Carceri, immigrazione e declino sociale: il caso Imperia
È stato calcolato che l’Unione delle Comunità Islamiche Italiane, facente riferimento alla consorteria dei “Fratelli Musulmani” (di cui Hamas costituisce la sezione palestinese), abbia incaricato ben trentasette imam dell’assistenza spirituale ai seguaci dell’Islam detenuti nelle nostre “patrie galere”.

Costoro non costituiscono ancora la maggioranza dei reclusi, ma vi sono rappresentati in numero proporzionalmente molto maggiore rispetto agli “infedeli”.

La Comunità della Provincia di Imperia ha dotato – grazie a una sottoscrizione – il carcere giudiziario di Bussana dei tappeti necessari per il culto nella moschea.

In tale istituto di pena non funziona invece la cappella, e il sacerdote competente per l’assistenza religiosa vi opera – come si suole dire nel gergo amministrativo – “a scavalco”, cioè part-time.

Chi controlla le carceri domina anche la malavita, dal momento che i suoi esponenti sono in costante movimento molecolare tra “dentro” e “fuori”.

La pratica religiosa tra i detenuti appartenenti all’Islam è molto elevata e, quando qualcuno finisce “al fresco”, ne esce a suo tempo perfettamente indottrinato, tanto ad opera dei compagni di reclusione quanto, per l’appunto, degli imam.

Per non parlare del fatto che i comportamenti devianti, a causa dei quali è stato privato della libertà personale, vengono giustificati con l’ingiustizia propria della società e dello Stato, entrambi dominati dai miscredenti.

Quanto alla valutazione delle violazioni di legge, essa oscilla tra il riconoscimento di tutte le attenuanti connesse all’emarginazione e all’ingiustizia sociale e, addirittura, l’esaltazione di certe gesta, qualificate come atti – più o meno “eroici” – di “resistenza”.

Hanoun giace nel carcere di Terni, lontano da Genova, ma si può essere certi che i suoi correligionari gli dimostrino la massima riconoscenza e considerazione.

Un nostro conoscente, che millantava di appartenere alla Camorra, meditava di uccidere un collega. Dopo di che sarebbe entrato in carcere gridando: «Agg’ ‘acciso n’infame! Infamità! Infamità!».
E già pregustava gli applausi degli altri affiliati, che avrebbero esclamato a loro volta: «Bravo! Bravo!».

Qualcosa di simile deve essere successo nella prigione della Spezia, ove è associato lo “studente” che ha ammazzato, per l’appunto, un “kafir”.

Gli imam, in realtà, non avrebbero titolo per operare né nelle prigioni, né negli ospedali, né negli altri luoghi pubblici di aggregazione, per il semplice motivo che non esiste un’“Intesa” tra la confessione islamica e lo Stato, in base alla quale sia regolata l’assistenza spirituale.

La presenza nelle prigioni di tali “ministri del culto” si qualifica dunque come praeter legem, con il risultato – tra l’altro – che le comunità islamiche non garantiscono il possesso, da parte di costoro, di alcun titolo di studio in scienze religiose, requisito che viene invece preteso per i rappresentanti delle altre confessioni.

Se dunque le comunità islamiche decidessero di far visitare Hanoun o altri detenuti per terrorismo da un loro complice, basterebbe designarlo quale “imam”.

In tutta l’Europa occidentale esistono ben novecento zone urbane abitate esclusivamente da musulmani, ritenute come tali “off limits” per le diverse polizie e governate dalle rispettive autorità de facto in base alla sharia.

Il Paese in cui se ne contano di più, in proporzione al totale degli abitanti, è la Svezia, cioè quello più lontano dal cosiddetto Dar al-Islam.

Molto meno diffusa è la presenza di simili “macchie di leopardo” in territori come la Sicilia e l’Andalusia, ove la penetrazione islamica non avviene tanto mediante l’immigrazione quanto piuttosto attraverso l’acquisizione di beni immobili.

Uno sceicco ha comprato la collina posta di fronte all’Alhambra di Granada, da cui può contemplarla indisturbato, ripetendo quanto faceva il califfo promotore della costruzione di questa celebre dimora, il quale osservava le maestranze al lavoro seduto su quella che ancora si chiama “la Silla del Moro”, cioè il “Trono dell’Arabo”.

Un nostro amico ha domandato a un direttore di filiale quale sia l’identikit del richiedente un mutuo per l’acquisto di un’abitazione.
Si tratta in genere di un immigrato, che ottiene il finanziamento semplicemente presentando la busta paga: basta dunque trovarsi legalmente sul territorio italiano.

