Società civile, Chiesa e crisi dell’Occidente: un’analisi critica
Per una volta, le locandine delle edizioni locali de Il Secolo XIX e de La Stampa – due giornali ormai avviati alla fusione, che vedrà la gloriosa testata già dei Fratelli Perrone ridotta ad edizione ligure di un unico organo del Gruppo GEDI, a sua volta ormai appannaggio di un oscuro imprenditore cipriota («sic transit» la gloria del Partito ex comunista) – hanno dovuto inserire un annuncio non originato verosimilmente dalle “veline” di quel nuovo Min.Cul.Pop rappresentato dal solerte ed occhiuto Ufficio Stampa del Comune di Imperia.

Ai cui cittadini sembra di vivere nell’Unione Sovietica di Brežnev, perpetuata in una sorta di capsula del tempo, riaperta nell’Italia della Merloni.
La quale ha trovato nel “Bassotto” il proprio satrapo ideale.

Simile ai capi del partito delle Repubbliche asiatiche, i quali sostenevano nell’Ufficio Politico il Segretario Generale, ma intanto – proteggendosi con l’usbergo dell’ortodossia ideologica e dell’assoluta fedeltà politica – edificavano il proprio potere personale, tessendo anche la loro politica estera, già proiettata verso il mondo islamico.

Il Sindaco pare anch’egli attratto da questo variegato ambiente, in cui si incontrano tanto i “paradisi fiscali” del Golfo Persico quanto gli irriducibili fanatici terroristi di Hamas, disposti tanto all’azione violenta quanto all’esportazione di capitali.

Nella Mosca degli anni Settanta e Ottanta, la Pravda annunciava sempre nuove mirabolanti “opere del regime”, la cui inaugurazione era però proiettata in un futuro indefinito, in attesa del quale il popolo doveva accontentarsi dell’annuncio.

Gli Imperiesi – salvo naturalmente la “nomenklatura” di via Matteotti (non a caso composta in gran parte da ex comunisti filo-sovietici) – tirano anch’essi l’anima coi denti.

Grande meraviglia ha dunque suscitato in noi l’annuncio di una nuova realizzazione che l’Amministrazione civica non può – per una volta – aggiudicare a sé stessa.

Si tratta del dormitorio per homeless realizzato dalla San Vincenzo nell’ex convento dei Padri Cappuccini di piazza Roma, la cui chiesa è stata fino ad ora cappella gentilizia della famiglia Demichelis, la quale, come avviene per tutte le dinastie decadute, lascia alla Chiesa i propri beni, quelli almeno non utilizzabili altrimenti.

I nostri cugini di Sanremo, dopo avere venduto la loro storica villa, donarono alla parrocchia di Oneglia la cappella di Sant’Anna ai Pini del Rosso, preservandovi quanto meno l’esercizio del culto.

Noi non conosciamo i giovani della San Vincenzo di Porto Maurizio, ma ci rallegriamo constatando come vi sia nelle nuove generazioni chi ha capito come l’unica azione praticabile – nei tempi grami che ci attendono – sia quella della resilienza, che consiste da un lato nel mantenere coeso il tessuto sociale e dall’altro nel preservare la nostra identità.

Quella cristiana si sostanzia nella solidarietà.

Quanto al Sindaco, per una volta non c’entra con il progetto annunciato, il che garantisce che verrà portato a compimento, mentre le piste ciclabili e tutto quanto ad esse assomiglia rischiano viceversa di rimanere nel limbo delle buone intenzioni.

Può essere che il “Bassotto” abbia comunque allungato un’offerta: nel Veneto si dice che “ogni ladrone ha la sua devozione”.

La realizzazione sarà però da aggiudicare a un soggetto della cosiddetta “società civile”, che per fortuna esiste ancora, a differenza del Partito Democratico, i cui dirigenti si occupano soltanto dei “Granatini” e non hanno tempo da perdere in quisquilie come la situazione sociale.

Esiste però ancora soprattutto la Chiesa, la quale si trova davanti a un dilemma: come collocarsi nell’attuale divisione del mondo.

I soggetti emergenti sono sostanzialmente tre o quattro.
Uno è la Cina, che estende ovunque metodicamente la propria influenza economica, politica, culturale e militare. La cultura propria della sua civiltà è basata però da una parte su una fede immanentistica, quella buddista, e dall’altra su una filosofia, quella del confucianesimo, da cui discende una concezione gerarchica ed autoritaria della società.

Tanto basta per rendere il Cristianesimo e l’Estremo Oriente reciprocamente impermeabili. Dopo il tentativo sincretistico compiuto dal gesuita Matteo Ricci, fallito in quanto la Chiesa non poteva permettere nel proprio ambito alcuna infrazione del dogma, tra Roma e Pechino può esservi convivenza nella reciproca cortesia, ma non un’alleanza, né tanto meno una simbiosi.

L’Islam preoccupa ben di più, in quanto la sua espansione – non soltanto demografica – riguarda l’Europa occidentale, centro del Cristianesimo. La proposta di una “alleanza”, solennemente avanzata al Cairo da Bergoglio, non ha trovato un soggetto qualificato per accettarla a nome dell’intero ambito musulmano, il cui atteggiamento nei riguardi del Cristianesimo risulta dunque in sostanza determinato da chi ne assume il controllo di fatto.

