Geopolitica globale: Ucraina, Medio Oriente e la nuova Guerra Fredda
Troppe volte abbiamo dato per acquisita – o quanto meno per imminente – la fine della guerra in Ucraina: “Quod volumus, libenter credimus”.
Nel caso specifico, oltre al naturale desiderio di veder cessare un conflitto tanto più insensato in quanto risultava ormai da tempo accertata l’impossibilità di una vittoria strategica dell’una o dell’altra parte, eravamo ansiosi di vedere esaurito l’ultimo strascico della “Guerra Fredda”.
Che aveva accompagnato gran parte della nostra vita, appartenendo alla generazione nata subito dopo il 1945 e cresciuta nella paura, radicata nei nostri genitori, di un nuovo conflitto.
Le scosse di assestamento, dopo il grande terremoto culminato tra il 1989 ed il 1991 con la fine dell’Impero Sovietico, si sono prolungate a lungo.
Nei Balcani fino all’indipendenza del Kosovo, ed in Russia fino a quando ci si è rassegnati non solo e non tanto all’esistenza di una Nazione ucraina, dotata di una propria identità e capace di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione, ma soprattutto all’esistenza di due Russie.
La “Guerra Fredda” aveva prodotto a suo tempo due Cine, due Vietnam, due Coree e due Germanie.
La Germania ed il Vietnam si sono riunificati, la Cina è sulla strada di ottenere a sua volta questo obiettivo, e solo la Corea sembra destinata a rimanere l’unico reperto di un’epoca ormai tramontata.
La Russia si divide ora non più in base ad ideologie contrapposte, bensì in base a diverse identità, ovvero al modo di intendere l’identità nazionale.
Soltanto gli esperti di slavistica sanno distinguere un russo da un ucraino, e capire in quale delle due lingue stia parlando.
Non è viceversa necessario possedere questa specializzazione per discernere chi si considera a tutti gli effetti europeo, in base alla vicinanza geografica ed all’affinità culturale, da chi viceversa ha elaborato un’identità semi-asiatica.
Che rende la Russia un unicum: Alberto Ronchey, che conosceva ed amava profondamente questo grande Paese, constatava come la Russia fosse considerata asiatica dagli Occidentali ed europea dagli Orientali.
Tempo fa, una delle periodiche stragi commesse dagli islamisti, che colpiscono a caso la popolazione innocente, è stata perpetrata a Mosca.
Se i musulmani estremisti sapessero fare politica, invece di agire in base al fanatismo religioso, avrebbero operato per aggravare la contraddizione tra la Russia, impegnata contro l’Europa e l’America sul suo confine occidentale, e quanti essi definiscono viceversa “Crociati”.
Se Putin sperava, conducendo la guerra contro gli ucraini, di essere riconosciuto quale “leader” del Sud o dell’Est del mondo, deve constatare che questo ruolo non gli sarà conferito.
Né dai Cinesi, né soprattutto dai Musulmani.
Ecco dunque la necessità di una soluzione di tipo “coreano”, con delle garanzie offerte dall’Occidente – ed in particolare dall’America – a tutela dell’indipendenza della “Piccola Russia”, in cambio del riconoscimento delle acquisizioni territoriali compiute da Putin.
Che si aggiungono a quelle già consumate ai danni della Moldavia e della Georgia.
L’Uomo del Cremlino incassa inoltre quanto più probabilmente gli stava a cuore, cioè il cosiddetto “decoupling” della Russia dall’Occidente, mediante l’erezione di una nuova barriera che separa il suo Paese da influenze ritenute degeneri.
Dal punto di vista morale, politico, culturale e religioso.
La tregua concordata con Trump permetterà ai negoziati, che riprenderanno domenica ad oltranza negli Emirati Arabi Uniti, di dettagliare l’accordo già sostanzialmente stipulato in Alaska.
Con il coronamento non certo secondario del “business” sull’Artico.
Nel Medio Oriente si segnalano tre fatti nuovi.
Uno è per l’appunto la tregua in Ucraina, che permette di concentrarsi esclusivamente sull’altro fronte, ben più importante e decisivo.
Un altro è costituito dal voto del Consiglio Europeo che definisce i miliziani dell’Iran quale “organizzazione terroristica”.
Fino ad ora, questo poco ambito riconoscimento era stato concesso soltanto a gruppi non dipendenti formalmente da alcuno Stato.
Anche se tali soggetti – mettendosi in vendita sul grande mercato internazionale della violenza politica – potevano essere occasionalmente assoldati da qualche Governo per regolare i propri conti con i nemici, ritirando naturalmente la mano dopo avere gettato il sasso.
Ora però viene formalmente definito come “terrorista” un organo di uno Stato, cioè il corpo più importante e potente delle sue Forze Armate.
La prima conseguenza è di ordine giuridico interno.
Se una persona fisica, trovandosi sul territorio di uno Stato europeo, viene identificata come componente dei “Pasdaran”, subisce la sanzione prevista – a prescindere dalle azioni compiute individualmente – per chi appartiene ad un’organizzazione terroristica.
Se si tratta di soggetti che godono dell’immunità diplomatica, se ne dovrà disporre l’immediata espulsione.