Questi stranieri comprano casa non potendo ritornare – in mancanza di mezzi economici – nel Paese d’origine. Si tratta dunque di persone che hanno bruciato i proverbiali vascelli alle loro spalle, il che le induce non solo a permanere, bensì a richiedere i cosiddetti “ricongiungimenti”, che – formando una sorta di “catena di Sant’Antonio” – accrescono costantemente la presenza straniera.

Quanto agli “indigeni”, non possono neanche più contare su una superiorità nella condizione economica. Se si prescinde dal pubblico impiego – che costituisce in tutta Italia una corporazione in cui si cancellano le differenze politiche, essendo compattata dal privilegio e coincidente sempre più con chi va a votare – l’ottanta per cento delle retribuzioni percepite a Imperia costituisce il corrispettivo dovuto in base a contratti di lavoro a tempo determinato, che sono dunque tanto precari quanto mal pagati.

Anche il venti per cento residuo, che non ha l’ansia di perdere il posto, riceve salari molto bassi.

La città esibisce dunque le classiche “toppe nel culo”, per cui quella parte di popolazione che dispone di una rete di solidarietà familiare vasta e solida, soprattutto i musulmani, gode di una condizione di effettivo privilegio.

Il sindaco, però, continua a illudere i propri sostenitori – comprensivi della maggioranza e di una finta opposizione – con la favola dell’imminente arrivo del turismo di lusso.

I miliardari affolleranno dunque le spiagge libere poste tra il lungomare De Amicis e la Galeazza e riempiranno – essendo insufficiente la capienza del ristorante “Braccioforte” – quelle che Osvaldo Martini Tiragallo chiama le “mangiatoie”, dove si può consumare un pasto a prezzo fisso.

Non si sa dove tutti questi nababbi prenderanno alloggio, dato che esiste un solo albergo a cinque stelle, né si ha notizia di acquisti di ville.

Tutti questi indicatori, che dovrebbero indurre allo scetticismo circa le “magnifiche sorti e progressive” di Imperia, non inducono tuttavia il “Bassotto” a smettere le sue profezie riguardanti un’imminente era di “vacche grasse”.

A parte la mancanza di attrattive paesaggistiche e culturali, nonché di un’adeguata ricezione, i ricconi dovrebbero precipitarsi a Imperia per ritrovarsi non già tra di loro – come a Montecarlo, Saint-Tropez, Cannes, Portofino o sulla Costa Smeralda – bensì circondati da una popolazione famelica, composta da disperati.

Tra costoro, un bidello, un vigile urbano, uno spazzino o addirittura un beccamorto viene considerato allo stesso livello dell’Aga Khan a Porto Cervo.

Il sindaco assomiglia al pifferaio di Hamelin, che trascinava dietro di sé la popolazione infantile della città, soggiogata dalle sue magiche doti musicali.

Non è casuale che il nerbo della truppa “bassotta” sia costituito da ex staliniani. La Russia dominata dal dittatore georgiano era il regno della miseria e del terrore (oggi l’equivalente della polizia politica sovietica non è più costituito dai “pallanuotisti”, bensì dai vigili urbani), ma tutti erano convinti che i loro nipoti avrebbero vissuto nella felicità e nell’abbondanza.

In comune vi è anche l’adulazione di un soggetto che non ha realizzato un bel nulla, ma viene creduto sulla parola quando vende fumo, annunciando il Bengodi.

Chi si è proiettato invece in una prospettiva trascendentale ha fatto la fortuna della propria città. Alla Mecca, così come a Lourdes, a Fatima e a Medjugorie, accorrono milioni di pellegrini, assicurando il benessere della popolazione.

Scajola è viceversa un irriducibile materialista, che non assicura l’apparizione della Madonna, bensì quella della “pista ciclabile”.

Mancando però ogni atto di fede, non si respira un clima di misticismo, ma si percepisce anzi l’assatanato scatenamento di invidie e di odi tra etnie e religioni diverse, originati da una congerie di mafie esotiche.

I peruviani controllano il mercato delle badanti, i magrebini quello ambulante, i bengalesi il racket dei negozi alimentari, che reca con sé – come insegna l’esperienza di Roma – quello della droga.

Il sindaco guida, da parte sua, la consorteria più potente: quella del “posto in Comune”.

In anni remoti si credeva che monsignor Castellano assicurasse il “posto in banca”. Fosse vera o meno questa diceria, fece la fortuna di chi contava sulla presenza dell’arcivescovo ai propri pranzi elettorali.

Ora rimane soltanto la corte del “Bassotto”, divisa tra le sedi di Gorleri e di via Matteotti.

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Mario Castellano  24/01/2026
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