Crisi dell’Occidente: Germania, Unione Europea e Stati Uniti tra coalizioni, sovranità e guerra
Tre notizie, due delle quali sono passate pressoché inosservate, mentre l’altra ha avuto ripercussioni a livello mondiale, ci sono giunte quasi contemporaneamente.
In Germania, la Democrazia Cristiana vorrebbe negare il Reddito di cittadinanza a chi rifiuta un’occupazione confacente alle sue capacità, mentre i Socialisti intendono istituire un’imposta sulle successioni tale da impedire la formazione di grandi patrimoni.
Poiché questi partiti – non disponendo nessuno dei due della maggioranza assoluta – devono subire il reciproco cosiddetto “potere di coalizione” del partner, equivalente in pratica a un diritto di veto, né l’uno né l’altro risultano in grado di realizzare il proprio programma.
Lo scontento degli elettori porterà dunque a un aumento delle astensioni, a una disaffezione dalla politica e – in ultima istanza – alla crescita delle forze contrarie al sistema.
Cioè dell’estrema destra.
Per contrastarla, si renderà necessario mantenere la “Grande Coalizione”, accelerando la spirale che ha condotto all’attuale situazione.
Il Parlamento europeo ha rifiutato di ratificare l’accordo sull’importazione di beni alimentari dal cosiddetto “Mercosur”.
L’Assemblea di Strasburgo si è piegata così alle lobby corporative degli agricoltori, le quali certamente vengono danneggiate da questo accordo, che avvantaggia però i consumatori, immettendo sul mercato prodotti venduti a un prezzo accessibile.
Chi si può permettere quelli a Denominazione di Origine Controllata continuerà naturalmente a disporne, godendo della relativa garanzia.
Quanto risulta compromessa è la credibilità dell’Unione, che aveva finalmente stipulato – dopo venticinque anni di trattative – un trattato internazionale volto a sostenere l’economia di alcuni Paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, contrastando la dilagante influenza della Cina, che acquista senza problemi il loro intero surplus di prodotti agricoli.
L’Occidente, chiuso in difesa dei privilegi di alcune categorie, arretra ulteriormente, da un’area che è, per giunta, la più affine ad esso dal punto di vista storico e culturale.
Trump, da parte sua, occupa “manu militari” la città di Minneapolis, nel Minnesota, considerando nemiche le autorità comunali e statali in quanto rifiutano di collaborare a una politica migratoria che comporta la sospensione dei diritti tanto civili quanto personali dei residenti legali e degli stessi cittadini.
Quali erano le due vittime della polizia migratoria.
Su queste uccisioni, la versione fornita dalle autorità locali e quella viceversa propinata dall’autorità federale risultano diametralmente opposte: le une parlano di omicidio di due pacifici cittadini, che non avevano commesso alcun reato né erano in procinto di compierlo, mentre l’altra descrive l’ultima vittima addirittura come un terrorista, per cui gli agenti avrebbero agito per legittima difesa.
La verità, in questi casi, deve essere accertata nella sede della giustizia penale, di competenza, in base al sistema costituzionale statunitense, dello Stato in cui è avvenuto il fatto dedotto in giudizio, a prescindere da chi sia l’imputato.
Gli agenti federali non sono dunque immuni dalla giurisdizione penale di ciascuno Stato dell’Unione.
Trump considera invece questa materia di competenza federale.
Il Presidente pretende inoltre che ci si limiti a svolgere un’inchiesta amministrativa, dando per scontato che il fatto non costituisca reato.
Siamo cioè al cospetto di una situazione ben più grave – e potenzialmente ben più destabilizzante – rispetto al merito stesso degli episodi avvenuti a Minneapolis.
Esistono infatti due interpretazioni diverse della Costituzione, una delle quali riconosce la competenza in materia penale degli Stati, mentre l’altra la esclude.
Se a questo aggiungiamo che il Presidente descrive il Minnesota, governato dai Democratici – i quali rifiutano in molti casi, in linea di principio, di applicare le misure di contrasto all’immigrazione illegale introdotte da Trump – come un territorio dominato dai “terroristi” e sottratto all’autorità del Governo federale, vediamo prospettarsi una situazione simile a quella del 1861, quando la secessione venne causata dal semplice timore che il Congresso legiferasse su una materia – la liceità della schiavitù umana – sulla quale gli Stati del Sud ritenevano di poter disporre in modo esclusivo.
Trump sta compiendo dunque una rivoluzione, nel senso giuridico del termine, che designa una modifica della Costituzione introdotta senza rispettare le norme da essa stessa stabilite per il proprio emendamento.
Il Presidente agisce anzi addirittura “de facto”.
Non per caso nello stesso momento in cui si accinge a entrare in guerra, senza che essa venga deliberata dal Congresso e senza tener conto dei limiti che le Camere possono imporre all’impiego delle Forze Armate.
