Aborto, Chiesa e Stato laico: libertà di coscienza e confini della legge
Alcuni giorni or sono, i familiari, gli amici ed i colleghi di una nota e stimata professionista, nostra benemerita concittadina, si sono riuniti per ricordarla – ricorrendo l’anniversario della sua scomparsa – con una Messa di suffragio, celebrata nella Basilica di San Giovanni Battista ad Imperia Oneglia.
Ha destato scalpore tra i presenti il fatto che il celebrante abbia definito – nel corso della sua omelia – l’aborto come un “delitto”.
Questa reazione risulta comprensibile da parte di persone non credenti, o comunque non praticanti.
Chi è abituato a frequentare le funzioni religiose sa bene che il compito dei sacerdoti consiste precisamente nel confermare i cristiani nella loro fede.
Il che comporta anche il richiamo all’osservanza del precetto religioso.
Uno dei presenti ha obiettato a chi intendeva addirittura protestare pubblicamente per i contenuti della predica come la pretesa di censurare quanto viene affermato in Chiesa risulti altrettanto lesiva della libertà di coscienza – nonché della stessa libertà di espressione – quanto l’opposta pretesa di far coincidere necessariamente i contenuti della legge dello Stato con il precetto specifico di una specifica confessione religiosa.
In tal caso, lo Stato si trasforma per l’appunto da laico in confessionale.
Se però esso pretende di vietare il richiamo all’osservanza di tali precetti, diviene uno Stato ideologico.
Il problema di superare il carattere confessionale dello Stato italiano si pose quando vennero indetti i referendum sul divorzio e sulla cosiddetta “interruzione della gravidanza”.
In seguito al loro risultato, si procedette ad una revisione del Concordato, per effetto della quale la Repubblica Italiana si trasformò finalmente in uno Stato laico.
Non tanto per l’abrogazione dell’articolo 1 del Concordato del 1929, che definiva la religione cattolica quale “religione ufficiale dello Stato”, quanto perché la Santa Sede rinunziò a regolare, in conformità con il diritto canonico, gli effetti civili del matrimonio, il cui vincolo viene considerato indissolubile soltanto dai cattolici.
Nel 1974 risultò decisivo – non tanto dal punto di vista numerico, quanto piuttosto dal punto di vista politico – l’apporto dei cattolici liberali, i quali hanno sempre accettato il principio della laicità dello Stato, anche quando ciò comportava l’accettazione della fine del potere temporale.
Che, oltre tutto – diversamente dalla dottrina ecclesiastica sul matrimonio – non ha mai fatto parte del Magistero della Chiesa, né tanto meno costituisce un articolo di fede.
Ciò premesso, i credenti – essendo l’osservanza del precetto religioso rimessa alla loro libera volizione, senza più appoggiarsi su alcun “braccio secolare” – sono ancor più impegnati nella sua osservanza.
Ricordiamo dunque ancora una volta la “querelle” che scoppiò con la professoressa Oddone in occasione del referendum sull’aborto.
Noi avevamo affermato che riconoscevamo la facoltà dello Stato di regolare questa materia senza necessariamente conformarsi al precetto religioso, mentre la professoressa Oddone pretendeva che ci unissimo a lei ed alla sua parte politica nel negare alla Chiesa il diritto di ribadirne la vigenza.
Che non si trattasse di una disputa su temi di mero principio lo dimostrò quanto avvenne poco dopo, quando la Regione Liguria – essendo di sua competenza la materia sanitaria – dovette regolare mediante un’apposita circolare l’atteggiamento dell’autorità nei confronti di chi si rivolgeva ai consultori pubblici.
Nei quali l’aborto non viene presentato come una delle opzioni possibili – ed anzi come la più estrema, da praticare quando nessun’altra risulti praticabile – bensì come la principale e la più consigliabile, se non addirittura l’unica.
A causa di tale orientamento, una legge che autorizza l’aborto venne trasformata di fatto in una legge che prescrive l’aborto.
Il che contraddice apertamente la lettera della norma.
Il sacerdote celebrante ha affermato anzi giustamente che l’aborto costituisce un “delitto”.
Il che è assolutamente vero, in quanto la legge non lo ha affatto depenalizzato, limitandosi ad introdurre nell’ordinamento giuridico una circostanza esimente dalla responsabilità penale.
Perché dunque la professoressa Oddone e la sua parte politica agiscono come se tale pratica costituisse viceversa un diritto, ed anzi addirittura l’adempimento ad una prescrizione?
Perché costoro non hanno mai rinnegato la loro concezione ideologica dello Stato, che un tempo – malgrado la Costituzione affermi l’esatto contrario – non volevano fosse laico, bensì ispirato al marxismo-leninismo.
Questa pretesa è rimasta paradossalmente anche dopo che il congresso del loro partito ha cancellato dallo statuto ogni riferimento a tale ideologia.
Se il partito non deve ispirarsi ad una specifica ideologia, ma soltanto perseguire il proprio programma, che senso ha voler ancora conformare ad essa lo Stato?
Ecco spiegato perché non si persegue più la costruzione di uno Stato conforme al marxismo-leninismo, ma lo si vuole adeguare ai precetti dell’Islam.
Con quale coerenza possano perseguire tale scopo degli atei dichiarati, proprio non si capisce.
Come non si capisce come delle femministe perseguano l’abolizione, per le donne, degli stessi diritti personali.
E come non si capisce che i fautori della più assoluta libertà sessuale sostengano un movimento – quale Hamas – che getta i cosiddetti “gay” dai grattacieli.
Last but not least, non si capisce perché un arcivescovo partecipi ai pranzi elettorali in onore di chi ha preteso di trasformare l’aborto da facoltà in prescrizione.
Qui, però, il discorso esula dai temi religiosi, politici e giuridici per debordare in quelli economici, e noi non siamo economisti.
Erano viceversa insigni studiosi di questa disciplina quanti amministravano il Monte dei Paschi di Siena per conto del Partito Comunista, mandandolo in fallimento.