Scontri di Torino e crisi sociale in Italia – Analisi e riflessioni
Siamo d’accordo, per una volta, con “Il Manifesto”, che — dando notizia dei fatti di Torino — scrive nel titolo: «Sono iniziati gli scontri».

In effetti, l’Italia — costituendo una sorta di laboratorio di quanto si prepara per l’intera Europa occidentale — è entrata in una spirale che può portare a una guerra civile tra etnie e tra religioni, destinata prevedibilmente a cronicizzarsi, non potendo nessuna delle parti ottenere una vittoria strategica.

Di questo esito avevamo visto i prodromi con alcune manifestazioni violente del passato e, più recentemente, con l’uccisione alla Spezia di un cristiano ad opera di un musulmano, cui ha risposto a Milano l’eliminazione, da parte della polizia, di uno spacciatore marocchino.

Molti sono stati i fattori che hanno portato, col tempo, fino a questo esito.

In primo luogo, abbiamo assistito alla radicalizzazione dell’Islam europeo, che si è manifestata con infiniti atti di violenza.

Poi, però, si è prodotto un fenomeno ben più grave, cioè l’islamizzazione del radicalismo politico.

Cioè l’assunzione — da parte dei musulmani estremisti — della “leadership” di un nuovo movimento politico eversivo e — quel che più conta — di massa,

che aggrega anche un numero sempre maggiore di non musulmani.

A Torino, i giornalisti hanno constatato che molti “manifestanti” parlavano tra loro in arabo.
Altri, invece, in francese.

Questo può significare che si trattava di transalpini, ma potevano anche essere magrebini di seconda o terza generazione, assimilati dal punto di vista linguistico,
non però, certamente, dal punto di vista sociale e religioso.

Tra le diverse unità in cui si articola la forza paramilitare schierata a Torino — cioè gli anarchici, i sempre redivivi “Black Blocs” e gli “Autonomi” del centro “Askatasuna” — la più organizzata e aggressiva era una brigata sedicente “palestinese”, in cui però prevalgono piuttosto nordafricani trapiantati in Italia,

la cui parola d’ordine è la scarcerazione di “Hanoun”.

La guerra non iniziata — per ora — contro l’Iran ha causato tutti i danni del conflitto, scatenando una ritorsione nelle vie dell’Europa contro il nemico occidentale, e tutti i danni del mancato conflitto, dal momento che le strutture del nemico rimangono intatte.

Poi ci sono gli errori del governo, la cui narrazione ufficiale racconta un Paese del Bengodi, che già pregusta le vittorie olimpiche e il Festival di Sanremo, mentre la realtà sociale rivelata dagli scontri di Torino è quella di una generazione — non composta soltanto dai figli degli immigrati, bensì anche da italiani di antica ascendenza — disperata per l’emarginazione e per la totale mancanza di prospettive, tanto nello studio quanto nel lavoro.

I cosiddetti “Malanza” possono reclutare nelle periferie seguaci che non hanno nulla da perdere, mentre le Brigate Rosse non riuscirono ad accendere una guerra civile in quanto ne mancavano le condizioni economiche.

La Schlein, dal canto suo, commette due errori.

Uno consiste nell’accettare la subordinazione, sul piano ideologico, agli islamisti.

Se Berlinguer iniziò il processo di revisione affermando che la Rivoluzione d’Ottobre aveva esaurito la sua “spinta propulsiva”, la signora chiamata a succedergli ritiene che questa “spinta propulsiva” provenga dall’Islam radicale.
«Et — come si dice in francese — pour cause».

C’è però — rispetto al movimento insurrezionale che abbiamo visto dispiegare una forza paramilitare organizzata e addestrata per la guerriglia urbana — un’altra e ancor più pericolosa subordinazione, che contraddistingue l’opposizione formalmente “legalitaria”.

Se la Schlein ritiene che il governo Meloni si sia posto fuori dalla legalità costituzionale, la signora elvetico-germanico-statunitense ha non solo il diritto, bensì anche il dovere di prendere per prima le armi e di chiamare all’insurrezione i propri seguaci.

La segretaria cade però in una contraddizione, in quanto da un lato fa propria questa premessa e, dall’altro, delega ai musulmani estremisti il compito di abbattere il governo.

Questi signori, però, ignorano la differenza che intercorre tra un comunista e un fascista, tra un cristiano e un ebreo.
Dal loro punto di vista, sono tutti infedeli che devono essere combattuti ed eliminati.

Nel corso del Ventesimo secolo abbiamo visto in diversi casi l’opposizione pacifica e legalitaria affiancare movimenti insurrezionali armati.
Fu così nel caso della “Terza Forza” del Vietnam e in quello della cosiddetta “Opposizione Civica” del Nicaragua,
della quale conoscemmo bene alcuni esponenti.

Quando però i comunisti presero il potere, riservarono al massimo a questi soggetti un ruolo puramente decorativo.
Gli islamisti non riconoscerebbero loro neanche quello.

Il Partito Comunista Italiano aveva notoriamente una doppia struttura: quella dichiarata ufficialmente, guidata da Togliatti, e quella del cosiddetto “Partito Bis”, cui corrispondevano le “Federazioni Bis”, con i rispettivi “Segretari Bis”, incaricate di entrare in azione allo scoccare della cosiddetta “Ora X”, cioè nel momento di un colpo di Stato, di una guerra o di un’insurrezione.

Il “Partito Bis”, che si identificava sovente con l’Associazione Nazionale dei Partigiani, originò indirettamente il terrorismo “rosso”, animato da quanti ritenevano, per l’appunto, che l’“Ora X” fosse arrivata.

Avvenne così che, mentre Berlinguer dialogava con Moro, le Brigate Rosse lo uccidessero.

A questo punto, la contraddizione tra le due linee politiche, non essendosi mai promosso un vero chiarimento, emerse in modo tragico.

Si era sperato che, con la fine dell’alleanza con i regimi dei Paesi dell’Est, rimanesse un solo partito, quello legalitario.
Pare invece, purtroppo, che il “Partito Bis” non solo sia riemerso, ma addirittura sia in grado di imporre la propria linea politica.

Questo ha generato dapprima la collaborazione con Hanoun, esibito sui palchi delle manifestazioni per Gaza, e poi con i suoi seguaci,
che sono scesi in piazza a Torino.

Non sappiamo ancora se la Meloni riuscirà a imporre le sue misure restrittive, ma la loro adozione — o la loro mancata adozione — risulta a questo punto ininfluente,
in quanto le parti opposte non terranno più conto di alcuna regola condivisa: «À la guerre comme à la guerre».

Per quanto riguarda la Liguria e Imperia, sarebbe bene che emergesse la verità storica sui rapporti intercorsi tra l’avvocato Lazagna e alcuni dirigenti del Partito Comunista di Genova, così come su quelli intercorsi tra l’onorevole Dulbecco e un individuo condannato quale terrorista con sentenza passata in giudicato.

Gli attuali dirigenti del Partito Democratico ritengono che si tratti di valutazioni riguardanti la storia e non l’attualità politica.
Ammesso che questo sia vero, si tratta di un motivo in più per fare chiarezza.

Non soltanto al fine di aiutare gli storiografi, ma soprattutto in quanto vale oggi più che mai il motto:
«Errare humanum, perseverare diabolicum».

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Mario Castellano  03/02/2026
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