Come viceversa avvenne nel caso del Vietnam, ove il conflitto fu quanto meno circoscritto e poi fatto cessare, a causa dell’opposizione che incontrava tanto nelle piazze quanto nel Campidoglio.
Ciò si deve al fatto che la natura della guerra è cambiata.
Non si tratta infatti più di ingaggiare una battaglia di retroguardia in difesa di un’eredità del colonialismo, bensì di affrontare l’Iran e, in prospettiva, l’Islam nel suo insieme.
Paolo Mieli ha scritto che l’Occidente deve decidere se procedere “a due velocità”: una essendo quella di chi ritiene necessario fin d’ora partecipare a una guerra, l’altra quella di chi considera prematuro un tale sforzo.
Quale che sia la scelta compiuta dai vari Paesi, Trump si troverà a guidare una coalizione più o meno estesa, i cui componenti non assumeranno necessariamente tutti lo stesso impegno.
All’Italia, in particolare, non verrà richiesto di inviare un solo soldato, ma risulterà indispensabile usare le basi militari situate sul nostro territorio, e risulterà parimenti indispensabile adottare tutte le misure proprie di un’economia di guerra.
A sua volta, il Governo deborderà dalla propria competenza, essendo la Meloni decisa ad assecondare le decisioni di Trump e di Netanyahu.
La guerra è – dal punto di vista del diritto internazionale – l’esatto equivalente della rivoluzione, o del colpo di Stato, nel diritto interno.
Con la guerra si modifica infatti l’ordinamento vigente, in attesa che esso venga diversamente regolato da successivi atti di diritto internazionale, cioè i trattati di pace.
Il Presidente, muovendo guerra sul piano interno contro gli Stati e i Comuni che non intendono ottemperare alle proprie decisioni, ritenendole costituzionalmente illegittime, e muovendo parallelamente guerra sul piano internazionale contro gli Stati – soprattutto l’Iran – che non intendono accettare un nuovo ordine, riflesso di altrettanto nuovi rapporti di forza, dimostra che il suo progetto strategico consiste nella costruzione di un impero.
Trump si libera infatti, da un lato, dei vincoli imposti dalla Costituzione e, dall’altro, di quelli prescritti dall’osservanza dell’attuale ordine internazionale, per stabilirne uno nuovo.
Si parte dal presupposto che lo scontro di civiltà in atto – che contrappone da una parte l’Occidente giudaico-cristiano e dall’altra l’Islam – non possa essere governato dalle norme di diritto internazionale attualmente vigenti, che stabiliscono tra l’altro uno status di formale parità tra gli alleati posti sulle due sponde dell’Atlantico.
Le affermazioni più o meno offensive e più o meno inesatte sul ruolo degli Europei, tanto nel passato quanto nel presente, costituiscono il fondamento, per così dire, “ideologico” di questa pretesa del Presidente, che molti rigettano, considerandosi – peraltro con ragione – vittime di una deminutio capitis.
Che però non deriva tanto dalla prepotenza caratteriale del “tycoon”, quanto piuttosto dal calcolo oggettivo del rapporto di forze, il quale risulta certamente a noi sfavorevole.
Ma questo squilibrio è destinato inevitabilmente ad aggravarsi qualora dovessimo adottare, nei riguardi della linea di azione decisa da Trump, il criterio del “né aderire, né sabotare”, che, laddove la neutralità risulti impraticabile, comporta tanto gli svantaggi della partecipazione al conflitto quanto quelli dell’astensione.
Preso atto che l’Impero americano venne instaurato “de facto” per effetto della Seconda guerra mondiale e che l’Italia decise di sottomettervisi non già il 18 aprile 1948, bensì il 25 luglio 1943, conviene negoziare le condizioni della nostra adesione.
Il nostro Paese non essendo più quello descritto da De Gasperi alla Conferenza di pace di Parigi, quando disse ai rappresentanti dei Vincitori che poteva contare soltanto sulla loro “personale cortesia”, alla quale si è sostituita la scortesia irritante di Trump, riferita però a un rapporto di forze diverso rispetto a quello di allora.
Se la costruzione di una potenza economica – per quanto certamente esagerata dalla propaganda governativa – ma soprattutto di una democrazia significano qualcosa, vale di conseguenza anche il nostro apporto, che non si limita alla posizione geografica.
L’Italia risulta indispensabile per l’Occidente, come dimostra il fatto che Trump – gradasso a parole, ma in realtà attento ai lasciti della Storia – vi ha piazzato la massima autorità spirituale, nella persona del repubblicano americano Prevost.
La diplomazia vaticana si dimostrerà ancora una volta in grado di far valere il ruolo svolto dalla Santa Sede.
Se il nostro Governo non saprà fare altrettanto, emergeranno nuovi soggetti politici capaci di interpretare la propria funzione all’altezza dei venti che stanno maturando