In mancanza di un interlocutore rappresentativo, possono esserci manifestazioni anche sincere di buona volontà; se però prevale una tendenza radicale, esse rimangono prive di effetti pratici.

La Russia si chiude nel proprio ambito, senza mirare a un’espansione al di fuori del proprio “mondo”, come lo definisce lo stesso Putin.

L’Europa occidentale ha visto esaurire tutti i filoni del proprio pensiero politico. Questo può causare compiacimento nei tradizionalisti, che assistono soddisfatti alla crisi di ciò che essi chiamano genericamente il “modernismo”, ma priva la Chiesa di quell’apporto fondamentale alla sua azione ed alla sua influenza che fu costituito dopo la guerra dai partiti di matrice cattolica.

La Chiesa, che viceversa ancora elabora una propria cultura, si trova dunque davanti alla possibilità – ed anzi alla necessità – di operare in prima persona nell’ambito civile, in cui tuttavia non si può prescindere da un soggetto temporale.

Si ritorna dunque alla diarchia con l’Impero, che caratterizzò tutta la storia dell’Occidente durante i secoli del Medioevo, fino a quando la Riforma, e poi la definizione della sovranità degli Stati – culminata con il Trattato di Westfalia – eliminarono progressivamente la sua influenza.

Anche se l’Imperatore venne formalmente deposto soltanto nel 1918, quando la Prima guerra mondiale portò all’affermazione definitiva degli Stati nazionali, fondati sul principio della sovranità popolare, contrapposto a quello di legittimità.

Ora Trump, basandosi non già su un potere universale dell’America – che deve anzi riconoscere ad altri soggetti la loro rispettiva sfera di influenza – può garantire alla Chiesa un supporto riguardante l’Occidente.

Perfino Carlo Magno aveva peraltro riconosciuto il dominio del Sultano.

La Chiesa torna dunque in prospettiva a rappresentare il contraltare di un nuovo Impero, esteso sui territori di più antica tradizione cristiana.

Il tentativo di innestare nel suo governo l’elaborazione del pensiero cattolico avvenuta nell’America Latina, riflesso nelle encicliche e nel magistero di Bergoglio, si può considerare concluso, sia in quanto questa corrente della teologia è stata sempre considerata con diffidenza dall’Europa, in cui risulta difficile la sua comprensione, sia perché – più concretamente – è sempre l’Occidente ad offrire il sostegno non soltanto economico e politico necessario alla Chiesa per mantenere la propria presenza negli altri continenti.

I cardinali creati da Bergoglio hanno dunque eletto un Papa nordamericano, e non – come qualcuno auspicava e prevedeva – un altro “terzomondista”, in quanto alla fine gli Stati Uniti hanno fatto pesare il proprio supporto all’azione universale della Santa Sede.

Procedendo per esclusione – come abbiamo cercato modestamente di fare anche noi – al Vaticano non rimane che partecipare alla difesa dell’Occidente, inteso come spazio geopolitico e non soltanto spirituale, da cui dipende in sostanza la sopravvivenza del Cristianesimo.

Occorre però assumere un ruolo diverso da quello impersonato da Pacelli durante la “guerra fredda”, e proseguito – adattandolo all’evoluzione dei tempi – dai successivi Papi.

Se Pio XII poté essere definito – in termini certo riduttivi, ma sostanzialmente corretti – come il “cappellano dell’Alleanza Atlantica”, Prevost si vede riconoscere dal suo connazionale Trump un ruolo che ricorda quello proprio dei Papi del Medioevo, che incoronavano ed investivano formalmente gli Imperatori, ma dovevano loro – se non la propria elezione – il supporto temporale necessario per l’esercizio del potere spirituale.

Che cosa sopravviverà – in questo rinnovato cesaropapismo – della laicità dello Stato, dell’autonomia riconosciuta ai cattolici nella vita civile, ed in sostanza del rispetto della libertà di coscienza, non siamo in grado di prevederlo.

Sappiamo però che si è arrivati a questo punto anche per effetto dell’esaurimento della cultura cattolica liberale e cattolica democratica. Siamo tuttavia anche coscienti che l’apporto dei cattolici – e segnatamente di quelli di radice liberale e democratica – alla nuova fase storica risulterà insostituibile.

Lo prova il fatto che il Papa non sembra approfittare dell’attuale situazione per reprimere queste tendenze o per emarginarle nella Chiesa, come è successo in passato. Non si coglie infatti nel magistero di Prevost nessuna condanna esplicita del “modernismo”.

Sembra invece di percepire la consapevolezza che si apre una fase storica nuova, nella quale non si avverte l’eco delle controversie del passato e in cui ciascuno può portare il proprio contributo a una nuova sintesi.

Nell’immediato – qui il discorso ritorna inevitabilmente al punto da cui è partito, cioè alla partecipazione dei cattolici allo sforzo diretto a mantenere coesa la società e a preservare l’identità collettiva – c’è ampio spazio per il nostro contributo, e soprattutto per il pieno riconoscimento delle sue motivazioni.

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Mario Castellano  30/01/2026
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