Gaza, Autodeterminazione e Nuovo Ordine Internazionale | Analisi Geopolitica
Mentre si avvicina la guerra nel Medio Oriente, si annuncia che verrà incaricato di governare la Striscia di Gaza un nuovo e inedito organismo denominato “Board”,
del quale faranno parte – se lo vorranno – i rappresentanti degli Stati designati da Donald Trump.
Il quale ne eserciterà la Presidenza uti civis, essendogli conferito tale incarico ad personam e uti civis, non già in funzione della carica – attualmente detenuta – di Presidente degli Stati Uniti.
Al di sotto del “Board” opererà un organismo tecnico, composto da Palestinesi non eletti dalla popolazione, incaricato di dare attuazione alle sue decisioni.
Si tratterà di tecnocrati designati in base alle loro competenze professionali, certificate da titoli di studio conseguiti presso prestigiose università occidentali.
Né in seno al “Board”, né nell’ambito di tale secondo organismo, sarà inserito alcun rappresentante eletto dalla popolazione locale.
È come – per dare un’idea della situazione – se i residenti di un Comune non potessero candidarsi per ricoprire né la carica di Sindaco, né quella di Assessore, né quella di Consigliere comunale.
Lo status giuridico di Gaza trova un solo precedente, quello di Tangeri, che fino all’indipendenza del Marocco, cui venne annessa, fu considerata “Città Internazionale”,
essendo governata da un organismo composto dai rappresentanti di diverse potenze europee.
La macchinosità dell’esercizio del potere su Tangeri ne fece una sorta di “terra di nessuno”, in cui prosperava ogni sorta di traffico illecito, in quanto l’esercizio effettivo della sovranità risultava del tutto latente.
Probabilmente Trump intende riprodurre questa situazione per realizzare i propri progetti immobiliari, risultando del tutto indefinito il limite tra res publica e res privata.
Quale influenza possano esercitare i rappresentanti di nazioni come la Cambogia sull’effettiva governance di un territorio tanto remoto è, in verità, difficile da prevedere.
Questa situazione, inedita dal punto di vista giuridico, ha la stessa origine del protrarsi sine die del mandato – conferito in origine mediante elezioni – dei dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, a cominciare dal suo “Presidente”, Abu Mazen.
Quid iuris se costui dovesse malauguratamente morire?
Occorrerebbe, in teoria, convocare nuove elezioni, ma ciò è reso di fatto impossibile dal loro stesso probabile esito,
che vedrebbe l’affermazione di soggetti i quali si propongono espressamente di distruggere lo Stato di Israele.
Come accadde quando si votò, per l’appunto, a Gaza,
dove vinse Hamas, che per prima cosa comminò la pena di morte – ovviamente senza processo – ai rappresentanti locali di Abu Mazen,
rei, in teoria, di corruzione, ma in realtà responsabili di non voler impiegare la Striscia come base militare da cui attaccare Israele.
Quale Gaza in effetti divenne, essendosi impiegato nello scavo di centinaia di chilometri lineari di gallerie – per un’estensione superiore a quella della Metropolitana di Londra – tutto l’aiuto internazionale.
Se i bambini di Gaza muoiono di fame, la responsabilità non è dunque soltanto di Israele.
Completate le infrastrutture militari, venne il Sette Ottobre.
Il resto è cronaca degli ultimi due anni.
Ecco dunque la necessità di governare Gaza – ma anche la Cisgiordania – a prescindere dalla volontà dei rispettivi abitanti,
impedendo però in tal modo l’espressione della rappresentanza politica propria degli organi elettivi,
ed escludendo quindi, in pratica, ogni forma di democrazia.
I Palestinesi sono condannati, in conclusione, a essere governati da altri, o comunque per conto di altri da qualche soggetto “collaborazionista”, finché non riconosceranno il diritto all’esistenza dello Stato di Israele.
Poiché però prevedibilmente non lo riconosceranno mai, tanto più avendo accumulato ulteriori motivi di risentimento in due anni di bombardamenti,
essi non potranno costituire, nel prevedibile futuro, un proprio Stato.
