeva anche da cuoco – accompagnava Molle sulla terrazza del Pincio per una breve passeggiata.
«Post prandium, lento pede deambula», prescrive la Scuola Salernitana.
La stessa abitudine aveva il cardinale Eugenio Pacelli, all’epoca Segretario di Stato, il quale approfittava della passeggiata per leggere il breviario.
La giornata del porporato era troppo intensa per mantenere distinte entrambe le abitudini.
I due, vedendosi ogni giorno, cominciarono a dialogare.
Dalle osservazioni occasionali, la conversazione cominciò ad estendersi a temi più profondi.
L’uno e l’altro capirono ben presto di avere a che fare con un interlocutore di alta cultura.
Nacque così casualmente un sodalizio umano ed intellettuale, interrotto dall’elezione di Pacelli al Soglio di Pietro, ma mai smentito negli anni seguenti, che coincisero con la guerra.
Fu la Santa Sede a facilitare i contatti di Molle e della sua consorte con Oneglia, quando Roma era già liberata e la città di origine ancora occupata dai nazisti.
Con monsignor Castellano i rapporti vennero instaurati quando questo prelato era Assistente Generale dell’Azione Cattolica e risiedeva a Roma nell’alloggio di servizio di via della Conciliazione 1.
Per via della comune origine onegliese, monsignor Castellano divenne una sorta di cappellano della famiglia Molle, incaricato di celebrare tutte le funzioni religiose di sua competenza, che, dopo il trasferimento a Siena, vennero spostate nella nuova sede.
Alla divergenza tra Molle e Castellano sul piano dei principi faceva riscontro la convergenza con noi, avendo appartenuto, fin dall’età della ragione, al cattolicesimo liberale, seguendo in ciò le tracce di nostro nonno Angelo Languasco, che Molle ricordava come suo amico fraterno.
Monsignor Castellano era tanto identificato con il confessionalismo al punto di guardare con diffidenza alla Democrazia Cristiana, essendo sorto il Partito Popolare – come si denominava in origine – con un atto di rifiuto del «non expedit».
Nel partito erano inoltre presenti – e si manifestavano – istanze ritenute «moderniste», che mantennero quanto meno ferma l’affermazione, almeno teorica, del suo carattere non confessionale.
Monsignor Castellano andò sempre, viceversa, alla ricerca di un soggetto politico che si dichiarasse tale.
Per cui, dopo avere lungamente accusato i dirigenti della Democrazia Cristiana, ed in particolare Fanfani, con cui si scontrò duramente a Siena quando fu varato il centro-sinistra, Castellano credette di averlo trovato paradossalmente proprio nel Partito Comunista, malgrado in Toscana la sua base risentisse ancora del vecchio anticlericalismo.
L’arcivescovo fu dunque tra quanti – per fortuna pochi – diedero credito al tentativo di Berlinguer, consigliato dal cattolico tradizionalista Rodano, suo consulente nelle questioni religiose, di fare del Partito Comunista lo strumento di un disegno volto a trasformare la Repubblica in uno Stato confessionale.
La Santa Sede respinse questa offerta, sia perché era Papa il cattolico liberale Montini, sia in quanto la Curia diffidava dei comunisti.
Sul cambio di atteggiamento di monsignor Castellano nei riguardi dei comunisti influì però una questione ben più prosaica, cioè l’indebitamento della Curia di Siena nei riguardi del Monte dei Paschi, che, a causa di speculazioni sbagliate, giunse a due miliardi di lire, che vanamente la Direzione Generale reclamava dall’Ordinario.
Questa situazione incresciosa durò fino a quando Sandro Natta arrivò a Siena e ne venne informato dai «compagni» locali, cui ordinò subito tassativamente di rimettere il debito ed anzi di concedere nuovi prestiti di denaro, non già in ottemperanza al precetto contenuto nel «Pater Noster», bensì in funzione di un ben preciso disegno politico, che si rivelò con i pranzi elettorali celebrati ad Oneglia dallo zio in favore della nipote, in una inopinata riedizione, per l’appunto, del «nepotismo» più sfacciato.
Natta era corso immediatamente in arcivescovado per annunciare a suo cugino – quale Castellano era in effetti – l’agognata liberazione da una situazione debitoria incresciosa, chiedendo però una contropartita.
Il Monte dei Paschi fece la fine che fanno tutte le banche quando regalano i soldi.
Da tale pratica suicida Molle dissuase sempre i loro dirigenti, per cui si salvarono quegli istituti di credito che gli avevano dato retta.
I destini dei tre onegliesi si erano incrociati tra Roma e Siena.
A farne le spese fu un quarto concittadino, che venne costretto ad emigrare.
Nel nostro primo incontro, Molle – appena avviata la conversazione su temi storici – ci disse: «Lei diventerà professore universitario».
La profezia si sarebbe però avverata soltanto nel Paese di adozione, quando ci venne conferita dal cardinale Obando, rettore dell’Università Cattolica, la cattedra di Diritto Amministrativo.
Molle era purtroppo mancato da qualche anno e non poté vedere compiuta la sua predizione.
Il Professore si mantenne comunque sempre fedele ai principi dello Stato liberale, quali che fossero le insidie da cui era minacciato, tanto da parte di chi lo voleva confessionale quanto da parte di chi lo voleva ideologico.
Questo è il lascito morale di Giacomo Molle che dobbiamo difendere.