Omicidio della Spezia, libertà religiosa e sicurezza: riflessioni sull’Europa contemporanea
Il funerale del giovane egiziano vittima dell’omicidio della Spezia si è svolto in Cattedrale secondo il rito cristiano.
Si trattava dunque di un copto.
In entrambi i casi, ciò rafforza la nostra convinzione che il movente del delitto fosse di carattere religioso.
Tanto più in quanto l’omicida proviene dal Marocco, Paese in cui – a differenza dell’Egitto, dove la presenza di una comunità cristiana risale a molto prima dell’islamizzazione – non vi sono praticamente seguaci della nostra religione.
L’assassino mente indicando come movente la gelosia, in quanto risulterebbe più facile – qualora il crimine fosse stato originato dal fanatismo confessionale – provare la premeditazione.
Si spiega anche il motivo per cui la comunità islamica non lo deplora e non ne prende le distanze, essendo stato eliminato un “infedele”.
Se le cose stanno veramente così, il pericolo che incombe su noi tutti risulta particolarmente grave.
In molti Paesi dove convivono cristiani e musulmani, particolarmente in quelli dell’Africa subsahariana, è in atto una “pulizia etnica” volta a eliminare la presenza dei nostri correligionari.
In Nigeria, in particolare, vari gruppi estremisti compiono stragi pressoché quotidiane.
In Europa occidentale, naturalmente, non siamo ancora arrivati a questo punto.
Vi sono però ambienti, come certi quartieri, certi luoghi di lavoro o alcuni edifici scolastici, dove si tende a intimidire i cristiani affinché se ne vadano o, quanto meno – se proprio intendono rimanere – privatizzino la loro religione, evitando ogni sua manifestazione esteriore.
Come avviene già per quegli israeliti che non possono portare in pubblico alcun segno identificativo della loro appartenenza per non essere aggrediti.
Se non si arriva alla pulizia etnica, si è comunque già pervenuti all’affermazione dell’egemonia di una minoranza, che risulta ancora tale in termini numerici assoluti, ma prevale tra i praticanti o comunque tra quanti si dichiarano seguaci di una particolare confessione.
Tutto questo avviene nella probabile imminenza di un conflitto con l’Iran, nel quale l’Europa occidentale sarà comunque coinvolta.
Nostro nonno, che aveva vissuto la vigilia di due guerre mondiali, ci raccontava sempre che mai come nell’imminenza delle ostilità aveva notato tanta frenesia nel dedicarsi ai divertimenti, che in quei tempi, quando ancora non era possibile viaggiare, consistevano soprattutto nei balli all’aperto.
Non esistevano infatti ancora neanche i locali pubblici adibiti a tale scopo.
La gente, comunque, rimuoveva il pericolo proprio perché lo percepiva.
Oggi sembra invece che domini la più assoluta incoscienza della situazione in cui ci troviamo.
La propaganda nazionalista, a partire dall’Unità, era stata inculcata a tutti fin dalle elementari, oltre le quali ben pochi procedevano negli studi.
Il fascismo, a sua volta, promosse ossessivamente il militarismo.
Ora veniamo invece da ottant’anni di sistematica propaganda pacifista.
Per non venire accusati di essere dei guerrafondai, si giunge a rimuovere perfino ogni affermazione della propria identità, soprattutto di quella religiosa, temendo che chi appartiene a una confessione diversa possa considerarla offensiva nei propri riguardi.
Poco male se si decide di relegare ogni manifestazione delle proprie convinzioni in questa materia nella sfera privata.
Il “knife boy” della Spezia ha però scelto non a caso l’edificio scolastico come luogo in cui consumare il proprio delitto.
Conoscendo bene la vittima, il suo domicilio e le sue abitudini, egli poteva infatti commettere l’omicidio anche altrove, avendo oltretutto maggiori possibilità di fuggire e di rimanere impunito.
L’assassino ha però voluto “dare un esempio”, in base alle stesse motivazioni per cui nei Paesi musulmani le esecuzioni capitali avvengono ancora in pubblico.
In Occidente – con la parziale eccezione degli Stati Uniti – non vige neanche più la pena di morte.
Quella comminata al giovane egiziano ammazzato alla Spezia – se i nostri sospetti verranno confermati – era stata pronunciata nell’ambiente islamico, e l’omicida era l’incaricato dell’esecuzione.
Stando così le cose, ci troviamo tutti in pericolo.
Ciò non significa che si debba alimentare il razzismo nei confronti dei musulmani, ma non si può tollerare l’esistenza di alcuno “Stato nello Stato”.
Noi italiani sappiamo bene che cosa ciò significhi, in quanto siamo il Paese della mafia.
La prima cosa che viene insegnata ai suoi affiliati consiste precisamente nel rifiuto di obbedire all’autorità e alla legge, in quanto i mafiosi riconoscono soltanto un’altra autorità e un’altra legge.
Che cosa si insegna, a questo riguardo, nelle moschee?