Ed anzi le loro stesse autorità amministrative dovranno essere designate dall’esterno.
Ciò contrasta palesemente con il principio di autodeterminazione,
che esigerebbe la creazione immediata dello Stato palestinese,
il quale però può sorgere solo in quanto non si proponga di negare lo stesso diritto agli Ebrei.
Ecco perché non vi è alcuna soluzione possibile – quanto meno nell’attuale fase storica – del problema del Medio Oriente,
che potrebbe tutt’al più trasformarsi in una sorta di malattia cronica, inguaribile ma circoscritta e non contagiosa.
Purtroppo, però, vi sono soggetti estranei al contenzioso – in passato l’Egitto di Nasser, che agiva in nome del nazionalismo arabo, e oggi l’Iran, mosso viceversa da motivazioni di ordine religioso – che si insinuano in tale contesto,
predicando e soprattutto perseguendo la distruzione di Israele.
L’irreversibilità dell’esercizio dell’autodeterminazione costituisce una conditio stantis vel cadentis dell’ordine internazionale,
che potrebbe tuttavia reggersi qualora vi fosse un accordo tra i soggetti che lo compongono.
Neanche questo, però, risulta possibile,
come dimostra il fatto che in tutte le sedi internazionali la maggioranza degli Stati, composta dai cosiddetti “terzomondisti”, quando anche non giunge a negare espressamente il diritto all’esistenza di Israele,
denuncia comunque sistematicamente l’asserita illegalità del suo operato.
Abbiamo assistito di conseguenza alla sua equiparazione al Sudafrica dell’“apartheid” e alle condanne per l’asserita pratica del “razzismo” ai danni dei Palestinesi.
Certe critiche sono condivise anche in Occidente e, in qualche caso, possono risultare fondate,
ma la loro sistematica reiterazione fa sì che esistano, in pratica, due distinte Comunità Internazionali:
quella occidentale, che ammette Israele a pieno titolo nel proprio ambito,
e un’altra che viceversa tende a espellerlo come un corpo estraneo,
che in certi casi si rifiuta perfino di nominare, definendolo “Entità sionista”.
L’Occidente dovrà di conseguenza, prima o poi, trarre le conseguenze da questa situazione,
costituendosi come un ambito giuridico, politico e culturale governato dai propri principi,
il primo dei quali è costituito, per l’appunto, dal riconoscimento dell’autodeterminazione.
L’azione di Trump – pur con tutte le sue forzature, tanto relative al linguaggio usato quanto soprattutto concernenti l’osservanza delle norme internazionali fino ad ora formalmente vigenti –
porta inevitabilmente alla costituzione di un nuovo ambito,
che si può considerare coincidente con la rinascita di un “Imperium” occidentale,
di cui gli Stati Uniti assumono – data la latitanza e l’inconsistenza dell’Europa – la guida.
Non si tratta certamente di applicare alla Comunità Internazionale un criterio razzista, in base al quale definirci “civilizzati” mentre gli altri sarebbero “barbari”.
Si tratta piuttosto di delineare il perimetro entro cui certi principi rimangono vigenti.
Chi non vi si adegua è destinato a costituire un proprio diverso ambito culturale, politico e giuridico.
Carlo Magno scambiò ambascerie con il Sultano;
poi, avendo preso atto della reciproca incomunicabilità, si propose di definire le rispettive sfere di influenza, fissando confini all’interno dei quali ciascuno dei due soggetti – anche allora quello cristiano e quello musulmano – potesse convivere.
Oggi un’azione di questo genere può rappresentare il male minore rispetto a una nuova guerra mondiale.
Quanto risulta invece accantonato è il proposito di Papa Francesco – che aveva scelto questo nome proprio in memoria dell’incontro tra il “Poverello” e il Sultano – di un’“alleanza” tra le due religioni.
Potremo considerarci fortunati se i prossimi eventi porteranno a una “pace armata”.