Ciò comporta però la necessità di valutare la posizione di ogni singolo residente iraniano, ed anche di quei cittadini di Paesi terzi che possono essere considerati dei cosiddetti “proxy”, cioè fiancheggiatori dei “Pasdaran”.
In particolare, gli appartenenti ad Hamas.
Hanoun è già stato arrestato, essendogli imputata non solo e non tanto l’appartenenza al gruppo terroristico palestinese, ma anche una serie di reati più specifici, commessi – secondo l’accusa – individualmente.
Sul piano politico, ci troviamo rispetto all’Iran in una situazione inedita, e non prevista dalle norme del diritto internazionale.
Non abbiamo infatti dichiarato la guerra contro tale Paese, ma abbiamo stabilito che le autorità dello Stato, operando mediante un suo organo – quale è per l’appunto un corpo delle Forze Armate – hanno già mosso guerra contro di noi.
Per giunta, naturalmente, senza rispettare le Convenzioni di Ginevra, dato che i terroristi – questo è l’unico elemento comune e certo di una definizione su cui la dottrina non si è ancora espressa in modo concorde – colpiscono deliberatamente obiettivi civili.
La conseguenza logica dell’accertamento su cui si basa il voto del Consiglio Europeo dovrebbe dunque consistere nella rottura dei rapporti diplomatici.
L’Iran non può comunque in nessun caso dichiararsi irresponsabile per le azioni intraprese all’estero dai “Pasdaran”.
La conseguenza logica di quanto deliberato ieri dovrebbe dunque consistere nella rottura dei rapporti diplomatici, che non è stata però decisa.
Per uscire dalla contraddizione in cui ci troviamo si può soltanto prospettare un cambiamento di regime in Iran.
Che è quanto l’America si propone di ottenere, insieme con Israele.
L’azione militare attualmente in preparazione – se avverrà – avrà precisamente questo scopo, ed il voto del Consiglio Europeo suona dunque come una sua preventiva approvazione.
Cui non seguirà tuttavia alcuna nostra partecipazione diretta.
L’Iran ci considera già comunque come dei nemici, e la chiusura di Hormuz ci colpirebbe a prescindere dal nostro atteggiamento sul suo contenzioso con l’America.
Occorre dunque prendere atto del fatto che ci troviamo già in guerra.
La Cina e la Russia, nel tentativo di dissuadere Trump dall’azione militare, annunciano manovre navali congiunte con l’Iran nelle sue acque territoriali.
Se anche questa mossa dissuadesse il Presidente da un attacco, sarebbe comunque iniziata una nuova “Guerra Fredda”.
La fine di quella in Ucraina va paradossalmente anch’essa in questa direzione, in quanto ripete la fissazione dei confini tra le diverse sfere di influenza avvenuta a Yalta.
Ci aspetta nell’un caso una situazione di guerra economica, nell’altro caso un periodo di cosiddetta “confrontation”.
Vedremo presto quali misure ci verranno imposte di conseguenza, ma la disciplina in ogni comportamento connesso con la sicurezza, e soprattutto la lealtà nei riguardi dello Stato, risulteranno decisive.
Poi, una volta superato il pericolo, ciascun soggetto – individuale o collettivo – potrà reclamare il corrispettivo dovuto per il contributo recato alla causa comune.
Per quanto riguarda la nostra piccola realtà provinciale, l’arresto di Hanoun, il quale comunque faceva parte di Hamas e dirigeva la sua attività “politica” in Italia, venendo per questo considerato da un ben definito settore politico quale proprio interlocutore privilegiato – ed anzi alleato in una causa comune – priva il nuovo “Partito Trasversale” del suo referente straniero.
Il quale – esattamente come il suo predecessore jugoslavo – era specializzato nell’esportazione illegale di capitali.
La ditta esiste ancora, ma è ormai priva della “ragione sociale”.
Essa può muoversi naturalmente sul mercato locale, che però offre di per sé ben scarse fonti di guadagno.
Quanto è venuto a mancare è la protezione offerta da un corrispondente in affari che approfittava a suo tempo tanto dello “status” diplomatico quanto dell’inopportunità di disturbare uno Stato straniero.
L’interlocutore estero dei nostri attuali “Trasversali”, che un tempo era intoccabile, oggi viene dapprima colpito dall’azione penale, e poi ufficialmente definito come “terrorista” dallo Stato italiano.
Mediante un atto di diritto internazionale.
A questo punto, chi ancora crede di fare degli affari a scapito della sicurezza nazionale, pur non tenendo in alcun conto le ragioni politiche e morali che si oppongono a tale prassi, dovrebbe temere di finire nei guai giudiziari.
E prendere finalmente atto che i tempi sono cambiati.
È naturalmente doveroso combattere il razzismo e l’intolleranza religiosa.
Se inoltre, per dimostrarci amici dei Musulmani, si vuole indossare il loro copricapo, ben venga anche questa manifestazione di ecumenismo, anzi di sincretismo religioso.
Meno opportuno risulta affidare agli islamisti il controllo dei mercati ambulanti.
Se non si tratta di terroristi – al riguardo sarebbe però consigliabile ascoltare le autorità competenti – si ha comunque a che fare con dei mafiosi.
Qualora poi qualcuno chiedesse di aiutarlo nell’attentare alla sicurezza dello Stato, basta rispondere che si è cittadini leali.