Può essere che gli imam raccomandino di comportarsi con lealtà verso lo Stato in cui si è scelto di vivere, di studiare e di lavorare.
Siamo però certi che in qualche khutba non si ascolti un messaggio diverso?
E se anche tutte le moschee fossero luoghi in cui si formano cittadini esemplari, su Internet deborda una propaganda in assoluta contraddizione con questo principio.
Che cosa dobbiamo dunque aspettarci se anche in Italia, pur non divenendo il nostro Paese belligerante, dovessero sentirsi le conseguenze di un conflitto che costringerebbe a razionare il carburante, a restringere la mobilità, a sopportare i rigori dell’inverno e a diminuire tanto la produzione quanto il trasporto dei prodotti, determinando una penuria sconosciuta a chi – ed è ormai la stragrande maggioranza – nemmeno si ricorda del tempo di guerra?
Tra l’assumere un atteggiamento di preconcetta ostilità verso chi viene percepito come un nemico – ovvero si considera tale egli stesso – e il mantenere viceversa una postura di estraneità rispetto alle ragioni per cui tutti questi sacrifici dovrebbero essere accettati di buon grado, esiste una giusta via mediana.
Essa consiste nel compiere il proprio dovere di cittadini, dimostrandosi leali nei confronti dello Stato.
Purtroppo, in tale eventualità, è inutile attendersi che tale sia l’atteggiamento dei musulmani, i quali, anche quando appartengono allo Stato, non sono naturalmente tenuti a considerarsi parte della Nazione.
Se ciò infatti venisse preteso, lo Stato non sarebbe più laico, bensì ideologico, il che contraddirebbe la Costituzione.
Non rimane dunque che affidarsi alla coscienza di ciascuno, che però è stata formata sul presupposto che la guerra sia comunque ingiusta.
Se così è, non la si deve naturalmente iniziare.
Si può però estendere il ragionamento al caso in cui si renda necessario respingere un’aggressione?
Vogliamo cioè ammettere che una guerra possa risultare giusta qualora sia meramente difensiva?
Il nostro timore è che l’esclusione a priori di tale possibilità determini il crollo del cosiddetto “fronte interno”.
È indubbio che la signora Meloni non abbia il prestigio di Winston Churchill e che dunque gli italiani abbiano le loro ragioni se le rispondono con delle pernacchie qualora dovesse richiedere “lacrime, sangue e sudore”.
Bisogna però capire che un attacco all’Occidente non sarebbe diretto contro il Governo, e neanche contro lo Stato, bensì contro un’entità culturale e spirituale di cui facciamo parte tutti quanti.
Il problema consiste nel fatto che non ci riconosciamo come tali.
Lo dimostra quanto è avvenuto nel caso della Groenlandia, dove dapprima si è fatto solennemente appello al principio di autodeterminazione e al dovere di rispettare gli alleati; poi, però, si è finito per accettare le pretese di Trump, lasciando ai diplomatici il compito di escogitare una formula che salvi la faccia degli europei ma soprattutto accontenti le pretese del “tycoon”.
Il quale può imporci la sua volontà fino a quando la nostra sopravvivenza dipenderà dall’America.
Qualora, più concretamente, la sopravvivenza di un regime teocratico ed espansivo risultasse pericolosa per l’Europa – e non soltanto per Israele, come appare già evidente – bisognerà farsi carico del compito di sostenere il conflitto, che altrimenti verrebbe combattuto soltanto dai moderni “interventisti”.
I quali, in futuro, si appunterebbero il merito esclusivo di averne percepito la necessità e di averne portato il peso.
Occorre dunque chiarire subito che cosa si chiede agli Stati Uniti quale contropartita per una partecipazione e un appoggio che Trump sta esigendo.
Se invece si lascia ad altri la scelta tra la guerra e l’accettazione dello status quo, siamo destinati a risultare comunque perdenti.
La guerra sarà infatti decisa da altri, in quanto la nostra debolezza non ci permette di fermarli.
Il suo prezzo sarà però pagato – quanto meno in termini economici – anche da noi.
Meglio dunque stabilire con chiarezza in quali circostanze e in cambio di quali contropartite siamo disposti a mobilitarci.
Se da una parte risulta giusto e necessario opporci all’espansione di un islamismo tanto aggressivo quanto intollerante, risulta dall’altra parte altrettanto necessario mantenere fermi alcuni principi, che consistono essenzialmente nel rispetto dell’indipendenza nazionale, nel mantenimento dello Stato di diritto e – in prospettiva – nella possibilità per tutti di esercitare l’autodeterminazione.
L’esito favorevole alle democrazie della Seconda guerra mondiale diede impulso al processo di emancipazione dei popoli, in quanto prima dell’inizio delle ostilità alcuni uomini preveggenti avevano preteso che tale fosse il prezzo della partecipazione dei rispettivi Paesi allo sforzo comune.
Oggi è venuto il momento in cui si può e si deve pretendere da Trump lo stesso impegno che era stato assunto da Roosevelt con i suoi alleati.